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venerdì 9 febbraio 2018

IL CIMITERO DELLA CRITICA

Riflessioni su una professione moribonda (I'm back)




Chi mi conosce sa che come critico, pur essendo severa, sono “buona”. Conosco la fatica che sta dietro anche al più miserabile dei film, non sarei mai capace di girarne uno e dunque cerco sempre di giudicare con indulgenza (il che mi procura le accuse di buonismo su cui tornerò alla fine). Certo, mi rendo anche conto che un film non costa quanto un libro e che spesso si buttano milioni solo per compiacere l'ego o l'idiozia di qualcuno. Quello che mi dà veramente fastidio è la presunzione e la mancanza di consapevolezza dei propri limiti, che, come accade a molti ignoranti, vanno spesso a braccetto. E odio chi, spacciandosi per critico, sovrappone se stesso e le proprie verità assolute a film che non riesce a vedere, perché accecato dalla propria mania di protagonismo. Faccio questo lavoro da una vita, più o meno stabilmente da oltre 35 anni (sigh, quest'anno sono 60, come corre il tempo!) e – di qualcosa posso vantarmi anch’io - sempre con onestà e senso di responsabilità verso chi mi legge. Cerco sempre di essere chiara, di fornire informazioni utili, di dare allo spettatore uno strumento, di condividere la mia passione o i motivi del mio giudizio negativo. Anche per questo non mi piacciono le stroncature feroci, espressioni rozze e insindacabili delle idiosincrasie di chi ha un computer sotto mano, un posto dove pubblicare i suoi deliri e non conosce l'arte dell'ironia, che permette di parlare di un film in maniera molto più tagliente rispetto a chi usa la scrittura come un'arma e si  sente per questo superiore a chiunque stia dall'altra parte. 

Purtroppo mi rendo conto che la mia professione, con l'avvento di internet, è fortemente decaduta. Intanto perché, con la democratizzazione verso il basso tipica del web, strumento a disposizione di chiunque, ha aperto la porta della scrittura anche a chi ha scarse conoscenze della lingua italiana e a un infinito esercito di pigri che hanno visto solo film dell'era in cui hanno iniziato ad andare al cinema e non si curano di recuperare gli altri o di verificare le cose che scrivono. Viviamo nell'era dell'ignoranza che si spaccia per verità assoluta, purtroppo. Il socratico “so di non sapere” oggi non ha più senso, come non lo ha studiare, informarsi, migliorarsi.

Non per fare quella che “ai miei tempi”, ma purtroppo è vero: quando si iniziava a scrivere sul cartaceo (ma già nei primi anni Novanta si scriveva anche sul web, non eravamo così preistorici!) si faceva una bella palestra e una lunga gavetta: le riviste di cinema più prestigiose (Segnocinema, Cineforum, Film critica, Cinecritica, Cinema Nuovo e pochissime altre) ti accettavano solo se dimostravi di sapere di cosa stavi parlando e se lo facevi bene (poi vabbé, c’era sempre quello che copiava, ma la mamma dei furbetti è sempre incinta). Prima di arrivarci, ricordo di aver scritto una lettera, ventenne, all'allora critico de La Nazione Sergio Frosali, inviandogli dei miei pezzi di prova. Fu gentilissimo, mi rispose con osservazioni molto pertinenti e consigli, e mi disse che per scrivere di cinema occorreva anche conoscere il teatro, la musica, la letteratura e tutto quel che ci circonda. Fortunatamente, essendo da sempre vorace lettrice e appassionata di ogni forma di arte, non ho avuto problemi a fare mia quella lezione (molti giovani “critici” oggi gli avrebbero riso in faccia, figurarsi chiedergli consigli!), ma il punto è proprio questo: puoi anche non aver letto tutti i libri da cui sono tratti i film di cui parli, puoi non comprendere tutti i riferimenti, ma niente ti impedisce di informarti, studiare, approfondire, se non la fretta assurda con cui oggi si scrive sul web e un'imperdonabile superficialità.

Quando andavamo alle proiezioni stampa, per fare un semplice esempio, eravamo poche decine: i grandi vecchi dei quotidiani e noi giovani, che abbiamo sdoganato tutto il cinema di genere che a loro aveva sempre fatto schifo (con l’eccezione dell'indimenticabile Callisto Cosulich e in parte di Tullio Kezich), ma nonostante questa contrapposizione siamo sempre stati educati, col desiderio di fare meglio e saperne di più, di superare i (cattivi maestri). Poi è arrivato il web e le porte (dell’inferno) si sono spalancate a tutti: alle proiezioni stampa ora ci sono centinaia di persone, molte capitate lì per caso, altre con un blog letto da 10 persone e in compenso belle presuntuose, che pontificano e sparano cazzate ad alta voce, non conoscono e non amano il cinema ma si sentono in diritto di parlarne, perché tanto che ce vo’? Vedi su questo la profetica e immortale sfuriata di Nanni Moretti in SOGNI D'ORO


Già, il web, su cui la penso esattamente come il compianto Umberto Eco. Così come non basta fare delle domande per saper fare delle interviste e conoscere le lingue per saper tradurre, non è sufficiente avere un blog e scrivere “è bello, è brutto”, per definire recensioni i propri deliri. Scrivendo da anni ormai per una delle maggiori testate di cinema e spettacolo online, sempre più spesso ho a che fare con questa fretta, che richiede la notizia calda e trascura l'approfondimento, ma ho almeno la fortuna di poter scrivere di quello che mi interessa. Qua, però, veniamo al secondo punto dolente della mia professione, che mi ha spinto a scrivere questo lungo post: l'invadenza crescente del marketing nel lavoro del critico. Mi riaggancio a quanto dicevo all'inizio: se si vuole evitare un giudizio negativo su film particolarmente brutti o mal riusciti, si potrebbe semplicemente evitare di parlarne. Ma niente vieta una critica negativa, se motivata. 

Però succede - e mi rivolgo agli ingenui là fuori, che pensano che se uno è pagato per fare un lavoro sia anche libero di farlo come gli pare - che i film che a uno fanno schifo li recensisce qualcun altro e che a volte venga chiesto da esterni di attenuare certi giudizi o di ritardare la pubblicazione di recensione negative, e siccome non scrivi per “il mio blog dove dico quel che cacchio mi pare tanto alle proiezioni mi invitano lo stesso, non mi pagano e sono libero di dire che un film è una merda e di offenderne l’autore”, ma vivi del tuo lavoro per quanto precario, non puoi certo permetterti – ammesso che lo faresti – di sparare giudizi tranchant dall’alto della tua presunta superiorità. Dovrebbe essere ovvio che non sei “libero” come vorresti. Ma puoi comunque scriverne male, e lo fai, motivando. L’eccezione sono i festival, dove dei film puoi dire quello che vuoi, ma io non ci posso andare, per cui, a parte il festival di Roma, capitolo limitato ai film che escono in sala e che non sono già recensiti da chi invece ci va.

Ora, un utente di Twitter, unico social che sopporto, mi scrive: “pensa che su un forum (ne esistono ancora? Io li frequentavo già negli anni Novanta e mi sembrano ampiamente superati) uno ha scritto che alla Catelli piacciono tutti i film”. E lì devi rispondere, visto che sei chiamata in causa. Ancora una volta si tratta di ignoranza, nel senso di ignorare una serie di cose: da qualche anno (e non per mia scelta) recensisco quando va bene due film al mese. Potendo sceglierli, vedo quelli che mi interessano per argomento, autore o altro, e che sono poco ambiti. E’ nel cinema indipendente che si trovano ancora sorprese non certo in quello mainstream. In genere i film che detesto, per i motivi di cui sopra (festival ecc) sono già recensiti e non ha senso scriverne ancora. Ciò detto, non mi piacciono tutti i film e ho una lunga serie di artisti e opere che detesto e che non ho potuto affrontare o che ho scelto di ignorare per manifesta incompatibilità

Volete i nomi? Presto detto: dei film degli Oscar l’anno scorso non me ne è piaciuto nemmeno uno, a partire dall’insopportabile Lagnaland, per proseguire con l’orribile Manchester by the Sea, l’insignificante Moonlight ecc. Chiamami col tuo nome non mi è piaciuto affatto, ho detestato Arrival, non sopporto lo stile di Christopher Nolan e di Paolo Sorrentino e di tutti quelli di cui si dice che “però sa girare”, non sono una fan di Clint Eastwood di cui mi sono piaciuti 3 o 4 film in tutto, da qualche anno non reggo Woody Allen (sempre inteso come cineasta), mi sono disamorata di Spielberg che era uno dei miei registi preferiti, Wes Anderson mi dà l'orticaria, detesto fin dal primo film la saga di Star Wars e trovo inutile - a dir poco - il 90 per cento del cinema italiano (e lì per forza devi scegliere il meno peggio). Vogliamo parlare di “capolavori” come Lo chiamavano Jeeg Robot o Veloce come il vento? Ma anche no, grazie! L’unico film italiano di cui ho parlato bene perché meritava è La stoffa dei sogni, che ovviamente non ha visto quasi nessuno. 

Per mia sfortuna, poi, amo e conosco il cinema horror, per cui sono condannata a parlarne e lì sì che son dolori, visto che quasi tutto quello che arriva sui nostri schermi fa schifo e quelli belli, che esistono, te li vedi online ed escono direttamente in home video. E pure lì ci sono richieste di attenuare i giudizi o di non parlarne affatto. Ho adorato Get Out senza riserve e mi divertono i low budget come la serie di Purge. Metà dei film che vedo non mi piacciono o mi lasciano indifferente e ora come ora preferisco di gran lunga le serie tv, ma, siccome la gente non sa leggere tra le righe, ecco che vieni accusato dell’esatto contrario. Se è per questo, non sono facile neanche a usare usare la parola capolavoro, visto che ho visto quelli veri, dal muto in poi. Quindi, sappiatelo, ormai la critica non ha più ragione di esistere. Io detesto i boia e le esecuzioni sommarie, per cui sono felice che il mio lavoro mi permetta anche di poter scrivere approfondimenti sul cinema, programmi televisivi, tradurre interviste e backstage e fare tante cose che per fortuna, per esperienza, cultura ed età sono in grado di fare. Ma se volete stroncature gratuite siete pregati di rivolgervi altrove, visto che l’offerta certo non manca.

 

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Magnifico Daniela.
Purtroppo la nostra era è il CIALTRONEVO. Unico modo di sopravvivere "Non ti curar di lor, ma guarda e passa". L'ho virgolettato nel caso qualcuno della categoria da te citata stia leggendo, così capisce che si tratta di una citazione ;-)

Lo aveva predetto Oewell, lo aveva predetto Huxley e ce lo aveva spiegato bene Chomsky.
Ma come dice Charlie Brown : non si può arginare il mare con un rastrello ...
Per assurdo, ora che la cultura è di facile, gratuita e di quasi immediato accesso per tutti, stiamo tornando ai secoli bui, quando il sapere era appannaggio di pochi.

Resisti. Come vedi il vinile alla fine sta spazzando via il CD ... ;-)
Sandra Caroline Laurent

Anonimo ha detto...

Cara Daniela.
Con la tua competenza e arte del narrare/sviscerare, hai alfabetizzato diecimila generazioni.
I tuoi libri andrebbero studiati.
Il resto è solo mondezza comunicativa/umana.
Daje sempre!

Il fan Kurando.

dearcacinema ha detto...

Ottimo! E, come la verità fa male, spero lo leggano tutti. Anch'io spesso mi trovo di fronte a giovani colleghi che hanno soltanto due aggettivi per giudicare i film: "schifoso" o "capolavoro" il più delle volte senza motivare il giudizio, lo stesso vale per l'argomento affrontato, dato che come diceva Moretti "siamo uguali ma diversi", non tutti abbiamo vissuto la stessa vita né abbiamo lo stesso punto di vista. La verità poi cambia a seconda del 'testimone/spettatore' (come in "Rashomon" di Kurosawa). Però quando si tratta di un'opera d'arte bisogna capire anche l'autore e riflettere su quello che stiamo vedendo. Anche a me all'inizio, qualche volta sono stato definito 'stalinista' verso certo di cinema di genere (dalla 'commediaccia' al 'poliziottesco), visto che non sono tutti da rivalutare e ora 'buonista'. Forse non bisogna reagire con indifferenza come loro fanno di fronte a tutto il cinema fatto prima della loro nascita. Speriamo si vadano a vedere (non a rivedere come noi) i veri capolavori restaurati. José de Arcangelo

flavio de bernardinis ha detto...

in effetti sarebbe però il caso di affondare ancora di più il coltello nella piaga....
perché la verità è semplice: cinema e cultura non sono più la stessa cosa...sia per colpa della cultura....sia per colpa del cinema...la questione della critica va di conseguenza...