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domenica 30 aprile 2023

L'ARTE E GLI ARTISTI CI SALVERANNO

RIFLESSIONI SU DUE SPETTACOLI TEATRALI


 


 Alla mia non più tenera età – che cerco comunque di affrontare con la stessa giovanile freschezza di sempre, se non nel corpo, di sicuro nel cuore e nello spirito – mi sono riavvicinata allo spettacolo dal vivo, che ho frequentato tantissimo in gioventù e un po' meno in età adulta, per i vari casini della vita. La lettura rimane il mio spazio privilegiato di gioia in solitaria e col cinema ho avuto una serie di alti e bassi, un rapporto a volte di odio/amore, anche se resta insieme ai libri la mia principale passione. Quest'anno ho assistito a spettacoli piccoli come dimensioni ma bellissimi e stimolanti, riscoprendo la Roma dei teatri off, vitale più che mai, con attori straordinari (come Tommaso Ragno e Iaia Forte) che si esibiscono davanti a un pubblico ristretto per il puro piacere di farlo e certo non per guadagno. Un po' come quando, giovanissima, il mio fidanzato dell'epoca mi portò a vedere Molly cara, con quella grande attrice di Piera Degli Esposti, dove mi ritrovai seduta col cuore che mi batteva accanto a Pino Micol, una delle mie principali cotte artistiche dell'epoca, dopo il Cyrano di Maurizio Scaparro, visto in pre-prima al Teatro del Giglio di Lucca, dove ancora vivevo. Tagliando corto - con gli aneddoti potrei riempire un libro e probabilmente anche più di uno - torno all'oggi, per parlare di due spettacoli diversissimi tra loro, tra i molti che ho visto quest'anno, uniti per me da un comune denominatore.

ESEMPIO 1: MENO DI DUE


Nel marzo scorso sono andata in uno di quei teatri di cui dicevo prima, Carrozzerie n.o.t. (non guidando, spendo sempre più di taxi che di biglietto...) a vedere uno spettacolo di Teatrodilina scritto da Francesco Lagi, Meno di due. Me ne aveva parlato, in occasione della presentazione alla stampa della seconda stagione di Christian, un attore che ammiro moltissimo, Francesco Colella, ed essenzialmente sono andata per avere il piacere, finalmente, di vederlo su uno spazio che gli è connaturato - visto che c'è nato come artista - come il palcoscenico. Il teatro ha questo di bello rispetto al cinema: gli attori sono lì, li puoi sentire respirare, assisti col fiato sospeso a una messinscena che è come la vita, a volte peggio e altre meglio, ridi e ti emozioni di fronte a storie vecchie che grazie alla magia dello spettacolo si rinnovano ogni volta o che, come stavolta, sono interamente inedite. Dire che è stata una serata speciale è dir poco: sono uscita allegra e contenta come da tempo non mi accadeva dopo aver visto una piccola pièce che però mi ha parlato, tanto che ci ho messo un po' prima di decidermi a scriverne.



In scena, inizialmente, ci sono solo due attori, Francesco Colella e Anna Bellato (a cui prima della fine se ne aggiunge un terzo, Leonardo Maddalena), che diventano immediatamente persone in cui possiamo riconoscerci. Si comincia con un incontro in una stazione tra questi due sconosciuti, impacciato e denso di timidezze e imbarazzi come molte prime volte, in cui parlando capita di interrompersi a vicenda e perfino la scelta di qualcosa da bere può dare vita a goffe gag. Lei è andata a prendere lui, arrivato col treno. Scopriremo presto chi sono questi due adulti non più giovanissimi, ma cosa possono avere in comune un professore calabrese di latino e greco, separato e apprensivo, e una donna single veneta (è nella sua regione che lui è arrivato dopo un interminabile viaggio), titolare di un'azienda di mangimi per animali, tanto demodé da innaffiarsi del profumo d'obbligo degli anni Settanta, l'onnipresente patchouli? La solitudine e la mancanza di un partner con cui condividere la vita è il loro comune denominatore. Quel vuoto che al giorno d'oggi molti colmano coi rapporti spesso ingannevoli e a volte gratificanti sui social, che gli adulti usano in modo spesso inadeguato e che in una società come la nostra ci permettono di entrare in contatto con persone che non incontreremmo mai, allontanandoci al tempo stesso dalla possibilità di incontri reali.

(Nota personale: tanti anni fa è successo anche alla sottoscritta di intraprendere una storia nata sul web, un errore che ancora non mi perdono, ma conosco altri, tra cui uno sceneggiatore di fumetti della mia età, padre di figli adulti, che ha felicemente sposato una donna conosciuta su Twitter, dopo aver discusso animatamente con lei sul social). Per tornare ai nostri protagonisti, lui ha affittato un bed & breakfast dalle parti di lei, perché in queste cose non si può mai sapere, meglio andarci piano. Il loro, in auto, è un viaggio di conoscenza, dove gli imbarazzi continuano, tra osservazioni del paesaggio, commenti sulla guida di lei e telefonate a lui in merito ad un pigiama party a cui la figlia vuole partecipare. C'è poi la visita ad una grotta dove qualcuno in epoche remote ha tracciato un graffito di due persone, forse un uomo e una donna, accanto a un fuoco. Lì, nel silenzio e nel buio come i loro omologhi delle caverne, i due provano l'effetto eco, che funziona a fasi alterne, e lei, come è tipico di noi donne, va nel panico quando perde le chiavi della macchina. Quando arrivano finalmente a casa di lei (che a un certo punto gli ha detto anche che dorme coi suoi cani), la tensione inizia a sciogliersi, i due si mettono in pantofole e, complice uno scatenato ballo improvvisato (uno dei momenti più divertenti dello spettacolo in cui si ride molto: Colella è un gran ballerino, ha dei tempi comici perfetti ed è perfettamente affiatato con Bellato), sembra che stiano per baciarsi. 

 E proprio allora arriva il terzo incomodo, che ha le chiavi di casa e si comporta come un marito tradito e geloso. L'imbarazzo raggiunge vette altissime quando l'intruso racconta che quella casa è il suo rifugio da una famiglia con troppi figli rumorosi, e lei per lui è una specie di moglie surrogata, tanto che è solito appisolarsi sul suo divano al ticchettio dei ferri da calza con cui la donna si rilassa. Quando l'intruso se ne va, dopo aver rivelato il peso di un'altra solitudine, i due si chiedono a vicenda se si piacciono. Galante, o forse solo poco sincero o più disposto ad accontenarsi, lui le risponde di sì, mentre lei invece dice “non tanto”. Ma quando l'uomo si prepara ad andare al bed & breakfast per ripartire il mattino dopo, inizia a piovere e lei – nonostante quello che gli ha appena detto – gli chiede se resta a dormire lì. Sul sì di lui finisce lo spettacolo, lasciandoci in sospeso sul futuro di questo bizzarro incontro.

Una storia in apparenza semplice ma profonda, una drammaturgia che con malinconica leggerezza parla di noi, del nostro presente sempre più isolato e della solitudine del cuore, quando dopo un matrimonio finito o a conclusione di una vita di incontri sbagliati si può cedere alla tentazione (molti/e lo fanno) di dire comunque di sì, per essere insieme più di uno ma pur sempre meno di due. Perché l'amore non è l'aggrapparsi ciecamente a una zattera per non affogare, anche se oggi sembriamo averlo tutti dimenticato. Tutto questo raccontato tra le righe con grazia e delicatezza, coi due protagonisti (più uno) che non hanno oggetti di scena, su un pavimento disseminato di foglie morte, parole e suggestioni sonore che ci fanno vedere quello che succede come se stessimo assistendo a un film. Per me è stata la prima volta col Teatrodilina - dove lavorano, da anni, anche altri attori di talento come Silvia D'Amico - ma sicuramente non sarà l'ultima.

ESEMPIO 2: LA VEDOVA ALLEGRA DELLA COMPAGNIA GUARNERBROS


Anche in questo caso devo partire dall'aneddotica personale. L'anno che sono venuta a vivere a Roma, nel 1990, ho vissuto in un appartamento a via di Donna Olimpia con Luigi, il mio compagno del tempo e futuro padre di mia figlia, in subaffitto col suo compagno di studi al Centro Sperimentale di Cinematografia Ferdinando Vicentini Orgnani, oggi regista, e Annalena Lombardi, attrice di grande bellezza, simpatia e talento, dotata di grande verve e di una splendida voce, soubrette in una Domenica In con Pippo Baudo, che si sarebbe imposta come interprete di operette con Sandro Massimini prima e con Edoardo Guarnera poi. Col tempo, ci siamo perse di vista ma mai del tutto e l'ho rivista in scena diverse volte. Poi, tra la pandemia, i figli e il caos delle vite di noi precari trapiantati a Roma, non ci siamo viste per qualche anno, fino a che giorni fa lei mi ha mandato su whatsapp l'annuncio della messa in scena de La vedova allegra, la celebre operetta di Franz Lehar, al Teatro Manzoni, per soli tre giorni. 

Chi mi conosce sa che sono donna dai molteplici interessi e dalle passioni in apparenza contrastanti: amo l'horror e mi piace indagare il lato oscuro dell'umanità, ma adoro i musical classici e le operette (sull'hard disk conservo tutte quelle televisive di Vito Molinari). Anche se la vita mi ha tolto molte (tutte le?) illusioni in merito, sono rimasta dentro la ragazzetta che sognava di incontrare uno come Gene Kelly, col suo smagliante sorriso, o un ballerino come Fred Astaire capace di farti volteggiare con leggerezza sulle asperità della vita. Dato il mio fisico "ingombrante", non me la sono mai sentita di dedicarmi al ballo ma per un lungo periodo ricordo che ho desiderato di imparare il tip tap e ho sempre ammirato moltissimo gli artisti capaci di cantare e, all'occorrenza, di ballare.

Tornando a bomba dopo le divagazioni, sono stata felicissima di andare a vedere La vedova allegra, una creatura di Edoardo Guarnera scomparso purtroppo prematuramente lo scorso ottobre e portata avanti con incredibile cura e devozione dai suoi fratelli, il mezzosoprano Mariella Guarnera, che interpreta Valencienne ed ha adattato il testo, e il baritono Piero Guarnera, che sostituisce il fratello nel ruolo di Danilo Danilovitch. In più, c'è anche la figlia di Mariella, Michela Pavese, che ricopre un doppio ruolo ed è autrice di una bella coreografia. La storia della bella ereditiera Hanna Glawari, interpretata da una perfetta e solare Annalena Lombardi, brillante come la ricordavo e forse anche di più, dovreste conoscerla tutti, sennò per una volta vi rimando a Wikipedia, ma questa versione osa la contaminazione, e con successo: così a un certo punto le ballerine del Moulin Rouge, le Grisettes, danno vita a una coinvolgente coreografia sulle note di All That Jazz, mentre ospite d'onore del ballo nella residenza dell'ambasciatore dell'immaginario Pontevedro a Parigi, arriva Giuseppe Verdi, la cui moglie, Giuseppina Strepponi, delizia il pubblico con l'aria “Sempre libera degg'io” (lo so che state pensando a Frankenstein Jr., maliziosi!) da La Traviata

Mondi lontani tra loro che si incontrano e che appartengono allo stesso universo del sogno e dell'arte. Più di 20 attori e cantanti in scena (citarne uno sarebbe fare un torto a tutti gli altri), un corpo di ballo che esegue anche uno scatenato cancan e un pubblico trasversale (i numerosi bambini presenti ridevano e si divertivano e siamo certi che questo impatto col mondo teatrale resterà impresso nella loro memoria), ma soprattutto l'idea di un vero gruppo dal grande affiatamento anche umano. Anche qua ci siamo divertiti  tutti insieme, cantando sottovoce le celebri arie e battendo le mani a tempo, fino al bellissimo finale. Abbiamo assistito a uno spettacolo difficile e faticoso per chi lo fa con tanta passione, che meriterebbe palchi e mezzi più grandi e che riesce ad onorare non solo la memoria di chi non c'è più, ma anche a gettare un ponte tra le musiche e le armonie del passato e la sensibilità contemporanea, a conferma che l'arte e gli artisti sono l'unica cura che abbiamo, da sempre, per i mali del mondo e per questo motivo dovremmo esser loro riconoscenti, a differenza delle anime aride dei nostri politici che continuano a penalizzare lo spettacolo e la cultura, indispensabili nutrimenti dell'anima.