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venerdì 26 ottobre 2012


 

What If...

British Do It Better. Le magnifiche serie inglesi


Cosa succederebbe se qualcuno rapisse una personalità molto popolare, una specie di Lady Di, e come condizione irrinunciabile del riscatto chiedesse al Primo Ministro di fare sesso in diretta tv mondiale con un maiale? E se vivessimo in un'era – e non siamo poi così lontani – in cui tutti i nostri ricordi, anche i più intimi, sono registrati e visibili a tutti? E se il lavoro giovanile nel nostro futuro fosse quello di alimentare, pedalando una cyclette, un mondo vacuo di reality e immagini artificiali, con gli obesi ai gradini più bassi della scala sociale? E se i morti non riuscissero più ad accedere all'Aldilà perché i punti di ascensione si sono chiusi, e iniziassero a reincarnarsi per invaderci? E se un gruppetto di delinquentelli sfigati venisse colpito da una strana tempesta e acquisisse dei superpoteri? E se l'invasione degli zombi entrasse in tv direttamente nello studio del Grande Fratello? E se un gruppo di squinternati freaks accomunati da un oscuro passato, ricevesse in contemporanea una lettera misteriosa? Tutti questi What If, e molti altri, se li sono chiesti in questi anni gli autori delle serie tv inglesi, gli unici al mondo capaci di fare i conti col fantastico innestandolo nel nostro presente, senza falsi pudori, remore o paure.


Questo manipolo di coraggiosi e creativi blasfemi sposa slang giovanile, adolescenze tormentate e citazioni cinematografiche e fumettistiche, dando una visione molto British e personale del genere. Ecco così che nascono serie sperimentali, audaci e innovative come Misfits di Howard Overman (di cui il 28 ottobre parte la quarta stagione) o miniserie come Dead Set di Charlie Brooker, Psychoville di Reece Shearsmith e Steve Pemberton, The Fades di Jack Thorne (una stagione, bellissima, purtroppo non rinnovata) e l'orwelliana Black Mirror, ancora di Charlie Brooker. Per citare solo le più recenti, e non contando le riletture di classici come Jekyll di Steven Moffat e soprattutto il magnifico Sherlock di Steven Moffat e Mark Gatiss, quest'ultimo sceneggiatore del Doctor Who ed ex membro di quella stratosferica League of Gentlemen (assieme a Reece Shearsmith, Steve Pemberton e Jeremy Dyson) che ha saputo raccogliere, potenziare e portare nel ventunesimo secolo l'umorismo surreale e grottesco dei Monty Python, unendolo all'amore per gli horror Hammer e Amicus che hanno fatto di quella britannica una grande scuola. In più, le serie inglesi sono corte, concentrate e vanno dritto al sodo senza sbavature.Mi sono chiesta a volte come mai ai nostri autori non venga mai in mente niente del genere. Alla base credo ci sia un fatto culturale: in un paese Cattolico Apostolico Romano una serie con sesso, turpiloquo e splatter, tutti insieme o separati, non passerebbe mai sugli schermi. Di sicuro non verrebbe mai sovvenzionata da nessuna tv, ente pubblico o Ministero, come invece avviene regolarmente in Inghilterra. E il genere, purtroppo, non fa nemmeno parte del nostro background. Inoltre, da noi non c'è il know-how tecnico per operazioni simili, per cui i nostri autori si sono abituati a volare basso e a pensare in piccolo, e quando magari provano a proporre qualcosa di diverso, devono vedersela con dirigenti che stanno dove stanno non per merito ma per ben altri motivi, e che di queste cose non capiscono un'acca.

E allora, e giustamente, gli inglesi ci surclassano e in molti casi superano anche gli americani: la loro tv è una palestra di vita, un commento sul nostro presente, mai banale, mai ripetitivo, ricco di sfumature e spunti di riflessione inediti. Ed è terribilmente divertente, ti porta a ridere di quanto siamo brutti, goffi, materialisti e meschini. Queste serie sono inoltre una scuola attoriale senza pari, culla di volti e corpi stra-ordinari, non belli e patinati, ma dall'intelligenza viva e palpitante. Un esempio per tutti, senza dimenticare gli altri: Daniel Kaluuya, 23 anni e una maturità espressiva incredibile. Dopo averlo apprezzato in Skins, in Psychoville e in The Fades, lo abbiamo amato senza riserve in Black Mirror, dove, nell'episodio migliore, 15 Million Merits, è riuscito a trasmetterci la sua rabbia contro il sistema, la sua frustrazione e la sua impotenza con una memorabile performance fisica.
Non so a voi, ma a me a volte piacerebbe proprio essere inglese.




3 commenti:

Michelle Pate' ha detto...

Dopo Black mirror, quale serie tv mi suggerisci di vedere, di quelle di cui hai parlato?
Ciao.Grazie.

Daniela catelli ha detto...

sicuramente The Fades, anche se resta in sospeso, e Psychoville... ma in pratica tutte quelle che ho citato :-)

Anonimo ha detto...

Sherlock è incredibile! Gli attori sono bravissimi (Benedict Cumberbatch e Martin Freeman su tutti).
Poco dopo aver visto la prima stagione su Italia 1, mi sono fatta spedire il cofanetto originale con entrambe le due stagioni (aspettare chissà quanto per vedere la seconda non mi andava proprio).
Così ho sentito per la prima volta la voce di Benedict e sono “crollata”.
Mony Black