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giovedì 19 settembre 2013

Non ti ho nemmeno detto arrivederci

  Mario Maldesi, un anno dopo

 

 


La vita a volte è proprio stronza. Ci sono persone che sei sicuro che sentirai e rivedrai per trascorrerci un altro po' di bel tempo insieme. Poi ti abitui a sentirle una volta ogni due o tre anni e ogni volta che ci parli è come se vi foste lasciati il giorno prima. Certe amicizie, anche se non strettissime, sono come amori: c'è una sintonia immediata e anche se ti risenti dopo tempo riprendi subito il discorso, ritrovi la stessa voglia di condividere ricordi, racconti, passioni. Ti sembra che non sia passato tanto tempo dall'ultima telefonata, poi un giorno succede qualcosa per cui ti dici “devo chiamarlo e raccontargli”.
L'anno scorso, il 5 settembre, giorno del mio compleanno, stavo ancora male per le mie stupide questioni personali. Ero al lavoro ma nemmeno in redazione, dove molti l'avevano conosciuto, arrivò quella brutta notizia. Quest'anno, quando ho saputo che avrebbero dato il Leone d'oro alla carriera a William Friedkin - di cui era amico e con cui collaborava dai tempi de l'Esorcista fino a Regole d'onore, del 2003, suo ultimo doppiaggio per lui - ho pensato di chiamarlo. Ma è stato solo quando sono tornata da Venezia che ho avuto il tempo di sentirlo per raccontargli e condividere con lui, come altre volte avevo fatto, le emozioni di quei giorni. Stavo per chiamarlo quando una strana sensazione mi ha spinto ad andare su internet e digitare il suo nome.

E solo allora, vergognandomi di me stessa per non esserci stata, per non aver saputo, per non aver nemmeno potuto scrivere un biglietto alla moglie Francesca e alla famiglia, che ho appreso che Mario Maldesi, il più grande direttore del doppiaggio di sempre, un uomo straordinario e generoso che mi pregiavo di chiamare amico, aveva lasciato questa terra proprio il 5 settembre 2012. E ho scoperto che di anni ne aveva tanti, 89, e che io non me ne ero mai accorta, perché aveva l'entusiasmo, la simpatia e la vivacità di un ragazzo.

L'avevo conosciuto quando preparavo il mio libro su L'esorcista, nel 1999. Ricordo che ebbi il suo numero di telefono dallo sceneggiatore e regista Carlo Di Carlo, e che quando lo chiamai per fargli alcune domande sul doppiaggio del film fu gentilissimo e disponibile. Forse la prima volta ci incontrammo – qua i ricordi sono un po' più vaghi - quando uscì il libro, che gli portai. All'epoca era appena iniziata l'avventura di Coming Soon Television e quando Stanley Kubrick morì – uno shock per tutti gli amanti del cinema – lo chiamai in studio e gli feci una lunga intervista, che poi montammo con clip e contributi in un programma intitolato Le voci di Kubrick, che gli piacque moltissimo. Non solo: sempre quel giorno coi colleghi avevamo preparato un servizio di montaggio lungo e bellissimo, solo coi suoni, le musiche, le voci e le immagini dei suoi film, pensato e montato col cuore (è tuttora una delle cose che mi sono più care di quelle fatte sul lavoro). Lasciammo Mario da solo a vederlo e quando finì lo ricordo asciugarsi gli occhi col fazzoletto, commosso, e ringraziarci.
Mario era così: amava il suo lavoro, amava le persone, e se ti voleva bene te lo dimostrava.


Ci siamo poi rivisti diverse volte: nel 2000 mi coinvolse nella revisione delle scene aggiunte de L'esorcista per l'uscita del cosiddetto director's cut e anche se non compaio neanche nei ringraziamenti so che grazie a lui c'è anche un pezzettino di me. Poi nel 2003 fui ospite nella villa-agriturismo che aveva con la famiglia in provincia di Arezzo, dove il pomeriggio rivedevamo i dialoghi di Regole d'onore di Friedkin, tradotti splendidamente da Susanna Javicoli (grande attrice e dialoghista prematuramente scomparsa) e la sera giocavamo tutti con i villeggianti belgi e francesi ad assurdi ma divertenti giochi in lingua, in cui nonostante la mia timidezza mi facevo coinvolgere volentieri. Erano persone che tornavano ogni anno, affezionate come parenti, e come tali venivano trattate, non come clienti.L'atmosfera di gioia e divertimento di quelle serate la ricorderò a lungo.
Quante cose mi raccontò Mario in quella e altre occasioni, quanti aneddoti, quante storie divertenti, quanti succosi dietro le quinte! Mi disse che avrebbe potuto fare un libro parlando di tutti i maestri con cui e per cui aveva lavorato e ancora rimpiango di non aver registrato le sue storie e non averglielo scritto io, quel libro prezioso. L'elenco dei suoi lavori è troppo lungo, ma se volete l'ho trovato qua, nel suo sito ufficiale, e qua ho trovato la sua ultima intervista che ancora non riesco a vedere senza piangere. Si vede che stava male eppure parla a lungo e racconta cose meravigliose col consueto spirito. Devo a lui le voci dei film che proprio io, che non sopporto più il doppiaggio, ho tanto amato: film come Quel pomeriggio di un giorno da cani, Frankenstein Jr., Amarcord, L'esorcista, Arancia Meccanica... Davvero tutti i film che mi hanno segnato da ragazzina, cementando il mio amore per il cinema, avevano le voci scelte e dirette da lui. Grande perfezionista, dotato di un orecchio perfetto (sono anche andata a trovarlo in sala di missaggio, una volta), sul lavoro aveva fama di essere impietoso e di far piangere la gente, pur di ottenere il massimo. Ma nella vita era spiritoso, affettuoso e allegro, aveva una voce squillante e una risata contagiosa. Mi chiamava “Danielina”, io che sono alta un metro e 80 e non sono certo esile.

Ho ancora qua il dvd di Le voci di Kubrick che mi ero fatta fare per sostituire la videocassetta che gli avevo dato all'epoca. Ricordo di avergli parlato della lunga intervista fatta all'amico, autista e factotum di Kubrick, Emilio D'Alessandro, dal quale lui stesso mi aveva indirizzato. In quell'occasione, mi disse quanto era amareggiato dal comportamento di Jan Harlan, cognato di Kubrick, che nelle riedizioni dei dvd aveva tolto tutti quei meravigliosi dettagli che il regista pretendeva e per cui amava tanto i doppiaggi italiani. A questo proposito ecco la storica, calorosa lettera scritta a mano con cui Kubrick lo ringrazia calorosamente per il doppiaggio di Full Metal Jacket.
Scomparso Kubrick, Harlan è diventato il curatore della sua memoria e si è affrettato a togliere dai dvd le cose che lui amava tanto e su cui l'adattatore dei dialoghi Riccardo Aragno e Mario avevano tanto faticato: via le scritte tradotte in italiano, via “il mattino ha l'oro in bocca” da Shining, via la bellissima "Marcia di Topolino” nel finale di Full Metal Jacket, via - per gelosia e spirito di rivalsa, come i collaboratori italiani ritengono – i credits di chi ha reso giustizia a questi film meravigliosi, in un oltraggio non solo a loro ma soprattutto al genio di Kubrick.

Quella volta, abbiamo sicuramente parlato di rivederci, e facendo un po' di conti ora mi accorgo che deve essere stato almeno nel 2010, in uno dei periodi più deprimenti della mia vita. Adesso sono qua a piangerlo e a condividere questo dolore con voi, perché per me è come se fosse morto oggi e mi manca davvero non poterlo più chiamare al telefono. Era una delle poche persone con cui era veramente un piacere intellettuale parlare e uno degli uomini più intelligenti e acuti che abbia mai conosciuto. Ciao caro Mario, non so cosa ci sia di là ma mi piace pensare che sia un bel posto e che tu ci abbia ritrovato Federico, Stanley e gli altri amici e che i cori degli angeli si vergognino ad esibirsi davanti a te. Grazie di tutto, grazie per avermi dato ascolto e fiducia e perdonami per questa assenza per cui non mi dò pace. Ti porterò nel cuore e ti sentirò nelle voci di ogni film a cui hai prestato la tua arte. E dedico a te questa foto con Billy Friedkin che entrambi amavamo, scattata in un momento felice in cui per me eri vivo e sorridente come ti ho sempre visto e come sempre resterai. Ciao Mario! La tua Danielina
 

domenica 12 maggio 2013

 A VOLTE RITORNANO

 Pensieri seriali di una blogger in affanno

 



Mamma mia, quanto tempo che non ci vediamo! Com'è che si dice in questi casi? Ho avuto tanto da fare. E in effetti è così. Ho scritto di più per il sito di Coming Soon e qualche piccola cosa, con mia grande soddisfazione, anche per "Film Tv", oltre alla solita lotta contro il tempo che manca, i mezzi pubblici e la sopravvivenza quotidiana in una Roma sempre più matrigna, i problemi della figlia preadolescente e i soliti casini assortiti, e siamo già arrivati a metà maggio.

Probabilmente per portare avanti un blog con una certa continuità non bisogna scrivere per lavoro. Dal momento che io, nel mio pochissimo tempo libero, devo vedere film e serie tv, leggere, scrivere e tenermi informata, alla fine il blog-diario è il primo a essere sacrificato. Ma a me piace condividere le mie passioni, e questo è il mio spazio privilegiato per farlo, per cui cerco di riprendere le fila del discorso, se non vi dispiace.

E sono lieta di iniziare con un annuncio ufficiale, che alcuni di voi già hanno ascoltato: per un puro caso, quasi in contemporanea con l'autobiografia di William Friedkin e il Leone d'Oro alla carriera che riceverà finalmente a Venezia, a gennaio 2014 uscirà in ebook e ad un prezzo assolutamente economico, la mia monografia a lui dedicata, aggiornata e con delle novità. Per tutti quelli che me l'hanno chiesto nel corso degli anni, dunque, ecco qua: "Friedkin. Il brivido dell'ambiguità", prossimamente su tutti i Kindle e gli iPod.
E dal momento che i cadaveri a forza di aspettare sulla riva del fiume iniziano a passare, sono tornata in possesso anche dei diritti del mio "Ciak si trema", proprio quello che ha dato origine a questo blog, che inizierò ad aggiornare in previsione di un'uscita in ebook che mi permetterà finalmente di correggere tutti gli errori storici e quello che non posso vedere dell'edizione cartacea: a partire dalla copertina e dalla dedica a una persona che non la meritava. Detto questo, torniamo a parlare di visioni.

Allora, le mie passioni televisive principali in questi 2 ultimi mesi sono state sicuramente Bates Motel e Hannibal. Su quest'ultimo leggerete un pezzo introduttivo su "Film TV", mentre ne parlerò più approfonditamente alla fine della prima stagione, che spero vivamente non sia l'ultima, visto che Bryan Fuller (Dead Like Me, Pushing Daisies, Waterfalls, insomma ci siamo capiti no?) è perseguitato – come molta gente troppo creativa - da una specie di maledizione per cui gliene concedono al massimo due.

Sono poi arrivata alla fine della sesta, ottima stagione di The Mentalist (Red John ti mette le ali), e sto seguendo la seconda, altrettanto ottima, di Grimm. E poi c'è stata la riscoperta di Game of Thrones, che dopo due stagioni per me non entusiasmanti, pare aver preso veramente il volo con le prime sei puntate della terza, diventando al tempo stesso più cattiva, più appassionante, più sorprendente: chapeau! E' stato bello poi ritrovarci Iwan Rheon, dopo Misfits, nel ruolo di un sadico torturatore.

 E a proposito di quest'ultimo attore (salto di palo in frasca, ma così sarà quasi tutto questo post, come una serie di appunti) lo abbiamo rivisto anche nella sitcom inglese Vicious, nel ruolo del vicino di casa etero, vestito con improbabili pullover aderenti anni Settanta.
Ecco, anche su questo show voglio spendere due parole, anche perché non ho ancora capito se mi piace o no, però continuerò a guardarlo, e ora vi dico il perché. La struttura è quella della tipica sitcom: 20 minuti di durata, unico ambiente o quasi, e protagonista è una coppia attempata, bitchy e grumpy che non si risparmia cattiverie tremende. Nulla di che, se non fosse che il duo in questione è composto da Sir Ian McKellen e Sir Derek Jacobi, due grandissimi attori inglesi ultrasettantenni, che con gusto perverso mettono in scena una coppia di gay che vive insieme da 48 anni senza più sopportarsi. Sono tanto cattivi e sopra le righe che a volte viene da chiedersi come sarebbe stato accolto lo show se a interpretarlo fossero stati due attori etero e non due dichiarati omosessuali come loro. Gusto rétro e cattivo gusto si sposano in un matrimonio agrodolce che lascia un po' di imbarazzo in chi ride, visto che sembra di assistere, non invitati, alle diatribe private di due persone condannate a condividere la vita senza nulla in comune (come in un normale matrimonio medio, insomma).

Ma torniamo a bomba, al fantastico e al discorso dei prequel. Al cinema non funzionano quasi mai: c'è poco tempo e modo di approfondire, e quindi nella migliore delle ipotesi si resta insoddisfatti, ma in tv è tutto un altro paio di maniche. Dicevamo di Bates Motel, creato da Carlton Cuse per A&E, e ispirato sia al personaggio di Robert Bloch che al film di Hitchcock, e che mi ha piacevolmente sorpreso. Chi se ne frega se è ambientato ai tempi nostri, in un'altra località, e se Norman e la madre usano il cellulare. Il Motel è proprio quello e gli autori hanno fatto un grande sforzo di immaginazione nel mostrarci un adolescente problematico e nel dipingere il suo rapporto con la madre e il fratellastro maggiore. 

La storia è semplice: dopo la misteriosa morte del violento marito, la bella vedova Norma Bates si trasferisce col figlio a White Pine Bay, una cittadina costiera dell'Oregon, dove ha comprato coi soldi dell'assicurazione del defunto un motel dall'aria sinistra e piuttosto malandato, che inizia a ristrutturare. Non è la prima volta che la piccola famigliola cambia residenza, e Norma è iperprotettiva nei confronti del figlio diciassettenne, mentre non vuole saperne del maggiore che a un certo punto li raggiunge. 
Ma anziché l'inizio di una nuova vita, il trasferimento segna una discesa nell'incubo per i tre. Senza spoilerare niente, vi diciamo solo che la pacifica cittadina nasconde mostri alla Twin Peaks (le cui atmosfere sono volutamente ricordate), c'è un giro pesante di droga e schiavitù sessuale, Norman conosce in senso biblico la sua prima bionda, ha un'amica gravemente malata ma piena di vita, impara la tassidermia. E molto, molto altro. Gli attori sono davvero bravi e belli, da Vera Farmiga (un'attrice che ci è sempre sembrata antipatica e che mette a servizio della storia questa sua caratteristica) al protagonista Freddie Highmore, alto, magro e impacciato come Anthony Perkins, tanto da sembrare davvero una sua versione giovanile. E' un piacere vedere che gli attori bambini non sempre diventano dei mostri, crescendo, e l'ex interprete di Neverland, La fabbrica di cioccolato e gli Arthur di Besson è diventato veramente, ma veramente bravo. 10 episodi nella prima stagione, già rinnovata per una seconda.
E' bello che questi serial killer letterari e cinematografici tornino, di tanto in tanto, a farci visita, e che la tv sia capace di fare quello che al cinema non riesce: immergerli nei nostri tempi senza mancare di rispetto a loro, ai loro creatori e ai fan. E per stavolta è davvero tutto, passo e chiudo.

mercoledì 6 marzo 2013

Ragazze molto cattive

Letture e visioni in attesa dell'Apocalisse prossima ventura




Mentre la gente continua a visitare questo silenzioso blog, spinta dalle ingannevoli sirene della rete (a volte vorrei poter NON vedere cosa cercano gli individui sicuramente insospettabili spinti alle mie rive), io lo diserto da un po'. Ci sono momenti, nella vita, in cui semplicemente decidi di arrenderti, e - se tanti segnali fanno un indizio - ti metti comodamente seduto in prima fila, dotato di generi di conforto, in attesa dello spettacolo dell'apocalisse prossima ventura, come i viaggiatori del tempo in quello splendido racconto di fantascienza che è "Tempo di vendemmia" di Catherine L. Moore.

Meteoriti, Papi che abbandonano il soglio a gambe levate prima di finire sommersi dagli scandali e dalle congiure di palazzo, uomini e donne qualunque che invadono il Parlamento armati di buone intenzioni ma privi di qualsiasi conoscenza del nemico (e le vie dell'inferno si preparano a una bella rilastricatura), musei in fiamme e così via. Allora tu speri che i tuoi 4 anni di guai stiano per terminare con un big bang generale, e certo non vuoi perderti lo spettacolo per lasciare due stronzate scritte, a lettori presto carbonizzati e dissolti nell'etere.

Il mondo che immagino somiglia in maniera sempre più inquietante a quello impietoso di The Walking Dead, dove non ci si ferma per dare soccorso a un essere umano ma per raccoglierne lo zaino dopo che il suo proprietario è stato divorato, e dove piccoli gruppi cercano di difendersi da orde di morti viventi e di vivi morenti.

E allora chi se ne frega, no? Toglietevi dalla visuale e lasciatemi guardare! L'unica consolazione è che con me e i miei (pochissimi) cari scompariranno anche tutti i Filistei e gli ignavi che tanta rovina hanno portato nella mia vita.


E poi ci sono ancora i libri e le serie tv, unico prodotto del cervello umano (quello che nutrirà gli zombi di qui a poco) a darmi ancora un po' di conforto. E dunque torno qua a scrivere - anche solo per me stessa - qualcosa su una di quelle scoperte che fanno tornar voglia di leggere anche a un lettore annoiato, distratto o pentito.

Come molte donne sono attratta dal lato oscuro della realtà: quello che fa sì che una madre uccida i suoi figli o sia complice attiva di uno psicopatico, ad esempio. E per quanto sia ben consapevole che le donne sono per lo più tragicamente vittime in questo mondo maschile, non sono tanto ingenua da pensare che il Male, quello che gli anglosassoni chiamano Evil, non alberghi anche dentro di noi.
Per questo il mio incontro con Gillian Flynn era inevitabile. Anche se ho accumulato una quantità di libri che non sarò in grado di leggere nella mia vita terrena, a volte la curiosità mi spinge a comprarne di nuovi. Qualche settimana fa ho scritto per Coming Soon la notizia che David Fincher forse avrebbe tratto un film da un best-seller intitolato "Gone Girl", e, incuriosita dalla trama e dalla struttura del romanzo (ogni capitolo racconta un punto di vista e una storia diversa) l'ho comprato e letto di un fiato.

E ho conosciuto così la prima delle fantastiche bitches che popolano l'universo di questa scrittrice bionda, bella e angelica, che ha lasciato il suo lavoro decennale come reporter sui vari set mondiali per "Entertainment Weekly" (beata lei!) per dare corpo alle sue fantasie su carta.
In quello che da noi hanno pubblicato col titolo "L'amore bugiardo", la mattina del quinto anniversario del matrimonio di una coppia in crisi (lei bionda, bella, ricca e newyorkese, figlia di autori di grande successo di libri per bambini, e lui bel giovanotto del profondo Sud) lei all'improvviso scompare, in apparenza rapita. Al marito ha lasciato l'ennesima caccia al tesoro che lui frustrato non è mai riuscito a risolvere negli altri 4 anniversari, e a noi un diario che ci racconta la sua storia. Lui appare subito sospetto, lei in apparenza innamorata, sdolcinata e persa dietro un sogno, abbandonato per lasciare la dorata vita della metropoli e scendere nella terra rurale di Mark Twain. Due visioni contrapposte della realtà, entrambe insincere, continui rovesciamenti di fronte e personaggi se Dio vuole antipatici, che si meritano a vicenda.

Come l'ha definita Stephen King, Flynn è un talento oscuro, tagliente e acerbo. Come acerbo è il romanzo di esordio, "Sharp Objects", tradotto in italiano col titolo Sulla pelle: ingenuo e immaturo certo, ma appiccicoso e denso, con le sue donne sporche dentro, le sue madri da fiaba gotica, il sesso e l'autolesionismo, la perversione e la crudeltà che non risparmiano niente e nessuno. Immagini che ti restano attaccate addosso come un incubo che si fa fatica a scrollarsi di dosso. E ancora meglio è il secondo romanzo, "Dark Places" (da noi "Nei luoghi oscuri"), che ci regala un'altra eroina forte ma irrimediabilmente danneggiata, sopravvissuta allo sterminio della sua famiglia e in cerca della verità, tra strafatti adoratori di Satana, la psicosi demoniaca di massa degli anni Ottanta/Novanta, ragazzine corrotte e psicopatiche insospettabili. Se Gillian Flynn deve ancora affinare il suo talento ci chiediamo dove la porterà la sua scrittura. Non ci stupisce se tra i suoi dichiarati modelli c'è quel genio assoluto di Joyce Carol Oates, che di donne cattive tanto ha scritto: le sue storie ce la ricordano, ma in un connubio lascivo e leggermente disgustoso con i personaggi e le atmosfere di Tennessee Williams, Joe Lansdale e Stephen King.

Insomma, Gillian è bella, ricca, ha talento, ha un marito che descrive come una specie di dio greco, un figlio piccolo e dei genitori (insegnante di cinema lui, di letteratura lei) che le hanno dato un'infanzia felice, ma non si vergogna di confessare le sue pulsioni (leggete QUI) e dimostra di conoscere molto bene un femminile legato a Lilith che a molti uomini fa - giustamente - paura. 3 libri, 3 titoli di due sole parole e un talento che deve ancora esplodere a pieno ma che ha portato nel mondo della letteratura di genere la voce femminile forte, giovane e spudorata che ancora mancava.

Poi, per una singolare coincidenza, ho recuperato proprio ora una serie tv canadese partita nel 2010 e molto simile, come temi e struttura, a Grimm (e in parte anche a Angel, se qualcuno ancora se la ricorda). Si intitola Lost Girl ed è – anche se il genere non vi piacesse - interpretata da alcuni degli attori più belli e sensuali che abbiamo mai visto, per di più frequentemente impegnati in scene di sesso. Bo è una Fae, una creatura soprannaturale, una Succubus, che emana una forte energia sessuale e si nutre dell'eccitazione che provoca negli umani, che uccide dopo o durante il sesso, togliendo loro l'energia vitale. In fuga dopo 10 anni di incidenti di percorso, dovuti al fatto che non sa controllare il suo potere, dopo aver salvato una giovane sbandata, Kenzi, da un predatore sessuale, forma con lei una strana amicizia e una forte alleanza che fondano le basi per una agenzia investigativa privata. Ma Bo, come in ogni fantasy che si rispetti, è in cerca del segreto della sua nascita e della propria identità,  e decide tra mille difficoltà di restare neutrale e indipendente in un mondo diviso tra umani, Fae della luce e Fae dell'oscurità. Ad aiutarla ci sono anche il detective Dyson, un Fae spettacolare in grado di trasformarsi in lupo, e una bionda scienziata umana, Lauren, che lavora per i Fae e che diventa parte di un bizzarro e tormentato triangolo amoroso.

Lost Girl non sarà il massimo dell'originalità, ma è divertente, ben fatta, recitata benissimo, e Bo è un personaggio femminile che fa quello che molte di noi sognano di fare (si chiama fantasy proprio per questo, ohibò). E' più adulta e più attraente di Buffy, è una donna libera a cui piace il sesso (per lei sexual healing è un'espressione da intendersi in senso letterale) e che cerca di dominarne il potere distruttivo. Ci piace questa via canadese al genere, come ci è piaciuto l'approccio francese di un'altra bellissima serie, Les revenants. Ma magari ne parliamo un'altra volta. Sempre che Melancholia non ci sorprenda arrivando a tradimento, come ogni fine del mondo degna di questo nome.

domenica 10 febbraio 2013




SERIAL KILLER E KILLER DI SERIE

The Following



   Già nel lontano 1996, all'epoca della prima pubblicazione di Ciak si trema, dedicai un capitolo ai serial killer. Il cinema ne aveva infatti raccontato le crudeli gesta fin dai primordi con film d'autore come M il Mostro di Dusseldorf di Fritz Lang, l'exploitation le aveva poi esaltate negli anni Sessanta e Settanta, e nei Novanta c'era stata una vera e propria inflazione cinematografica della figura. Subito dopo Il silenzio degli innocenti, capolavoro e film spartiacque del filone, iniziarono a nascere cloni che si distaccavano sempre più dalla realtà, virando verso una romanticizzazione del personaggio, che diventava un vero e proprio superuomo, colto e bigger than life. Il libro di Thomas Harris nasceva dall'incontro con un vero e proprio eroe dei nostri tempi, il profiler dell'FBI John Douglas, allievo di Robert Ressler, pioniere nel campo degli studi sui serial killer. Ed è vero che tra gli omicidi seriali ce ne sono stati di intelligentissimi (è il caso ad esempio di Ted Bundy e Ed Kemper) ma la maggior parte degli psicopatici ha un'intelligenza media se non decisamente inferiore. Se sembrano e a volte risultano imprendibili, è perché conoscono le arti della dissimulazione, si confondono nella folla, non si mettono in mostra, tranne in casi di acuto narcisismo che li conduce quasi sempre alla cattura.

Il cinema, invece, dopo Hannibal Lecter, ha scelto di renderli invincibili e ha creato una vera e propria mitologia – l'eterno scontro tra Bene e Male, che spesso si confondono - attorno al confronto tra l'uomo che cerca di entrare nel cervello del predatore e mettersi nei panni delle sue vittime, per carpirne i segreti e catturarlo, e colui che dispensa morte e sofferenza per il proprio sadico piacere. Dopo un po', gli agganci anche minimi alla realtà sono andati a farsi benedire. E' così che sono nati Dexter e, ultimo della progenie, il Joe Carroll di The Following.


Non so a voi, ma i veri serial killer a me fanno paura, mentre quelli del cinema spesso mi fanno ridere. A meno che, ovviamente, non si tratti dell'Henry di John McNaughton col fantastico Michael Rooker, film liberamente ispirato alle gesta della coppia pluriomicida formata da Henry Lee Lucas e Ottis Toole (furono proprio le confessioni “esagerate” del primo negli anni Ottanta a dare il via alla mania per i sk). Per interpretare un sociopatico ci vuole un'aura di normalità dietro cui l'attore sia in grado di far trapelare, con la forza della sua arte, la follia più agghiacciante e assoluta. Se fu straordinario Anthony Hopkins nella sua prima incarnazione di Hannibal, ed era credibile e inquietante nella prima stagione Michael C. Hall nel ruolo di Dexter Morgan, non troviamo né carismatico né affascinante il Joe Carroll di James Purefoy, scelto probabilmente dalla produzione perché unico attore inglese ancora disponibile, tra i suoi impegnatissimi colleghi. Ma la colpa, poverino, non è neanche sua, così come non è colpa di Kevin Bacon se sembra uno stoccafisso (verrebbe quasi voglia di rispolverare la geniale definizione data da Stefano Benni di Warner Bentivegna nel televisivo Una tragedia americana: boccheggiante come una carpa, espressivo come un cocomero al buio). Il fatto è che Kevin Williamson passa ancora per genio dopo Dawson's Creek e i primi due Scream, che avevano in effetti almeno una levità di tocco che poteva dare respiro anche a materie oscure come queste. Ma quella di Williamson è una reputazione immeritata (l'avete visto il quarto Scream?!)  E' per questo che ha scelto di riprendere il filone serial-killer messianico-letterario-organizzato-pianificatore-sadico-vendicativo – che comprende anche Se7en - senza dimostrare un briciolo di consapevolezza del genere e d'ironia.
 Insomma, questa serie è troppo seria, se ci passate il calembour, e troppo monocorde. Passi l'idea della setta/famiglia (e anche il leader poco carismatico, segno di tempi in cui anche il Male ha un volto più banale), ma che ha fatto di male il povero Edgar Allan Poe - pretesto del disegno poetico-criminale di Carroll - per vedere il suo volto ridotto a un'orrenda maschera di gomma, indossata dai suoi scellerati discepoli? L'autore avrebbe dovuto tenere a mente la lezione del grande Vincent Price, che agli incubi di Poe ha dato vita nello splendido ciclo di film realizzati da Roger Corman, e che ha scatenato la sua vendetta macabra e divertente in L'abominevole dottor Phibes e Oscar insanguinato, usando le 7 piaghe d'Egitto e le opere di William Shakespeare. Senza colpevolizzare né la Bibbia né il Grande Bardo.
The Following si limita a punire i veri amanti del geniale scrittore e riesce nella quasi impossibile impresa di offendere perfino i veri serial-killer.Come ho detto prima, a me quelli veri fanno molta paura, e proprio perché li temo li rispetto. E se ci credo mi spavento. Ma, per quanto mi sia sforzata, al serial-killer di The Following, al suo diabolico piano contro il proprio doppio/rivale, ai suoi assistenti pisquani e all'uomo condannato a combatterlo, non riesco proprio a credere. E se l'Uomo Nero non fa paura, che gusto c'è a guardarlo?


martedì 22 gennaio 2013



UOMINI E COCCODRILLI


Addio a Michael Winner, gourmet extraordinaire


C'è una premessa indispensabile a quanto scriverò stasera. Nella redazione di Coming Soon Television, dove, da oltre 12 anni, espleto le variegate funzioni che mi permettono di portare a casa la pagnotta, mi conoscono come “la donna dei coccodrilli”. Se non sono io ad accorgermene per prima, i miei colleghi mi guardano con l'espressione sorniona di chi sottintende – e a volte ci scherziamo pure su - “guarda che anche oggi ti tocca il Morto”. Ora, vorrei che fosse chiaro che non mi piace scrivere coccodrilli, o meglio: non mi piace farlo per artisti che non mi hanno mai detto niente, che non hanno toccato con la loro opera la mia vita, le mie esperienze giovanili o della maturità. Qualcuno mi ha detto che i miei necrologi piacciono perché sono scritti col cuore: ma questo mi è possibile solo per chi questo cuore ha fatto battere e questa passione suscitato. A volte si tratta di “brevi incontri” che mi hanno lasciato qualcosa, altre di amori lunghi una vita, e come si fa a non dirgli addio? Io non ne sono capace. Però, se il Morto non lo conosco bene o non mi sembra uno di famiglia, odio scrivere poche righe frettolose citando il meglio della sua filmografia, anche se a volte lo devo fare e lo faccio.

Ieri sera, prima di andare a letto dopo una giornata al solito frenetica, morta di sonno e assai rincoglionita, mi era sembrato di leggere su Twitter un tweet che diceva “Michael Winner RIP”, ma il mio cervello si è rifiutato di registrarlo. @MrMichaelWinner nel suo account su Twitter – oggi ancora attivo – si descriveva così: “sono un regista cinematografico, scrittore, produttore, smacchiatore di camicie di seta completamente pazzo, dal pessimo carattere, un esemplare profondamente ridicolo di umanità in deep shit” (non serve traduzione anche di questo, no?).

Stamani arrivo in redazione e un collega mi dice che purtroppo è proprio vero, perciò mi accingo a scriverne ma i Morti non aspettano, e un veloce necrologio era già stato pubblicato ieri sul sito mentre io ero impegnata in altre cose. E quindi nulla. Ma a me dispiaceva lasciarlo così, come il regista della serie de Il giustiziere della notte, perché su Twitter lo avevo, per così dire, “conosciuto” umanamente, ne avevo apprezzato il caustico senso dell'umorismo, scoprendo la persona dietro l'immagine di cattivo ragazzo che gli piaceva tanto dare di sé e che ne aveva fatto, come personaggio pubblico, un uomo detestato da gran parte degli inglesi e amato da una parte altrettanto consistente. Qualche volta gli avevo scritto e mi aveva anche risposto, sempre con cortesia, come quando gli avevo dato notizia che un amico italiano, Fabio Zanello, aveva curato un libro di saggi, il primo, dedicato al suo cinema. Ne era stato molto felice. Eccolo QUA

A proposito di libri, sulla mia copia usata ma come nuova di Unbelievable!, una delle autobiografie di Michael Winner, c'è un fumetto di suo pugno con dedica autografa a tale Margaret. Ma come, dico io, uno compra un libro, se lo fa dedicare per poi rivenderlo intonso? Sono strani questi britanni!

Definire Michael Winner solo come regista dei tre film di Il giustiziere della notte è riduttivo. Ha fatto anche l'horror SentinelImprovvisamente, un uomo nella notte (bella versione de Il giro di vite di Henry James interpretata dal suo grande amico Marlon Brando), una serie di pellicole con l'altro suo grande sodale e compatriota Oliver Reed, iniziata con The System nel 1964. Ha lavorato con Burt Lancaster, Sophia Loren, Roger Moore, Michael Caine, Robert Mitchum (nel bel Marlowe indaga), Ava Gardner

Nel 1972, con Chato, avviene l'incontro con un altro attore e uomo a lui carissimo, Charles Bronson. Di lui, e della moglie Jill Ireland, offre un vivido ritratto, così come degli altri attori, nelle pagine delle sue ricche e godibilissime autobiografie (Winner Takes All: A Life of Sorts, 2004, Unbelievable! My Life in Restaurants and Other Places, 2010, e Tales I Never Told, 2011). Con lui realizza appunto il suo film più famoso, nel 1974, e due sequel. Quando Il giustiziere della notte arrivò in Italia, io avevo 16 anni. Ricordo benissimo i dibattiti e le accuse feroci di fascismo che gli vennero rivolte. Erano anni così. 
Gli schieramenti erano netti e definiti e su tutto si discuteva (avevi voglia di urlare: "no, il dibattito no!"). E forse era meglio, visto che quando è arrivato Io vi troverò con Liam “Spaccaculi” Neeson (copyright Domenico Misciagna), nessuno ha speso una sola parola su un film che faceva sembrare il giustiziere di Bronson una versione particolarmente tenera del cacciatore di Biancaneve. Comunque sia, all'epoca non lo vidi, nonostante l'amore che nutrivo già per l'attore dalla faccia di pietra. L'ho rivisto di recente, trovandolo un action più che degno, quando ho “scoperto” l'uomo Michael Winner, che fino ad allora neanche sapevo che faccia avesse, e, come al solito, mi è venuta voglia di conoscerne l'opera omnia.

Ricordo la mia sorpresa nel sapere che tra i suoi connazionali era ormai praticamente più famoso per l'attività a cui si era dedicato quando aveva lasciato il cinema: quella di restaurant and food critic, prima con una rubrica sul Sunday Times, Winner's Dinners, poi con un reality show in cui stroncava senza pietà le cattive pietanze che alcuni concorrenti lo invitavano a mangiare a casa loro, offrendo però in cambio la sua leggendaria ospitalità e conquistandoli con la sua generosa personalità. Aveva pubblicato libri anche su questo argomento: più che un critico gastronomico preferiva definirsi un semplice amante del buon cibo, un dilettante senza pretese. Un altro tipo di fama l'aveva avuto come testimonial delle assicurazioni esure (“calm down, dear”) per cui si era anche vestito da fatina con tanto di ali.

Ieri @mrMichaelWinner è scomparso da questa terra, all'età di 77 anni, nella sua meravigliosa e antica dimora all'interno di Holland Park (che aveva di recente messo in vendita). Aveva al fianco la compagna Geraldine, conosciuta e amata all'inizio della sua carriera, tradita mille volte con donne sempre giovani e bellissime, e sempre ritrovata. Reduce dall'intossicazione alimentare da cui si era salvato a stento ma che gli ha divorato il fegato e l'ha pian piano portato alla morte, con lei si era fidanzato ufficialmente nel 2007 e sposato a Londra nel settembre del 2011. Testimone di nozze l'amico di una vita, sir Michael Caine, con la moglie Shakira. Tutte queste cose le aveva, con gioia, condivise su Twitter.
E' stato proprio il cibo che amava tanto a uccidere Michael Winner: le ostriche avariate che gli erano toccate in sorte alle Barbados e poi la passione per la steak tartare, mangiata troppe volte con un sistema immunitario già molto indebolito. Sembrava immortale, quest'uomo ricchissimo, conservatore ma illuminato, che aveva solo amici famosi e altolocati e che nei suoi Tweet parlava volentieri delle uscite con una delle sue auto - in genere la Rolls Royce - per andare a pranzo nei migliori ristoranti, e del suo cinema privato state-of-the-art in cui da sempre si faceva proiettare in pellicola i film che voleva vedere, quando non erano ancora usciti in sala.

A volte aggressivo, ma solo coi tanti imbecilli senza senso dell'umorismo che girano per la rete e che doveva periodicamente bloccare, era perfino diventato suo malgrado un paladino dei gay quando, durante un talk show in cui si discuteva di matrimonio tra persone dello stesso sesso, aveva elegantemente ed eloquentemente difeso due signore lesbiche sottolineandone l'estrema dignità, che faceva apparire il conduttore come lo stronzo che era. Aveva detto più o meno così. Le controversie lo divertivano, e quando negli anni Settanta partecipò a un dibattito in cui venne offeso pesantemente da una femminista, solo per aver osato dirigere un film misogino come Il giustiziere della notte, si limitò a ridere con gli occhi: non si sarebbe mai abbassato a rispondere a una cattiveria con una perfidia.
Ecco, non avevo intenzione di dedicare tutte queste parole e questo spazio a un uomo che non ho nemmeno mai incontrato e con cui, a ben vedere, non ho nulla in comune. Ma è anche questa una prova del suo fascino. Michael Winner mi piaceva perché era un signore nel vero senso della parola, innamorato della vita e delle cose belle, generoso senza fanfare e aperto nei confronti delle persone interessanti, di qualsiasi estrazione sociale. Un uomo d'altri tempi, che John Landis nel suo Ladri di cadaveri aveva fatto precipitare in carrozza giù per un precipizio, senza capire, nemmeno lui, perché c'era gente che dopo aver visto il film si complimentava per avergli fatto fare una fine del genere. Di certo Winner si era divertito come un matto, e, per quanto triste e dolorosa sia una morte (e la sua lo è stata, se aveva anche considerato di andare in una struttura che lo assistesse nel trapasso), ci piace ricordarlo con quella faccia da vecchio cattivo, mentre gli occhi ne tradiscono il buonumore. Il suo sembrava l'incontenibile sorriso di chi ha da tempo scoperto, ma non te lo dirà neanche se lo ammazzi, l'inafferrabile senso della vita.

mercoledì 16 gennaio 2013

CADAVERI CALDI

A Survivor's Tale

 


Salve, miei amabili lettori, e dico proprio a tutti, anche allo sparuto drappello che approda a queste sponde desolate digitando “porno gay serial blogspot” o similia, tutte cose in grado di allietare le notti sicuramente più delle mie futili riflessioni sul cinema e sull'immaginario horror. Sono ancora viva, reduce da una delle giornate più deliranti che mi sia capitato di vivere da abitante di Roma, grazie ad un acquazzone che ha come al solito reso un'impresa degna di essere scolpita nel marmo la seguente: uscire di casa e arrivare in tempo utile alla destinazione a pochi chilometri di distanza, vedere un film (in questo caso, in anteprima mondiale, Warm Bodies, e non iniziate a fare facce strane che ne parleremo dopo), intervistare il talent di turno (Nicholas Hoult, il bambino che ci ha straziato le orecchie in About a Boy ma anche il Beast degli X-Men e l'interprete della serie cult Skins e del film di Tom Ford A Single Man) e tornare a casa.
Tutto questo dopo una notte insonne da meteoropatia, visto che, a quanto ho sentito, sono stata solo una dei tantissimi abitanti di Roma colpiti da questo morbo improvviso, che mi ha obnubilato il cervello al punto da farmi tentare la creazione di spericolate sinapsi sintattiche in inglese, nello stesso modo in cui R, nel film, cerca di articolare le parole da zombie. Forse per via del suo allenamento, il buon Nicholas è riuscito comunque a capirmi, e mi ha concesso una lunga intervista che non pubblicherò qua, confondendo penso la mia confusione mentale per un lusinghiero tentativo di emulazione del suo lavoro da attore. Mi sento, davvero, una sopravvissuta, e visto che siamo solo a mercoledì, mi chiedo quando mai riuscirò a mettermi in pari con serie, letture e film. Forse mai. Forse, vista la strana epidemia di insonnia appena passata, è ora di cominciare a prepararsi sul serio, come fanno in America, per la Zombipocalypse o come cavolo la vogliamo chiamare.

Comunque, dicevamo, Warm Bodies, di cui non vi faccio qua una recensione perché la farò sul sito di Coming Soon Television quando il film arriverà nelle sale il 7 febbraio con un esercito di ben 400 copie: intanto c'è da dire che - anche se ne condivide i produttori - questo film non è affatto parente stretto di Twilight. Che questo sia un male o un bene lo decideranno i teenager a cui è principalmente rivolto, ma, questo ve lo posso anticipare, il film ha più livelli di lettura ed un'intelligenza e un'eleganza di confezione che non mi aspettavo da una storia del genere e che – credo proprio – siano principalmente merito del regista Jonathan Levine. Il libro l'ho qua e lo leggerò quanto prima, ma la mano del regista di 50/50 è inconfondibile. Ed è sicuramente sua l'idea del gradito omaggio a Zombi 2 (in Italia, Zombi all'estero) del grande Lucio Fulci, che ha mandato in solluchero tutti i fan e i nerd presenti (che si moltiplicano per partenogenosi ad ogni proiezione).

Suppongo che le battute facessero più ridere in inglese, ma questo Romeo e Giulietta tra zombi e umani non è assolutamente stupido, la coppia protagonista – Hoult e Teresa Palmer – fa scintille (chissà che Jennifer Lawrence non si sia ingelosita, vedendolo) e alcune idee ci sono piaciute molte. Altre meno, ma ci sembra che questo sia un teen-movie (ahimé, so che ora arriverete anche voi, cultori delle Lolite, fuorviati dalle sirene dei motori di ricerca) che non sottovaluta, per una volta, il suo pubblico di riferimento.

Nel periodo in cui non ci siamo sentiti, inoltre ho rivisto Frankenweenie e ho scritto QUESTO, ed è morto NAGISA OSHIMA. Ho scritto anche questo, anche se non è firmato, visto che è solo un piccolo e frettoloso coccodrillo, per ricordare un regista di cui ho adorato almeno due film: Furyo, meraviglioso, e Tabù-Gohatto, ancora sul tema dell'omosessualità, che nel 2000 vidi a Cannes, e di cui seguii, emozionata, la conferenza stampa. Perché, anche se i suoi film forse più famosi in Occidente, Ecco l'impero dei sensi e L'impero della passione, non sono tra i miei preferiti, e non sono una cultrice del cinema giapponese tout court, quelli che ho citato prima mi hanno davvero commosso e toccato. Oshima era un Maestro, il problema è che nessuno vuole più essere allievo, visto che proprio oggi un giovane critico si vantava – o così pareva - di non aver mai visto un suo film. Come se l'amore per la fantascienza e l'horror dovesse per forza escludere tutto il resto. Vabbé, non cominciamo con le prediche sennò non ne esco.

Non voglio chiudere in tristezza, però, perché sono contenta di essere sopravvissuta anche oggi e di essermi comunque divertita. Domani, se ho culo, tornerò umana come R in Warm Bodies, parlerò di nuovo un fluente inglese (magari ti faccio una sorpresa e ti telefono, Nicholas) e a Roma non pioverà né nevicherà e la giornata sarà perfino noiosa. Ah, ma dimenticavo la cosa più importante. Nel periodo in cui ero fuori radar, ho anche ricevuto una bellissima telefonata dal mio amico Egidio Eronico (che ha tra l'altro diretto Charlton Heston nella sua ultima grande performance in My Father, e scusate se è poco!). Non solo bellissima perché mi augurava un buon anno, ma soprattutto perché nelle sue parole ho avvertito l'assoluta urgenza di darmi un salutare calcio in culo. Lui sa di cosa parlo. Io volevo solo dirgli pubblicamente grazie. Davvero, ne avevo bisogno e prometto che non andrà sprecato. E adesso vediamo quanti nuovi “lettori” mi porteranno questi scabrosi argomenti.

sabato 5 gennaio 2013

 

 Buon 2013

Per arrivare là, dove nessun uomo è mai giunto prima


Ben ritrovati, spero abbiate passato delle feste serene, e che siate pronti, a differenza della sottoscritta, a prendere a calci in culo il nuovo anno.

Lasciando da parte i convenevoli e riprendendo le fila di questa specie di blog (dove non si parla di cucina, di politica e di calcio, cioé delle uniche cose che a quanto pare interessano gli italiani), poche cose mi divertono di più del vedere come i motori di ricerca rispondano alle richieste più strane del web, indirizzando sti poveretti sulle strade sbagliate del mio Ciak si trema. Così, dopo il "bambino sfregiato col bisturi", i "video porno di signore seguite da sc..." (Scavatore? Scippatore? Scrittore? Scopatore? Come vorrei poter leggere tutto!), "trema tutto e possibile che prende" e vari accenni anche lontani a cose di cui magari parlo davvero, c'è anche qualcuno che ci è arrivato con questa domanda: "Sasha Roiz è gay?" 
Ora, per chi non lo sapesse, cioè la maggioranza di quanti mi leggono, Sasha Roiz è l'attore canadese – molto sexy – che interpreta il Capitano Renard, misterioso esponente di una famiglia reale di Wesen, nella bella serie tv GRIMM. E se così fosse? E' vero che per gli etero sarebbe uno spreco, ma è anche molto probabile che nessuno di noi abbia occasione di verificarlo, e in ogni caso questo non diminuirebbe il suo fascino. Mi chiedo perché ci sia gente che presuppone che internet abbia TUTTE le risposte quando ha tutt'al più TUTTE le insinuazioni. Vabbé, comunque leggere questi dati mi diverte, e mi fa venir voglia di scrivere (ovviamente non di quello che interessa a queste persone). So che scrivere più spesso la parola porno mi porterebbe più lettori, e del resto sono convinta - e ho sempre detto - che il porno e l'horror sono due generi strettamente imparentati perché mettono in scena lo sfruttamento del corpo umano, la sua dissezione teoretica e pratica, e sono entrambi basati sulle pulsioni più elementari. Ma il primo non lo frequento da tempo e quando l'ho fatto mi ha in genere annoiato, mentre il secondo mi sfugge, da un po' di tempo a questa parte.

Sto meglio – mi sono sfogata e sfogarsi fa SEMPRE bene, specie se si ha ragione – e tra le mille cose che voglio leggere, vedere, scrivere e VIVERE in questo 2013, credo che il proposito numero 1 sia quello di studiare me stessa e i miei simili. Ho in mente un libro in parte autobiografico e voglio impiegare il tempo che passo sui mezzi a "osservare" l'umanità depressa costretta a prenderli, invece che concentrata su me stessa e sulle cose che mi piace leggere e ascoltare.

Mi dispiace cambiare totalmente tono, per salutare da queste pagine alcuni dei grandi scomparsi di fine anno (ce ne sono sempre, mi piace pensare che lo facciano apposta per guastare le feste a chi resta), a partire da Rita Levi Montalcini, che non ho mai capito cosa abbia fatto anche se so che è un genio riconosciuto, ma che, diciamolo, il suo bel secolo di vita se l'è vissuto. Poi se n'è andato Charles Durning, un attore corpulento e corposo che ho sempre adorato, con quello sguardo tra l'affabile e il perfido, perfetto sia per ruoli da buono che da villain. Mi è piaciuto tanto in film che ho amato molto: La stangata, Quel pomeriggio di un giorno da cani, I ragazzi del coro, Il più bel casino del Texas, Lo spaventapasseri e Mr. Hula Hoop. Era uno di quei caratteristi che lasciano il segno, come ne nascono sempre più di rado. Ci ha lasciato per sempre la vigilia di Natale, a 89 anni. Della sua morte qualcuno si è accorto, mentre ha avuto purtroppo meno risalto quella del regista italiano Emidio Greco,
scomparso a soli 74 anni lo scorso 22 dicembre. Autore di un importante film fantastico come L'invenzione di Morel, del 1974, dal racconto di Adolfo Bioy Casares, con uno straordinario Giulio Brogi, di Una storia semplice con Gian Maria Volonté, e del recente Notizie degli scavi, avevo avuto occasione di intervistarlo a lungo in una vecchia edizione del Bellaria Film Festival. Era un uomo molto colto, interessante, autore di 7 soli film, una persona di raro valore, un intellettuale disponibile e acuto, forse troppo schivo per una società da sempre amante dei caciaroni e degli urlatori.

E' morto poi anche il creatore di due serie che non ho mai amato molto, Spazio 1999 e Ufo, nonché dei Thunderbirds che mi hanno sempre fatto impressione:  
Gerry Anderson, autore della sci-fi di culto per molti dei ragazzi degli anni Sessanta/Settanta, ha preso il volo a 83 anni il 26 dicembre. 
Ma la scomparsa che mi ha colpito di più è quella di un personaggio assai meno famoso: Alberto Lisiero, fondatore dello Star Trek Italian Club, l'Ammiraglio della nostra flotta spaziale, che se n'è andato all'improvviso, troppo presto, a 48 anni. 
Durante le vacanze di Natale ero finalmente riuscita a guardare Trekkies, lo splendido documentario sui fan dell'universo creato da Gene Roddenberry, quello libertario, pacifista, hippy, aperto e tollerante di Star Trek
E attorno ai valori di questo mondo si è costruito proprio per questo un fandom colorito, divertente, a volte estremo, ma sempre interessante e umano. Ricordo di essere andata, molti anni fa, a una delle prime convention dello Sticcon, che si teneva a Viareggio, e in quell'occasione ho sicuramente incontrato Alberto, che era un punto di riferimento imprescindibile, assieme alla moglie Gabriella Cordone, anche per le pubblicazioni e le versioni italiane dei film e telefilm della serie. Non me lo ricordo, ma mi piace la sua passione, il fatto che sia stato sepolto con l'uniforme della Federazione e che per i suoi funerali siano arrivati a Bibione centinaia di fan in divisa. A qualcuno farà sorridere. A me, in tempi in cui non si riesce ad accendere la tv senza vedere gente priva di valori umani, che pietisce voti e consenso, commuove questa vita e questo addio affettuoso, e spero che a dargli il benvenuto, su nell'Ultima Frontiera, sia stato il burbero ingegnere scozzese interpretato da James Doohan, e che Alberto abbia avuto il tempo di dirgli, prima di lasciare bruscamente questo mondo, "beam me up, Scotty".

lunedì 24 dicembre 2012



Buone feste dalla fine del mondo

THE MASTER e i giorni dell'Apocalisse


E' un po' che non scrivo. Di nuovo. Qualcuno di tanto in tanto ancora capita a leggere questo blog, e mi fa piacere. Aspettavo la fine del mondo, e sono rimasta delusa. Poi ho capito che i Maya non si erano sbagliati, ma che il mondo è davvero finito. E' finita la civiltà, la pietà, la voglia di credere e di combattere, la speranza.
Capirete dunque che questo post non sarà tanto natalizio e festivo. La mia nuova vita, che aspettavo con tanta gioia, stenta a partire e, contro ogni logica, provo ancora rancore nei confronti di un uomo che probabilmente non è mai esistito così come lo pensavo (ed è quell'odio stupido che ti rende peggiore di quello che sei). E questo solo sul versante personale.
Poi c'è il mondo fuori:  un ragazzo di 20 anni fa strage di bambini, torna la Mummia con la sua corte di nani, ballerine, calippare, senza palle e leccaculo, dopo aver fatto fare ai banchieri il lavoro sporco, Roma sembra un campo di battaglia e la metro B, che prendo quotidianamente, è un'esperienza da brivido. Non andrò in analisi, non prenderò psicofarmaci e ritroverò da sola la gioia di vivere, prima o poi, ma è ovvio che tutto quanto scrivo adesso sia autoreferenziale, e purtroppo nemmeno masochisticamente divertente come le pagine autobiografiche di David Sedaris. Per cui, se volete abbandonare questa lettura e andare a leggere il blog brillante di quell'altra maggiorata più famosa e fortunata che risponde al nome di Selvaggia Lucarelli, sappiate che vi capisco e vi approvo.

Ciò detto, è d'obbligo un post horror per le feste e per un 2013 che spero porti via definitivamente tutti i residui di questa orribile fine del mondo, che avrei preferito bella, straziante e malinconica come quella di Melancholia, film meraviglioso come il suo regista, al quale, prima o poi, dedicherò tutto lo spazio che merita.

Per fortuna c'è un altro autore che, in questi tempi superficiali e vuoti, va per la strada su cui lo porta il suo erorme talento e parla dei grandi temi della vita: Paul Thomas Anderson.. La visione di The Master mi ha lasciato - come sempre mi capita coi suoi film - avvolta da un cumulo di sensazioni così forti e profonde che per un pezzo non sono neanche riuscita a parlarne. E per fortuna non dovevo scriverne subito. Scordatevi tutti i discorsi su Scientology e affini: la setta è solo un pretesto per raccontare una storia d'amore tra due uomini che sono l'uno l'opposto dell'altro. Il Maestro ha fatto del controllo delle proprie emozioni la base del suo carisma, che esercita senza problemi sulla gente semplice e in cerca di certezze e risposte nel secondo Dopoguerra americano. Poi c'è Freddie, una scheggia impazzita, un reduce di guerra che risponde solo col corpo, reagendo a stimoli che gli sono stati impiantati e che, come il buon selvaggio di Rousseau, viene scelto dal primo come oggetto di una sorta di esperimento per trasformarlo nell'erede sperato. Il tutto raccontato nell'epico splendore di una fotografia iperrealista a 65 millimetri, scandito dalle musiche ossessive, urgenti, violente della colonna sonora capolavoro di Jonny Greewood dei Radiohead (se non gli danno l'Oscar è una vergogna). E loro, Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix, sfoderano due performance meravigliose, portando l'arte della recitazione a livelli raramente visti prima. Il primo recita soprattutto con lo sguardo, il sorriso, la mimica impercettibile del volto, anche se diventa fisico in una splendida, gioiosa scena di lotta. Il secondo con la postura innaturale del corpo, il sogghigno sempre presente sul viso, la risata imbarazzata e "idiota", gli scatti scordinati del corpo (da brividi la scena della distruzione della cella e della cuccetta). E naturalmente entrambi recitano con la voce, per cui vi prego, vi scongiuro, di vederlo ove sia possibile in lingua originale. The Master è un film che chiede a tutti noi di compiere quella che è la scelta più basilare della vita: essere liberi o sottomettersi, cercarsi un padrone o affidarsi al proprio corpo animale senza remore e timori. In fondo anche The Master è un horror, perché cosa può fare più paura dello sbagliare il proprio percorso in quella che è l'unica vita che abbiamo?

Parlando invece di visioni horror più canoniche, ho provato a vedere V/H/S ma dopo venti minuti ero già satura del tutto e ho fatto nostalgicamente ricorso al fast-forward. Non so voi, ma io sono arcistufa di questi finti video e found footage, che con l'eccezione di The Blair Witch Project e Chronicle, non hanno mai prodotto niente degno di nota (e per favore non mi citate Balaguerò). Aspetto con una certa curiosità MAMA un film che nasce da questo CORTO SPAGNOLO e che mi sembra se non altro interessante, ma per il resto non mi viene in mente altro che non sia il magnifico horror televisivo di American Horror Story e The Walking Dead.

E allora riparliamone, no? Leggete solo se seguite le serie perché non mi va di scrivere la parola SPOILER ogni 3x2.  La puntata “natalizia” del primo, Unholy Night, è stata incredibilmente bella, blasfema, cruenta e divertente. Ian McShane ha dato vita a un serial Santa Claus memore di tutti gli holiday splatter che ricordiamo, da Un Natale rosso sangue alla serie di Silent Night, Deadly Night. Ma è stato tutto splendidamente sopra le righe, dall'inizio con lo sterminio della famiglia pronta a celebrare il Natale, a "sister Satan" che addobba l'albero di Natale con le dentiere, le flebo, i cateteri, i capelli e le padelle dei poveri dementi, alla pessima fine di alcuni dei protagonisti, ai colpi di scena e al ritorno del magnifico Dylan McDermott. Grande serie, stracolma di citazioni, amore per il genere, rovesciamenti di prospettive e attori da amare, sui quali quest'anno spiccano la "solita" Jessica Lange, Sarah Paulson, Zachary Quinto, Lily Rabe e l'incredibilmente potente James Cromwell (visto quest'anno in un piccolo ruolo anche in Boardwalk Empire).

The Walking Dead ci lascia nel mid-season e lo ritroveremo a febbraio, con una spettacolare reunion all'ultimo sangue tra i magnifici fratelli Dixon, Merle e Daryl, che non si vedevano da una vita, si cercavano da sempre, e sono diversi come il giorno e la notte. Il primo noi spettatori l'abbiamo ritrovato dopo ben tre stagioni. E col Governatore dello splendido David Morrissey, mezzo cieco e più fuori di testa che mai, che, come il Conte Olaf di Lemony Snicket vuole vedere sangue e violenza. Che dire? Io adoro entrambi gli attori, Michael Rooker dai tempi del terrificante Henry pioggia di sangue, e Norman Reedus da quando l'ho scoperto in questa serie per cui, contro tutte le apparenze, spero che sopravvivano entrambi e ammazzino tutti i cattivi. Che poi forse sono i buoni. Che poi magari sono gli zombi. Che poi probabilmente siamo noi. Sono tempi confusi, e se sopravviviamo ai nostri disastri pubblici e privati e scegliamo di essere liberi, che la sorte ci sia benigna. Se vogliamo essere Maestri, manipolatori e dominare chi sta peggio di noi, che il cielo ci strafulmini. Io ho già scelto. Un bel giorno questa guerra finirà. Basta non lasciare mai questa questa barca del cazzo.