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domenica 30 agosto 2015

COME LACRIME NELLA PIOGGIA
Dato che nel web panta rei, ripropongo qua alcuni miei articoli per Comingsoon


Non so se  abbiate mai riflettuto sulla precarietà di internet. Sì, tracce di noi resteranno anche quando noi ce ne saremo da tempo andati, ma molte delle cose che pubblichiamo e che ci piacerebbe restassero, vengono travolte da quelle che vengono dopo e finiscono per sparire per sempre. Il web è grande ed è il regno dell'ORA. Ricordo quando da ragazzina ho iniziato a tenere e ad accumulare ritagli: articoli, critiche, foto, interi archivi di quello che mi interessava e che ho conservato fino ad oggi. Ora questo è impensabile: se leggi qualcosa che ti interessa su internet lo metti tra i preferiti ma non puoi stamparlo (neanche ti conviene, la carta occupa spazio e attira polvere) e spesso te ne dimentichi. Io credo che tutto quello che ho scritto per il sito di Comingsoon negli anni sia deperibile e non memorabile, ma ad alcune cose sono affezionata e mi dispiacerebbe un po' che andassero perdute come lacrime nella pioggia, appunto. Per cui ho deciso di linkare qua alcuni dei miei articoli più recenti, soprattutto i pezzi sulle ricorrenze, liete e tristi, nel mondo del cinema, e i profili di attori e registi che amo e che ho avuto spesso la fortuna di conoscere di persona, anche per mettere un po' d'ordine nel mio personale caos primigenio. In futuro, se avrò tempo e voglia, vedrò di creare un vero e proprio archivio virtuale delle mie recensioni e delle interviste pubblicate in rete.  Intanto cominciamo con queste:
































sabato 22 agosto 2015

ANNIBALE CANNIBALE TERRIBILE
La stagione del mio disamore per Hannibal



Nella vita le delusioni abbondano: deludono i fidanzati, gli amici, i figli, figuriamoci se non può deludere una serie tv che riempie una minima parte – certo meno importante -  della nostra vita. Confesso di esser stata presa dalla serialmania da cui mi ritenevo immune e di aver guardato un po' di tutto, negli anni, spesso anche per futili motivi. Ad esempio ho guardato due stagioni del (per me) insensato Sleepy Hollow perché ci recitava il mio amico John Noble, straordinario attore, e ho tirato un sospiro di sollievo quando ho saputo che se n'è andato e non sarò costretta a veder la terza. A volte dò una chance anche alle sitcom ma l'unica che mi è rimasta appiccicata negli anni è The Big Bang Theory a cui si aggiunta la purtroppo sporadica ma fantastica gay-com inglese Vicious.
Per motivi di lavoro e di interesse cerco poi di vedere almeno le prime puntate di tutte le serie horror e fantastiche e nell'ordine dopo un po' per vari motivi ho scartato Dexter, The River, Under the Dome, Penny Dreadful e Lost Girl, mentre resto per ora fedele a The Walking Dead (ma non vedrò Fear the Walking Dead) e a Grimm. E poi naturalmente c'è Hannibal, che fino all'anno scorso, come molti sanno, era nella mia top ten e anche piuttosto in alto. 
Amo e stimo da sempre Bryan Fuller (adoravo Pushing Daisies!) ed ero quindi piuttosto curiosa di vedere quale sarebbe stato il suo approccio alla saga di Hannibal Lecter, diventata sempre più mediocre libro dopo libro e film dopo film, con l'eccezione de Il silenzio degli innocenti e Manhunter e dei primi due romanzi. Non sono rimasta delusa. Le prime due stagioni, scandite da pranzi e cene gourmet a base di carne umana, hanno portato Hannibal a un livello superiore, quello di un vero e proprio demone, anzi, del Diavolo in persona, come lo stesso autore e Mads Mikkelsen hanno da subito dichiarato. 



Era dunque bello vedere la tensione e l'evolversi del rapporto tra lui e il Will Graham di Hugh Dancy, l'uomo capace di immedesimarsi nella mente dei serial killer, e il fatto che quest'ultimo avesse problemi mentali in partenza e fosse affidato proprio alle arti manipolatorie del dottor Lecter dava il via a suggestioni e intrichi psicologici raramente presenti nei superficiali serial americani. Era, insomma, una serie intellettuale, non facile, in cui la morte veniva messa in scena come un'opera d'arte, congelata nella sua atroce bellezza e dove le metafore visive (anche se assai ripetute, come quella del cervo) abbondavano, arricchendola di visionarietà. Hannibal era un artista del male, chirurgico nel dispensare la sua beffarda giustizia terrena e determinato a crearsi una famiglia psicotica di suoi pari. Era l'intelligenza del male spinta all'estremo, capace di giocare con la mente dei suoi interlocutori/vittime come il gatto col topo, sornione e in perenne attesa. E c'era anche molta ironia, che alleggeriva i momenti più raggelanti della storia. Più astratto dei romanzi e dei film, dai quali volutamente si distaccava, Hannibal aveva creato un mondo, in cui, pur richiamando le visioni dell'Inferno dantesco e quelle di Milton e di William Blake, portava avanti in modo originale una storia coerente. 



L'attrazione tra Grahan e Lecter, fortemente intrisa di omoerotismo, funzionava anche come esasperazione del tema dello specchio e del mito di Narciso, mentre l'inserimento tra i due di un attore dalla concretezza e dalla fisicità di Laurence Fishburne nel ruolo di Jack Crawford faceva da sponda al gioco tra di loro, magnificando le geometrie dei loro rapporti. C'è da dire che i personaggi femminili, a partire dalla dottoressa Alana Bloom che è infatutata di Will Graham, va a letto con Hannibal e si scopre poi lesbica fidanzandosi con la ricchissima Verger (?) per arrivare all'insulsa giornalista di true crime Freddie Lounds, trasformata in donna per esigenze di... boh, forse per equilibrare i personaggi maschili, sono quelli che ci hanno sempre convinto meno. Comunque, dopo una serie di episodi in cui Hannibal sembrava aver preso una SUA strada originale, c'è stata la necessità di tornare ai libri di cui la produzione di Martha De Laurentiis detiene i diritti. Ecco così che la parte relativa a Mason Verger, una di quelle potenzialmente più interessanti, dopo un interessante inizio nella seconda, è stata sbrigativamente (e goffamente) liquidata all'inizio della terza stagione, così come la (inutile) storia delle origini di Hannibal, con l'inserimento di un personaggio femminile, l'inutilissima Chiyo, che sembra uscito da Kill Bill o da Sin City, sostituisce la zia che educa Hannibal nei libri e agisce da deus ex machina in entrambe le storie prima di sparire (o sparare?) per sempre. 



L'inizio della terza stagione intreccia a piacer suo varie trame non tutte sulla stessa linea temporale, ed è non solo brutalmente spiazzante, ma perde per strada anche quel minimo (un minimo!) di plausibilità, necessario anche nelle narrazioni più fantasiose. Personaggi insignificanti appaiono e senza il minimo approfondimento vengono velocemente spacciati dopo cene che non somigliano per niente alle raffinate preparazioni delle prime stagioni, si passa dalla Sicilia a Firenze nel volgere di un episodio, con tutti che inseguono tutti, si sfiorano, si perdono, si ritrovano e si lasciano bigliettini amorosi (sotto forma di cadavere, of course), con l'irritazione supplementare, in una serie così ricca e curata, di vedere tradotte in modo ridicolo con Google traduttore delle scritte in “italiano” e il fastidio dell'incongrua liaison e complicità tra Hannibal e la sua psicanalista schizzata, Bedelia (che purtroppo sostituisce in molti episodi della vicenda l’insostituibile Clarice Sterling) interpretata con un continuo tono sussurrato e monocorde dalla pur brava Gillian Anderson (no tartuffi bianchi for me, please!). Dopo il pessimo sfruttamento delle location e degli attori italiani, in una Firenze surrealmente deserta, con dialoghi sempre più pretenziosi e vacui che esprimono concetti già detti e ridetti, immagini al ralenty e dettagli in macro messi lì tanto per riempire il lentissimo tempo della narrazione, Hannibal si consegna spontaneamente a Jack Crawford e nella puntata numero 8 (su 13) ritorniamo finalmente nel solco della narrazione "regolare", con un balzo avanti nel tempo, per raccontare la storia di Red Dragon in modo molto simile al libro e al film, ma con un paio di differenze sostanziali che non spoleriamo.



Sono passati tre anni e Will Graham è accasato con una insignificante sconosciuta e col figlio undicenne di lei con cui vive nella solita casa circondata da nevi perenni e la sua muta di cani, ma non sa resistere al richiamo del caso della Fatina dei Denti/Grande Drago Rosso (ben impersonato dal fin troppo bello Richard Armitage, al quale però comunque continuiamo a preferire Tom Noonan e Ralph Fiennes). E anche in questa parte, comunque assai migliore dei primi episodi, ci sono cose così implausibili che richiedono un livello di sospensione dell’incredulità prossimo allo stratosferico. Torna anche la sussurrante Bedelia, ancora inspiegabilmente in libertà, e rientra non si capisce bene bene a che titolo nell’FBI quell’altra poco affidabile strizzacervelli di Alana Bloom (poi dice uno non si fida della categoria!).



E' come se Fuller, incoraggiato dai risultati ottenuti con una serie tanto anomala, avesse deciso di premere il pedale dell'acceleratore convinto che tutti lo seguissero nella sua corsa contro il muro, e dopo averci affascinato e orripilato con le sculture cadaveriche di Hannibal e i suoi incredibili tableau mourants, quando è stato costretto a rientrare nell'alveo di una narrazione più classica, col fiato del network sul collo, si fosse trovato impreparato, fino a perdere il controllo del materiale. So che – così come ci sono moltissime persone che si sono disamorate della serie - ce ne sono altrettante se non di più che continuano ad amarla e ad esaltarla, anche tra i critici. Il problema nel mio caso non è la comprensione dei “messaggi” e delle metafore: è tutto così insistito e ripetuto che neanche lo spettatore più distratto può evitare di capire, e se così non fosse nella puntata nr. 12 tutto viene esplicitato in parole). Il problema è la fastidiosa sensazione di assistere alla confusione mentale di un autore di grande talento che, impegnato su più fronti, ha lasciato che la perfetta architettura delle prime due stagioni prendesse derive inutili e sbilenche, mostrando crepe enormi in un edificio altrimenti perfetto.

Resta ancora una puntata alla fine (pare definitiva) della serie, perciò potrei tornare sul discorso ma al momento preferirei dimenticare almeno la prima metà di questa stagione e ricordare solo le due precedenti.


martedì 19 maggio 2015

CRITICA SI', CRITICA NO, SE FAMO DU' SPAGHI?

E' APERTO IL DIBATTITO


In questo periodo si fa un gran dibattere su testate online, cartacee e convegni, su una questione vecchia come Matusalemme: la critica cinematografica è viva, morta, svenuta, ha traslocato, sai per caso se ha lasciato un nuovo indirizzo? Siccome un po' di esperienza sul tema ce l'ho - anche se mi sono patentata solo di recente - ho deciso di esprimermi in merito, visto che questo spazio è mio e non è sponsorizzato da nessuno, per cui la mia coscienza può dormire tra quattro guanciali (lo so che sono due ma a me piace stare comoda).

Ho provato a scrivere un pezzo serio ma veniva chilometrico, dati gli anni che ho sulle spalle e la mia notoria incapacità di sintesi, per cui ho pensato che invece potrei dare ai ggiovani qualche consiglio non richiesto, come quelli che io invece nei bei tempi della mia gioventù ho chiesto a critici già affermati e che mi sono stati molto preziosi. 
Fatene quello che vi pare (gli articoli sul web hanno lo svantaggio che per incartarci il pesce vanno prima stampati): qua le due pillole di saggezza di un cane sciolto che ha iniziato il suo percorso su riviste specializzate all’epoca dei Grandi Vecchi, passando poi a pubblicazioni meno cattedratiche,  ai libri e alla tv tematica per approdare infine al Web, massima livella democratica (verso il basso). 




PICCOLO DECALOGO PER ASPIRANTI CRITICI O CRITICI DILETTANTI

1)    Conoscere il cinema, possibilmente almeno i capisaldi dal muto al sonoro. Il cinema non è iniziato con voi né col vostro regista preferito e se è vero che nulla si distrugge e tutto si trasforma potrebbe sorprendervi scoprire da dove il tale o il talaltro ha preso gli ingredienti che costituiscono le vostre pietanze preferite.

2)    Conoscere la grammatica e la lingua italiana sarebbe un requisito necessario, o almeno un tempo lo era.

3)    Fidatevi non solo di quello che sapete ma anche delle vostre sensazioni: spesso sono quelle che permettono di entrare in sintonia con l’autore e quando succede è molto bello.

4)    Mai lasciarsi condizionare dalle proprie idiosincrasie per un autore o un genere: basta dire “no, non posso, lo scriva qualcun altro”. Io, ad esempio, non recensisco i film di Paolo Sorrentino perché so che non gli renderei giustizia.

5)    Non annoiare il lettore e scrivere in modo chiaro (mise en abyme, post-moderno e altre parole passe-partout spesso usate a sproposito sono la copertina di Linus del critico insicuro o che ha poco da dire). Si scrive per tutti, non per la cricca che parla in gergo e se si cattura l’interesse di chi legge gli si possono aprire nuove prospettive e punti di vista.

6)    Non sovrapporre mai, senza prove, le proprie letture o opinioni del film a quelle degli autori, attribuendo loro volontà che non avevano o significato a scene magari realizzate per caso per ovviare a qualche difficoltà sul set.

7)    Avere una buona cultura generale: non è obbligatorio diventare delle Treccani viventi, ma se un film è ambientato in un certo periodo o è tratto da un libro o mette in scena la vita di un personaggio famoso, conoscere il background aiuta parecchio. Del resto il cinema comprende in sé tutte le arti e non ammette l’ignoranza.

8)    Non essere pigri: un tempo a noi toccava aspettava anni per rivedere un film, e avevamo solo le retrospettive dei circoli del cinema o dei festival, oggi TUTTO è disponibile sul web in qualsiasi momento.  Dunque, invece di pensare solo al futuro, date la giusta attenzione anche al passato.

9)    Come diceva il vecchio (e maschilista) Clint: le opinioni sono come le palle, ognuno ha le sue. La critica totalmente oggettiva NON ESISTE, è una balla inventata dagli accademici per rompere le scatole agli studenti, così come la bellezza classica che non deve piacere a tutti e per molti è mortalmente noiosa. Ma, come dicevamo prima, dovete motivare tutto. Non vale scrivere, dire, far capire: “a me questo non piace perché preferivo quell’altro film” o “vorrei che questo regista tornasse a fare i film che faceva vent’anni fa”, perché non ha alcun senso e non serve a nessuno. Niente vieta di personalizzare le vostre recensioni, anzi, è bello vedere che chi scrive ha una personalità, ma non siete voi i protagonisti.

10)  Le stroncature acide non servono e non fanno onore a nessuno. Sparare sulla Croce Rossa è uno sport facile e assai stronzo. Un giudizio negativo è più difficile da motivare di uno positivo, ma se ci riuscite sono quelle le critiche che vi daranno più soddisfazione.



Infine, se avete un blog, vi state facendo le ossa, non scrivete su testate giornalistiche e non aspirate a diventare critici di professione e vi diverte spararle grosse, a dire che un film è bello, un altro brutto e un terzo noioso, magari invece di recensioni le vostre opinioni chiamatele “mi piace/mi fa schifo”. E’ più onesto e vi renderete più simpatici, distinguendovi per di più dalla massa dei cialtroni pagati che non capirete mai come hanno fatto ad arrivare dove sono.