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martedì 19 maggio 2015

CRITICA SI' CRITICA NO, SE FAMO DU' SPAGHI?

E' APERTO IL DIBATTITO


In questo periodo si fa un gran dibattere su testate online, cartacee e convegni, su una questione vecchia come Matusalemme: la critica cinematografica è viva, morta, svenuta, ha traslocato, sai per caso se ha lasciato un nuovo indirizzo? Siccome un po' di esperienza sul tema ce l'ho - anche se mi sono patentata solo di recente - ho deciso di esprimermi in merito, visto che questo spazio è mio e non è sponsorizzato da nessuno, per cui la mia coscienza può dormire tra quattro guanciali (lo so che sono due ma a me piace stare comoda).

Ho provato a scrivere un pezzo serio ma veniva chilometrico, dati gli anni che ho sulle spalle e la mia notoria incapacità di sintesi, per cui ho pensato che invece potrei dare ai ggiovani qualche consiglio non richiesto, come quelli che io invece nei bei tempi della mia gioventù ho chiesto a critici già affermati e che mi sono stati molto preziosi. 
Fatene quello che vi pare (gli articoli sul web hanno lo svantaggio che per incartarci il pesce vanno prima stampati): qua le due pillole di saggezza di un cane sciolto che ha iniziato il suo percorso su riviste specializzate all’epoca dei Grandi Vecchi, passando poi a pubblicazioni meno cattedratiche,  ai libri e alla tv tematica per approdare infine al Web, massima livella democratica (verso il basso). 




PICCOLO DECALOGO PER ASPIRANTI CRITICI O CRITICI DILETTANTI

1)    Conoscere il cinema, possibilmente almeno i capisaldi dal muto al sonoro. Il cinema non è iniziato con voi né col vostro regista preferito e se è vero che nulla si distrugge e tutto si trasforma potrebbe sorprendervi scoprire da dove il tale o il talaltro ha preso gli ingredienti che costituiscono le vostre pietanze preferite.

2)    Conoscere la grammatica e la lingua italiana sarebbe un requisito necessario, o almeno un tempo lo era.

3)    Fidatevi non solo di quello che sapete ma anche delle vostre sensazioni: spesso sono quelle che permettono di entrare in sintonia con l’autore e quando succede è molto bello.

4)    Mai lasciarsi condizionare dalle proprie idiosincrasie per un autore o un genere: basta dire “no, non posso, lo scriva qualcun altro”. Io, ad esempio, non recensisco i film di Paolo Sorrentino perché so che non gli renderei giustizia.

5)    Non annoiare il lettore e scrivere in modo chiaro (mise en abyme, post-moderno e altre parole passe-partout spesso usate a sproposito sono la copertina di Linus del critico insicuro o che ha poco da dire). Si scrive per tutti, non per la cricca che parla in gergo e se si cattura l’interesse di chi legge gli si possono aprire nuove prospettive e punti di vista.

6)    Non sovrapporre mai, senza prove, le proprie letture o opinioni del film a quelle degli autori, attribuendo loro volontà che non avevano o significato a scene magari realizzate per caso per ovviare a qualche difficoltà sul set.

7)    Avere una buona cultura generale: non è obbligatorio diventare delle Treccani viventi, ma se un film è ambientato in un certo periodo o è tratto da un libro o mette in scena la vita di un personaggio famoso, conoscere il background aiuta parecchio. Del resto il cinema comprende in sé tutte le arti e non ammette l’ignoranza.

8)    Non essere pigri: un tempo a noi toccava aspettava anni per rivedere un film, e avevamo solo le retrospettive dei circoli del cinema o dei festival, oggi TUTTO è disponibile sul web in qualsiasi momento.  Dunque, invece di pensare solo al futuro, date la giusta attenzione anche al passato.

9)    Come diceva il vecchio (e maschilista) Clint: le opinioni sono come le palle, ognuno ha le sue. La critica totalmente oggettiva NON ESISTE, è una balla inventata dagli accademici per rompere le scatole agli studenti, così come la bellezza classica che non deve piacere a tutti e per molti è mortalmente noiosa. Ma, come dicevamo prima, dovete motivare tutto. Non vale scrivere, dire, far capire: “a me questo non piace perché preferivo quell’altro film” o “vorrei che questo regista tornasse a fare i film che faceva vent’anni fa”, perché non ha alcun senso e non serve a nessuno. Niente vieta di personalizzare le vostre recensioni, anzi, è bello vedere che chi scrive ha una personalità, ma non siete voi i protagonisti.

10)  Le stroncature acide non servono e non fanno onore a nessuno. Sparare sulla Croce Rossa è uno sport facile e assai stronzo. Un giudizio negativo è più difficile da motivare di uno positivo, ma se ci riuscite sono quelle le critiche che vi daranno più soddisfazione.



Infine, se avete un blog, vi state facendo le ossa, non scrivete su testate giornalistiche e non aspirate a diventare critici di professione e vi diverte spararle grosse, a dire che un film è bello, un altro brutto e un terzo noioso, magari invece di recensioni le vostre opinioni chiamatele “mi piace/mi fa schifo”. E’ più onesto e vi renderete più simpatici, distinguendovi per di più dalla massa dei cialtroni pagati che non capirete mai come hanno fatto ad arrivare dove sono.


 

mercoledì 18 febbraio 2015


IO E GLI ANDERSON

(intesi come Paul Thomas e Wes)


Credo di essermi innamorata del cinema di Paul Thomas Anderson dal primo film che ho visto, che se non ricordo male era Boogie Nights. Anche se l'argomento era il mondo del porno negli anni Settanta, mi fu subito chiaro di avere di fronte un narratore prodigioso, capace di gestire in modo infallibile set colmi di persone, situazioni, azioni, dialoghi, scenografie, oggetti di scena, costumi e acconciature e farne scaturire dei perfetti spaccati di vita americana. Il fatto che avesse solo 28 anni e già un film all'attivo (il bellissimo Sydney, recuperato in seguito) me lo incise a lettere di fuoco nel cuore. 


Poi arrivò Magnolia, splendido come il fiore della pianta che gli dà il titolo, una corolla che si apriva per dare spazio a personaggi tormentati e lacerati, cattivi ed egocentrici, disperati e soli, innamorati e lascivi, rancorosi e moribondi, un film sulla vita, le coincidenze e il caso che la determinano, con rane che piovevano dal cielo in un'apoteosi biblica per sempre inscindibile dalle musiche di Aimee Mann. Soltanto i primi film dei fratelli Coen mi avevano coinvolto tanto, trasmesso tanta emozione e adrenalina e un'idea di cinema larger than life su schermi già troppo ristretti. Poi ci furono tutti gli altri, lo splendido, romantico e pazzo Ubriaco d'amore, Il petroliere - forse l'unico su cui ho delle riserve, non a caso il più apprezzato dall'accademia - e il maestoso The Master, di cui ho scritto proprio in questo blog e che resta per me al vertice della sua filmografia, per giungere a un altro, diverso capolavoro che è Vizio di forma e di cui ho scritto qua (anche se su ogni suo film in realtà potrei/dovrei e a volte anche vorrei scrivere un libro).


Poi c'è quello che per me è l'altro Anderson, Wes (in realtà ci sarebbe anche Paul W. S. Anderson, che però è inglese, è sposato con Milla Jovovich e ha fatto i film di Resident Evil, ma qua non ci interessa). Dicevamo, appunto Wes, texano, di un anno maggiore di Paul Thomas, faccia da irrimediabile nerd, di cui nel 2001, spinta dalle lodi dei colleghi e dal cast stellare in cui c'era anche quel genio di Gene Hackman, vidi I Tenenbaum, che mi lasciò totalmente fredda. Intendiamoci, non che fosse brutto, ma era come se uno si fosse sforzato tanto - un po' come l'oggi giustamente obliato M. N. Shyamalan - dando l'impressione di un miracoloso parto plurigemellare, per poi sfornare un topolino. 


Spinta comunque dalla curiosità e dall'amore per Bill Murray recuperai anche Rushmore e le cose andarono anche peggio: lo trovai assolutamente insopportabile, forse anche per la presenza del suo amico e sceneggiatore Owen Wilson, l'uomo che non riesce a chiudere la bocca e la cui fisionomia mi irrita da sempre, a pelle (ironia della sorte: solo l'altro Anderson, Paul Thomas, è riuscito a rendermelo tollerabile in Vizio di forma). Comunque niente da fare, l'impressione di uno che facesse centrini all'uncinetto e venisse scambiato per Benvenuto Cellini mi restava. Andando avanti col tempo, si è aggiunta una sgradevole sensazione – e cito Moonlight Kingdom, che tutto sommato è il suo film che ho preferito – di tristezza, ma non di quella dolce e malinconica, proprio di quella brutta e un po' squallida. Insomma, tanto spreco di scenografie, costumi, fotografia, effetti ottici e quant'altro alla fine veniva messo a servizio di case di bambola costruite coi fiammiferi e i contenuti, se pure c'erano, erano deprimenti. E poi è arrivato lui, Grand Budapest Hotel, un divertissement anche parecchio presuntuoso. Se c'è qualcosa che conosco bene, per vecchia passione a lungo coltivata, sono la storia e la letteratura della Mitteleuropa, Stefan Zweig incluso. Dire di essersi ispirati ai suoi lavori quando già citare Lemony Snicket e Guy Maddin sarebbe stato esagerato, non mi ha di certo ben disposto. Il problema, forse, è che a me piace la passione al cinema, e io nel cinemino bellino e costruito a tavolino di Wes Anderson non ce ne vedo. O forse è la passione di chi gioca a scacchi o costruisce modellini, un piacere cerebrale che non mi coinvolge e di sicuro non mi appaga. 
 
A questo punto, probabilmente, entrano in gioco altri fattori e una diversa sensibilità perché vedo tanto amore per un film che non mi ha strappato neanche un sorriso e piuttosto mi ha annoiato, nonostante gli attori fantastici e le musiche bellissime, dandomi la sensazione di sfogliare un album di cartoline colorate a mano o di guardare all'infinito uno di quei diorami natalizi in movimento che compaiono nelle vetrine di Vertecchi ogni dicembre e che puoi ammirare per massimo cinque minuti



Questo non significa che io odi Wes Anderson - che anzi credo sia intelligente e simpatico - o i suoi film: semplicemente, che esistano o non esistano, il mio rapporto con la vita e con il cinema non ne viene minimamente scalfito, influenzato, arricchito. E la pioggia di candidature che l'Academy – e non solo – gli ha riversato addosso continuo a non capirla, soprattutto quella per una sceneggiatura in cui non ho trovato niente di originale.
Qua, però, è proprio il mio amato Paul Thomas a fregarmi: quando è venuto a Roma lo scorso gennaio, a domanda su chi avrebbe dovuto vincere l'Oscar per la sceneggiatura originale ha risposto senza esitare: Wes Anderson! Purtroppo è stata l'ultima risposta e non ho avuto modo di chiedergli spiegazioni, ma mi sorge un dubbio: non è che magari sono secondi cugini
Se così fosse, magari da piccoli, diciamo all'età di 9 anni, quando entrambi - dice la storia - già giravano i loro primi film, i genitori si incontravano per le festività (mi piace immaginare gli Anderson texani in visita dagli eccentrici Anderson losangelini per Natale) e il più grande e saputello Wes incantava il più ingenuo Paul Thomas costruendogli fortini di cartone e dando vita a epiche battaglie, convincendolo una volta per tutte di essere un grande narratore. 
Lo so: dalla loro biografia non risultano parentele di sorta, ma una spiegazione razionale deve pur esistere!

mercoledì 12 novembre 2014


SEMAFORI VERDI, FAMIGLIE ATOMICHE
E
FALCHI MALTESI




Lo confesso: sono – chi ci crede dice che sia una prerogativa della Vergine – una che fa le pulci, spacca il capello in quattro, soffre per gli errori altrui, nota tutti i refusi, i sottotitoli sbagliati, le espressioni grammaticalmente e sintatticamente scorrette. Sono una che prova un vero e proprio fastidio fisico per il pressapochismo e la superficialità imperante di questi tempi. Sono così perché non sono perfetta e soffro tantissimo per i miei errori per cui mi colpevolizzo al di là del giusto e del necessario. Vorrei essere diversa ma non ci riesco. Ormai l'abitudine al controllo minuzioso di ogni parola (è delle/con le parole che vivo, dopotutto) ha operato in me una mutazione orribile, che mi rende insofferente a cose cui la maggior parte della gente, beata, non fa nemmeno caso. Nell'era di internet, quando chiunque può scrivere qualsiasi cosa, la mia sofferenza aumenta a dismisura. Sono un mostro, lo so, ma questo è il mio antro. Non siete obbligati a entrarci e se lo fate è a vostro rischio e pericolo.
Da tempo una conseguenza della mia mutazione è che provo un'enorme difficoltà a leggere libri tradotti e vedere serie tv e film doppiati. Perché NOTO TUTTO e ogni minima imperfezione mi distrae e mi estranea dalla storia, innescando un corto circuito senza ritorno. Se poi le imperfezioni non sono minime, allora è il dramma puro.
Anni e anni di ascolto, lettura, traduzione e revisione della lingua inglese me l'hanno resa quasi più familiare dell'italiano. Forse per questo il mio radar anticazzate capta anche frequenze ultrasoniche.
Qualche esempio? Mi è capitato un paio di anni fa di vedere per lavoro una puntata doppiata di una sfigatissima serie tv con l'altrettanto sfigato Christian Slater, The Forgotten. Non sono neanche a metà di una storia insensata quando sento una dei protagonisti rivolgersi con tono accusatorio a una donna: “tu non sei di (paese a caso) sei di Foster Care! Sei nata a Foster Care!”. Lì per lì penso ad un'allucinazione auditiva ma è tutto vero. In pratica chi ha tradotto la lista dialoghi ha scambiato la pratica dell'affido, l'essere cresciuti in affidamento, per una località degli Stati Uniti! Del resto agli albori di Coming Soon Television una traduttrice che a suo dire lavorava da tempo per la Rai e traduceva imperterrita “dutch” con “tedesco”, tradusse Sunset Strip, il celebre viale hollywoodiano, con un romantico “una striscia di tramonto”.



Altro esempio, più recente e meno grave, ma ugualmente significativo. Vedo, doppiato, Guardiani della Galassia. A un certo punto Peter Quill o chi per lui dice “è come il falco maltese”. Ora, lo so benissimo che Falcon in italiano è falco, ma quello che può sfuggire allo spettatore è che gli autori fanno qui riferimento a un libro di Dashiell Hammett e a un film, famosi da decenni in Italia col titolo di Il falcone maltese. E c'è anche Il mistero del falco di John Huston, dove si parla comunque della statuetta di un falcone maltese. Ho poi scoperto che in una nuova traduzione del romanzo di Hammett il mitico falcone è diventato un falco per cui pazienza: in questo caso, lo ammetto, ho esagerato. Passa un po' di tempo e nello stesso film sento la frase: “ha distrutto intere civilizzazioni”. No, il civilization inglese in italiano è CIVILTA', perché la civilizzazione è il processo di costruzione di una civiltà e non può essere distrutto, casomai - se fosse questo il caso - interrotto. Passa un altro po' di tempo e si parla di “negoziazioni”, un termine con cui si traduce da tempo erroneamente la parola "negotiations", che sarebbe in realtà “trattativa” o “negoziato”. Le negoziazioni esistono ma sono tipiche del linguaggio legale, che in questo caso non c'entra un tubo.

E ora gli esempi scritti, che coinvolgono anche case editrici di prestigio. Il problema, credo, è che non solo i traduttori sono sottopagati e devono lavorare in fretta sotto la sferza di editor a loro volta stressati, ma che è scomparsa la figura del supervisor, una persona che conosce la lingua ed è in grado di individuare gli errori più vistosi.
Avendo tradotto per anni, so che la traduzione a volte è anche un tradimento e una libera interpretazione. Ho avuto proprio oggi un chiarimento con la Rizzoli Libri su una cosa che avevo notato nella traduzione di Gone Girl (L'amore bugiardo) e che non mi aveva convinto. Verso la fine del libro, Amy (NO SPOILER, non temete) vagheggia rapita sulla futura “nuclear family” (il classico "nucleo famigliare": marito, moglie e un figlio) che sta per formare. La traduttrice ha scelto di rendere l'espressione con “famiglia atomica”, mi hanno spiegato, per rendere il gioco di parole americano. Secondo me questo gioco non esiste (al limite, se proprio lo si vuol vedere, poteva andar bene "famiglia nucleare" ma "famiglia atomica" in italiano non vuol dir niente). L'ironia - evidente nella frase dell'autrice - nasce dal contrasto tra la follia del tutto e l'apparente normalità delle aspirazioni della protagonista. Ma, come si diceva, le licenze poetiche esistono e anche se non le si condivide stiamo comunque parlando di interpretazioni per cui me la faccio andar bene e ringrazio la Rizzoli per avermi gentilmente risposto.


Però c'è un però. Di Gone Girl in italiano avevo letto solo il finale visto che il libro l'avevo letto mesi prima in inglese. Sto leggendo invece Divorati, il primo romanzo di David Cronenberg, con enorme fatica. Si sa che l'inglese fa ampio uso di avverbi, che in italiano appesantiscono non poco lo stile e che in alcuni casi (a me - che avevo la tendenza a usarli spesso - l'ha insegnato il grande Gianpiero Brunetta) si possono e devono trasformare. Ecco qualche esempio: “il viso della donna era imbarazzantemente (ma esiste questo avverbio?) vicino al suo”, “inquietantemente asettico”, “una dozzina sconvolgentemente veloce”, “si era trasformata in una vibrantemente, ebbramente appassionata arosteguyana” eccetera.
E poi ci sono delle strane traduzioni miste: se in America si dà il greenlight da noi non si dà il semaforo verde, si dà il via libera. Sono piccole cose, certo, in una traduzione complessa, ma se si aggiunge a questo la difficoltà dello stile dell'autore, stracolmo di termini tecnici, certo non si fa un bel servizio al romanzo in questione.

Quello che so per certo è che i traduttori oggi come oggi vengono pagati poco e le scadenze ravvicinate possono mettere in crisi anche uno bravo. Ma se lui/lei non ha il tempo per rivedere con calma tutto il lavoro, a maggior motivo servirebbe una figura di controllo finale. Probabilmente, nella necessità di tagliare sempre più, si eliminano professionalità importanti e così si finisce pure per mettere in copertina di un libro la foto di un altro autore. Vorrei che fosse chiaro, in conclusione, che non ce l'ho con gli schiavi ma sempre coi padroni. Se qualcuno poi avesse un antidoto per la mia malattia gliene sarei eternamente grata. A volte sarebbe davvero bello poter riuscire di nuovo a rilassarsi e godersi un libro o un film in italiano senza far caso alle note stonate.

 

mercoledì 5 novembre 2014

RIAPRO PERCHE' SI'



Ma sì, perché no? Come diceva Olivia di Braccio di Ferro "sono una donna, ho il diritto di cambiare idea"! E io di questo diritto ne ho fatto sempre ampiamente uso. Solo gli imbecilli non lo fanno. E poi, sì, va bene il posto incontaminato e tutto il resto, ma in fondo chi se ne frega?
Questa è casa mia e qui comando io per dirla con Milva (o era la Cinquetti? Boh) e in questo mondo di blogghisti per forza chi sono io per togliermi dalla massa? Ci scrivo, non ci scrivo, sono cavoli miei. Perdo tempo, parlo di serie tv, di cinema, di libri, delle cose che vorrei fare/leggere/vedere/scrivere/vivere e che so che non farò mai? Saranno pure fatti miei. Diciamo che questo sarà d'ora in poi un blog anarchico senza scadenze e forse anche senza interesse, ma che ho deciso di tenere aperto. Perché in fondo, con tutte le stronzate che si leggono in giro, io non dò fastidio a nessuno, me ne sto buona buona in un angolino e magari di tanto in tanto gioco a fare la vecchia acida sfogandomi per gli orridi doppiaggi italiani, gli orrori di traduzione, chi vede 10 film e si sente un critico professionista, chi ha nerdizzato il mondo. 
Oppure mi esalterò per le cose che piacciono solo a me,  seduta su questo scomodo divanetto virtuale a psicanalizzarmi l'anima.
Sarà un delirio solipsista come è giusto che sia un blog, senza sensi di colpa e senza vanagloria. Insomma, il locale è di nuovo aperto, la birra me la sono bevuta tutta e al momento siamo un po' sguarniti. Del resto il mio sogno non è mai stato quello di gestire un locale ma di presiedere un salotto letterario, di quelli che ormai non esistono più, dove si parla di cose non legate alla sopravvivenza del corpo ma dell'anima. Per invitarci anche le persone che ho avuto la gioia e l'onore di intervistare o di ascoltare in questi ultimi tempi: IgorT, Alejandro Jodorowsky, Robert Crumb, Gilbert Shelton... tutta gente ignorata dall'Italiano Medio ma che qualcuno per fortuna ancora conosce e ama.
Per ora è tutto. Chi vuole leggere qualcosa di leggermente più sensato della sottoscritta può scorrere tra recensioni e interviste su www.comingsoon.it e sul numero di Mucchio Selvaggio in edicola, dove parlo, da umile ospite, dell'horror e di quello che mi piace oggi e che mi fa paura. E adesso chiudo perché mi sento un po' strana a parlar da sola e ho un sacco di serie in arretrato da vedere. Vi farò sapere quando il bar sarà di nuovo fornito. Oppure no. Ve l'ho già detto quanto odio novembre?

sabato 30 agosto 2014


WARNING
Questo blog si autodistruggerà tra 30 giorni
(E l'ultimo chiuda la porta)


Ehm.. Come qualcuno (forse) avrà notato, non aggiorno il blog dal settembre 2013. Dopo quell'ultimo, malinconico post, la vita nel bene e nel male mi ha travolto. Ho avuto spesso voglia di tornare a scrivere di libri, di serie tv, di gente, ma mi è sempre mancato il tempo. Mia figlia mi ha detto che non c'è niente di più triste di un blog abbandonato e io sono d'accordo con lei. Oggi quasi tutti hanno un blog, ma chi lo aggiorna spesso non è come la sottoscritta. Non riesco a scrivere solo due righe e chi s'è visto s'è visto. Per me un blog ha pari dignità di un lavoro professionale, ma è più intimo e dunque richiede un maggior coinvolgimento emotivo, che non ho al momento più voglia di impiegarci.

Mi sono resa conto che, con l'età, divento sempre più pessimista. Sono sempre meno sono le cose che mi piacciono e sempre di più quelle che mi fanno venir voglia di incazzarmi e lamentarmi, come faccio ormai su Twitter. Quest'anno poi è stato tremendo: a marzo se n'è andato all'improvviso mio padre, che non vedevo da Natale, lasciandomi un vuoto enorme. Nessun dolore può avvicinarsi a quello, ma è stato brutto pure assistere alla scomparsa di personaggi che amavo e ammiravo come PHILIP SEYMOUR HOFFMAN, e che in qualche caso avevo incontrato più volte, come ROBIN WILLIAMS.

Ero a Parigi nel 1978 quando appresi – dalla radio, che allora internet non c'era – che era morto il mio adorato JACQUES BREL. Ero appena arrivata a Parigi per una vacanza quando la mail di un collega, solo a presidiare il forte nella Roma ferragostana, chiedeva se qualcuno poteva scrivere qualcosa sulla morte di Robin Williams. La MORTE di Robin Williams? Come poteva essere morta una persona così viva, travolgente, autoironica, buona, come avevo avuto modo di constatare fin dalla prima volta in cui, a Venezia, l'intera sala si sentì male dal ridere alla conferenza stampa di Good morning, Vietnam? Un uomo così incontenibile, così spiritoso, che diceva di sé “qualcuno dice che sono un bambino nel corpo di un uomo, io mi ritengo un uomo nel corpo di un orangutan”. Come poteva esser morto l'uomo che si firmava RW, come se fosse l'unico proprietario di quelle iniziali? Quando poi ho saputo le modalità del suo addio mi sono sentita anche peggio.
I migliori di noi - ho riflettuto poi - i più sensibili, intelligenti, generosi e buoni sono quelli che se ne vanno per primi. Non ce la fanno a sopportare questo mondo falso, cattivo, perennemente in guerra, in cui a dominare sono ipocrisia, ignoranza, violenza e intolleranza.

Io li stimo quelli che hanno il coraggio di andarsene, anche se seminano intorno a sé un enorme dolore. Quando uno ha dato tanta allegria e felicità al mondo è come se rivendicasse il diritto di riprendersele con gli interessi, e io lo rispetto.

Ma mi sono anche resa conto che il mio blog, esprimendo il mio vissuto e i miei sentimenti, avrebbe finito per assomigliare sempre più a un florilegio di necrologi, e per quanto mi trovi spesso a scriverne per lavoro non credo che sia giusto farlo anche qua.

Film ne vedo tanti, serie tv di più, riesco ancora ad entusiasmarmi per qualcosa ma il bilancio emotivo e culturale è attualmente in rosso.

Il tempo libero dal lavoro lo dedico a mia figlia, alla nostra sopravvivenza in questa difficile e decaduta capitale, alla lettura e agli amici. Non mi va in questo momento di scrivere parole che andranno al vento, come tutto quello che viene “pubblicato” su Internet. Magari mi concentrerò su un libro, qualcosa che mi dia più soddisfazione e mi sembri meno effimero.

Inoltre mi sento fuori moda in un mondo dominato da ragazzetti che giocando su youtube riescono senza sforzo a conquistare anche milioni di utenti e ne fanno un mezzo di sostentamento. E' loro il futuro, non delle scribacchine come la sottoscritta.

E poi c'è dell'altro: non escludo di recuperare in futuro una forma di scrittura veloce e blogghistica, ma non in queste pagine. Questo non è il mio blog, l'ha creato una persona a cui non ripenso volentieri (auguri e figli maschi, a proposito) ma che non ha mai saputo chi ero. E' legato a un libro che – in quella forma – non ho mai amato e di mio, a parte i post degli ultimi due anni, non c'è altro.
Se torno, lo farò dunque su uno spazio che sia davvero incontaminato e nuovo.

Per adesso vi ringrazio della pazienza e dell'attenzione che avete dato ai miei vaneggiamenti. Questo blog si autodistruggerà tra 30 giorni: dal 30 settembre non sarà più leggibile. Quindi, senza tristezzam addio ai miei 4 lettori: tenete d'occhio il pulsante!