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mercoledì 6 marzo 2013

Ragazze molto cattive

Letture e visioni in attesa dell'Apocalisse prossima ventura




Mentre la gente continua a visitare questo silenzioso blog, spinta dalle ingannevoli sirene della rete (a volte vorrei poter NON vedere cosa cercano gli individui sicuramente insospettabili spinti alle mie rive), io lo diserto da un po'. Ci sono momenti, nella vita, in cui semplicemente decidi di arrenderti, e - se tanti segnali fanno un indizio - ti metti comodamente seduto in prima fila, dotato di generi di conforto, in attesa dello spettacolo dell'apocalisse prossima ventura, come i viaggiatori del tempo in quello splendido racconto di fantascienza che è "Tempo di vendemmia" di Catherine L. Moore.

Meteoriti, Papi che abbandonano il soglio a gambe levate prima di finire sommersi dagli scandali e dalle congiure di palazzo, uomini e donne qualunque che invadono il Parlamento armati di buone intenzioni ma privi di qualsiasi conoscenza del nemico (e le vie dell'inferno si preparano a una bella rilastricatura), musei in fiamme e così via. Allora tu speri che i tuoi 4 anni di guai stiano per terminare con un big bang generale, e certo non vuoi perderti lo spettacolo per lasciare due stronzate scritte, a lettori presto carbonizzati e dissolti nell'etere.

Il mondo che immagino somiglia in maniera sempre più inquietante a quello impietoso di The Walking Dead, dove non ci si ferma per dare soccorso a un essere umano ma per raccoglierne lo zaino dopo che il suo proprietario è stato divorato, e dove piccoli gruppi cercano di difendersi da orde di morti viventi e di vivi morenti.

E allora chi se ne frega, no? Toglietevi dalla visuale e lasciatemi guardare! L'unica consolazione è che con me e i miei (pochissimi) cari scompariranno anche tutti i Filistei e gli ignavi che tanta rovina hanno portato nella mia vita.


E poi ci sono ancora i libri e le serie tv, unico prodotto del cervello umano (quello che nutrirà gli zombi di qui a poco) a darmi ancora un po' di conforto. E dunque torno qua a scrivere - anche solo per me stessa - qualcosa su una di quelle scoperte che fanno tornar voglia di leggere anche a un lettore annoiato, distratto o pentito.

Come molte donne sono attratta dal lato oscuro della realtà: quello che fa sì che una madre uccida i suoi figli o sia complice attiva di uno psicopatico, ad esempio. E per quanto sia ben consapevole che le donne sono per lo più tragicamente vittime in questo mondo maschile, non sono tanto ingenua da pensare che il Male, quello che gli anglosassoni chiamano Evil, non alberghi anche dentro di noi.
Per questo il mio incontro con Gillian Flynn era inevitabile. Anche se ho accumulato una quantità di libri che non sarò in grado di leggere nella mia vita terrena, a volte la curiosità mi spinge a comprarne di nuovi. Qualche settimana fa ho scritto per Coming Soon la notizia che David Fincher forse avrebbe tratto un film da un best-seller intitolato "Gone Girl", e, incuriosita dalla trama e dalla struttura del romanzo (ogni capitolo racconta un punto di vista e una storia diversa) l'ho comprato e letto di un fiato.

E ho conosciuto così la prima delle fantastiche bitches che popolano l'universo di questa scrittrice bionda, bella e angelica, che ha lasciato il suo lavoro decennale come reporter sui vari set mondiali per "Entertainment Weekly" (beata lei!) per dare corpo alle sue fantasie su carta.
In quello che da noi hanno pubblicato col titolo "L'amore bugiardo", la mattina del quinto anniversario del matrimonio di una coppia in crisi (lei bionda, bella, ricca e newyorkese, figlia di autori di grande successo di libri per bambini, e lui bel giovanotto del profondo Sud) lei all'improvviso scompare, in apparenza rapita. Al marito ha lasciato l'ennesima caccia al tesoro che lui frustrato non è mai riuscito a risolvere negli altri 4 anniversari, e a noi un diario che ci racconta la sua storia. Lui appare subito sospetto, lei in apparenza innamorata, sdolcinata e persa dietro un sogno, abbandonato per lasciare la dorata vita della metropoli e scendere nella terra rurale di Mark Twain. Due visioni contrapposte della realtà, entrambe insincere, continui rovesciamenti di fronte e personaggi se Dio vuole antipatici, che si meritano a vicenda.

Come l'ha definita Stephen King, Flynn è un talento oscuro, tagliente e acerbo. Come acerbo è il romanzo di esordio, "Sharp Objects", tradotto in italiano col titolo Sulla pelle: ingenuo e immaturo certo, ma appiccicoso e denso, con le sue donne sporche dentro, le sue madri da fiaba gotica, il sesso e l'autolesionismo, la perversione e la crudeltà che non risparmiano niente e nessuno. Immagini che ti restano attaccate addosso come un incubo che si fa fatica a scrollarsi di dosso. E ancora meglio è il secondo romanzo, "Dark Places" (da noi "Nei luoghi oscuri"), che ci regala un'altra eroina forte ma irrimediabilmente danneggiata, sopravvissuta allo sterminio della sua famiglia e in cerca della verità, tra strafatti adoratori di Satana, la psicosi demoniaca di massa degli anni Ottanta/Novanta, ragazzine corrotte e psicopatiche insospettabili. Se Gillian Flynn deve ancora affinare il suo talento ci chiediamo dove la porterà la sua scrittura. Non ci stupisce se tra i suoi dichiarati modelli c'è quel genio assoluto di Joyce Carol Oates, che di donne cattive tanto ha scritto: le sue storie ce la ricordano, ma in un connubio lascivo e leggermente disgustoso con i personaggi e le atmosfere di Tennessee Williams, Joe Lansdale e Stephen King.

Insomma, Gillian è bella, ricca, ha talento, ha un marito che descrive come una specie di dio greco, un figlio piccolo e dei genitori (insegnante di cinema lui, di letteratura lei) che le hanno dato un'infanzia felice, ma non si vergogna di confessare le sue pulsioni (leggete QUI) e dimostra di conoscere molto bene un femminile legato a Lilith che a molti uomini fa - giustamente - paura. 3 libri, 3 titoli di due sole parole e un talento che deve ancora esplodere a pieno ma che ha portato nel mondo della letteratura di genere la voce femminile forte, giovane e spudorata che ancora mancava.

Poi, per una singolare coincidenza, ho recuperato proprio ora una serie tv canadese partita nel 2010 e molto simile, come temi e struttura, a Grimm (e in parte anche a Angel, se qualcuno ancora se la ricorda). Si intitola Lost Girl ed è – anche se il genere non vi piacesse - interpretata da alcuni degli attori più belli e sensuali che abbiamo mai visto, per di più frequentemente impegnati in scene di sesso. Bo è una Fae, una creatura soprannaturale, una Succubus, che emana una forte energia sessuale e si nutre dell'eccitazione che provoca negli umani, che uccide dopo o durante il sesso, togliendo loro l'energia vitale. In fuga dopo 10 anni di incidenti di percorso, dovuti al fatto che non sa controllare il suo potere, dopo aver salvato una giovane sbandata, Kenzi, da un predatore sessuale, forma con lei una strana amicizia e una forte alleanza che fondano le basi per una agenzia investigativa privata. Ma Bo, come in ogni fantasy che si rispetti, è in cerca del segreto della sua nascita e della propria identità,  e decide tra mille difficoltà di restare neutrale e indipendente in un mondo diviso tra umani, Fae della luce e Fae dell'oscurità. Ad aiutarla ci sono anche il detective Dyson, un Fae spettacolare in grado di trasformarsi in lupo, e una bionda scienziata umana, Lauren, che lavora per i Fae e che diventa parte di un bizzarro e tormentato triangolo amoroso.

Lost Girl non sarà il massimo dell'originalità, ma è divertente, ben fatta, recitata benissimo, e Bo è un personaggio femminile che fa quello che molte di noi sognano di fare (si chiama fantasy proprio per questo, ohibò). E' più adulta e più attraente di Buffy, è una donna libera a cui piace il sesso (per lei sexual healing è un'espressione da intendersi in senso letterale) e che cerca di dominarne il potere distruttivo. Ci piace questa via canadese al genere, come ci è piaciuto l'approccio francese di un'altra bellissima serie, Les revenants. Ma magari ne parliamo un'altra volta. Sempre che Melancholia non ci sorprenda arrivando a tradimento, come ogni fine del mondo degna di questo nome.

domenica 10 febbraio 2013




SERIAL KILLER E KILLER DI SERIE

The Following



   Già nel lontano 1996, all'epoca della prima pubblicazione di Ciak si trema, dedicai un capitolo ai serial killer. Il cinema ne aveva infatti raccontato le crudeli gesta fin dai primordi con film d'autore come M il Mostro di Dusseldorf di Fritz Lang, l'exploitation le aveva poi esaltate negli anni Sessanta e Settanta, e nei Novanta c'era stata una vera e propria inflazione cinematografica della figura. Subito dopo Il silenzio degli innocenti, capolavoro e film spartiacque del filone, iniziarono a nascere cloni che si distaccavano sempre più dalla realtà, virando verso una romanticizzazione del personaggio, che diventava un vero e proprio superuomo, colto e bigger than life. Il libro di Thomas Harris nasceva dall'incontro con un vero e proprio eroe dei nostri tempi, il profiler dell'FBI John Douglas, allievo di Robert Ressler, pioniere nel campo degli studi sui serial killer. Ed è vero che tra gli omicidi seriali ce ne sono stati di intelligentissimi (è il caso ad esempio di Ted Bundy e Ed Kemper) ma la maggior parte degli psicopatici ha un'intelligenza media se non decisamente inferiore. Se sembrano e a volte risultano imprendibili, è perché conoscono le arti della dissimulazione, si confondono nella folla, non si mettono in mostra, tranne in casi di acuto narcisismo che li conduce quasi sempre alla cattura.

Il cinema, invece, dopo Hannibal Lecter, ha scelto di renderli invincibili e ha creato una vera e propria mitologia – l'eterno scontro tra Bene e Male, che spesso si confondono - attorno al confronto tra l'uomo che cerca di entrare nel cervello del predatore e mettersi nei panni delle sue vittime, per carpirne i segreti e catturarlo, e colui che dispensa morte e sofferenza per il proprio sadico piacere. Dopo un po', gli agganci anche minimi alla realtà sono andati a farsi benedire. E' così che sono nati Dexter e, ultimo della progenie, il Joe Carroll di The Following.


Non so a voi, ma i veri serial killer a me fanno paura, mentre quelli del cinema spesso mi fanno ridere. A meno che, ovviamente, non si tratti dell'Henry di John McNaughton col fantastico Michael Rooker, film liberamente ispirato alle gesta della coppia pluriomicida formata da Henry Lee Lucas e Ottis Toole (furono proprio le confessioni “esagerate” del primo negli anni Ottanta a dare il via alla mania per i sk). Per interpretare un sociopatico ci vuole un'aura di normalità dietro cui l'attore sia in grado di far trapelare, con la forza della sua arte, la follia più agghiacciante e assoluta. Se fu straordinario Anthony Hopkins nella sua prima incarnazione di Hannibal, ed era credibile e inquietante nella prima stagione Michael C. Hall nel ruolo di Dexter Morgan, non troviamo né carismatico né affascinante il Joe Carroll di James Purefoy, scelto probabilmente dalla produzione perché unico attore inglese ancora disponibile, tra i suoi impegnatissimi colleghi. Ma la colpa, poverino, non è neanche sua, così come non è colpa di Kevin Bacon se sembra uno stoccafisso (verrebbe quasi voglia di rispolverare la geniale definizione data da Stefano Benni di Warner Bentivegna nel televisivo Una tragedia americana: boccheggiante come una carpa, espressivo come un cocomero al buio). Il fatto è che Kevin Williamson passa ancora per genio dopo Dawson's Creek e i primi due Scream, che avevano in effetti almeno una levità di tocco che poteva dare respiro anche a materie oscure come queste. Ma quella di Williamson è una reputazione immeritata (l'avete visto il quarto Scream?!)  E' per questo che ha scelto di riprendere il filone serial-killer messianico-letterario-organizzato-pianificatore-sadico-vendicativo – che comprende anche Se7en - senza dimostrare un briciolo di consapevolezza del genere e d'ironia.
 Insomma, questa serie è troppo seria, se ci passate il calembour, e troppo monocorde. Passi l'idea della setta/famiglia (e anche il leader poco carismatico, segno di tempi in cui anche il Male ha un volto più banale), ma che ha fatto di male il povero Edgar Allan Poe - pretesto del disegno poetico-criminale di Carroll - per vedere il suo volto ridotto a un'orrenda maschera di gomma, indossata dai suoi scellerati discepoli? L'autore avrebbe dovuto tenere a mente la lezione del grande Vincent Price, che agli incubi di Poe ha dato vita nello splendido ciclo di film realizzati da Roger Corman, e che ha scatenato la sua vendetta macabra e divertente in L'abominevole dottor Phibes e Oscar insanguinato, usando le 7 piaghe d'Egitto e le opere di William Shakespeare. Senza colpevolizzare né la Bibbia né il Grande Bardo.
The Following si limita a punire i veri amanti del geniale scrittore e riesce nella quasi impossibile impresa di offendere perfino i veri serial-killer.Come ho detto prima, a me quelli veri fanno molta paura, e proprio perché li temo li rispetto. E se ci credo mi spavento. Ma, per quanto mi sia sforzata, al serial-killer di The Following, al suo diabolico piano contro il proprio doppio/rivale, ai suoi assistenti pisquani e all'uomo condannato a combatterlo, non riesco proprio a credere. E se l'Uomo Nero non fa paura, che gusto c'è a guardarlo?


martedì 22 gennaio 2013



UOMINI E COCCODRILLI


Addio a Michael Winner, gourmet extraordinaire


C'è una premessa indispensabile a quanto scriverò stasera. Nella redazione di Coming Soon Television, dove, da oltre 12 anni, espleto le variegate funzioni che mi permettono di portare a casa la pagnotta, mi conoscono come “la donna dei coccodrilli”. Se non sono io ad accorgermene per prima, i miei colleghi mi guardano con l'espressione sorniona di chi sottintende – e a volte ci scherziamo pure su - “guarda che anche oggi ti tocca il Morto”. Ora, vorrei che fosse chiaro che non mi piace scrivere coccodrilli, o meglio: non mi piace farlo per artisti che non mi hanno mai detto niente, che non hanno toccato con la loro opera la mia vita, le mie esperienze giovanili o della maturità. Qualcuno mi ha detto che i miei necrologi piacciono perché sono scritti col cuore: ma questo mi è possibile solo per chi questo cuore ha fatto battere e questa passione suscitato. A volte si tratta di “brevi incontri” che mi hanno lasciato qualcosa, altre di amori lunghi una vita, e come si fa a non dirgli addio? Io non ne sono capace. Però, se il Morto non lo conosco bene o non mi sembra uno di famiglia, odio scrivere poche righe frettolose citando il meglio della sua filmografia, anche se a volte lo devo fare e lo faccio.

Ieri sera, prima di andare a letto dopo una giornata al solito frenetica, morta di sonno e assai rincoglionita, mi era sembrato di leggere su Twitter un tweet che diceva “Michael Winner RIP”, ma il mio cervello si è rifiutato di registrarlo. @MrMichaelWinner nel suo account su Twitter – oggi ancora attivo – si descriveva così: “sono un regista cinematografico, scrittore, produttore, smacchiatore di camicie di seta completamente pazzo, dal pessimo carattere, un esemplare profondamente ridicolo di umanità in deep shit” (non serve traduzione anche di questo, no?).

Stamani arrivo in redazione e un collega mi dice che purtroppo è proprio vero, perciò mi accingo a scriverne ma i Morti non aspettano, e un veloce necrologio era già stato pubblicato ieri sul sito mentre io ero impegnata in altre cose. E quindi nulla. Ma a me dispiaceva lasciarlo così, come il regista della serie de Il giustiziere della notte, perché su Twitter lo avevo, per così dire, “conosciuto” umanamente, ne avevo apprezzato il caustico senso dell'umorismo, scoprendo la persona dietro l'immagine di cattivo ragazzo che gli piaceva tanto dare di sé e che ne aveva fatto, come personaggio pubblico, un uomo detestato da gran parte degli inglesi e amato da una parte altrettanto consistente. Qualche volta gli avevo scritto e mi aveva anche risposto, sempre con cortesia, come quando gli avevo dato notizia che un amico italiano, Fabio Zanello, aveva curato un libro di saggi, il primo, dedicato al suo cinema. Ne era stato molto felice. Eccolo QUA

A proposito di libri, sulla mia copia usata ma come nuova di Unbelievable!, una delle autobiografie di Michael Winner, c'è un fumetto di suo pugno con dedica autografa a tale Margaret. Ma come, dico io, uno compra un libro, se lo fa dedicare per poi rivenderlo intonso? Sono strani questi britanni!

Definire Michael Winner solo come regista dei tre film di Il giustiziere della notte è riduttivo. Ha fatto anche l'horror SentinelImprovvisamente, un uomo nella notte (bella versione de Il giro di vite di Henry James interpretata dal suo grande amico Marlon Brando), una serie di pellicole con l'altro suo grande sodale e compatriota Oliver Reed, iniziata con The System nel 1964. Ha lavorato con Burt Lancaster, Sophia Loren, Roger Moore, Michael Caine, Robert Mitchum (nel bel Marlowe indaga), Ava Gardner

Nel 1972, con Chato, avviene l'incontro con un altro attore e uomo a lui carissimo, Charles Bronson. Di lui, e della moglie Jill Ireland, offre un vivido ritratto, così come degli altri attori, nelle pagine delle sue ricche e godibilissime autobiografie (Winner Takes All: A Life of Sorts, 2004, Unbelievable! My Life in Restaurants and Other Places, 2010, e Tales I Never Told, 2011). Con lui realizza appunto il suo film più famoso, nel 1974, e due sequel. Quando Il giustiziere della notte arrivò in Italia, io avevo 16 anni. Ricordo benissimo i dibattiti e le accuse feroci di fascismo che gli vennero rivolte. Erano anni così. 
Gli schieramenti erano netti e definiti e su tutto si discuteva (avevi voglia di urlare: "no, il dibattito no!"). E forse era meglio, visto che quando è arrivato Io vi troverò con Liam “Spaccaculi” Neeson (copyright Domenico Misciagna), nessuno ha speso una sola parola su un film che faceva sembrare il giustiziere di Bronson una versione particolarmente tenera del cacciatore di Biancaneve. Comunque sia, all'epoca non lo vidi, nonostante l'amore che nutrivo già per l'attore dalla faccia di pietra. L'ho rivisto di recente, trovandolo un action più che degno, quando ho “scoperto” l'uomo Michael Winner, che fino ad allora neanche sapevo che faccia avesse, e, come al solito, mi è venuta voglia di conoscerne l'opera omnia.

Ricordo la mia sorpresa nel sapere che tra i suoi connazionali era ormai praticamente più famoso per l'attività a cui si era dedicato quando aveva lasciato il cinema: quella di restaurant and food critic, prima con una rubrica sul Sunday Times, Winner's Dinners, poi con un reality show in cui stroncava senza pietà le cattive pietanze che alcuni concorrenti lo invitavano a mangiare a casa loro, offrendo però in cambio la sua leggendaria ospitalità e conquistandoli con la sua generosa personalità. Aveva pubblicato libri anche su questo argomento: più che un critico gastronomico preferiva definirsi un semplice amante del buon cibo, un dilettante senza pretese. Un altro tipo di fama l'aveva avuto come testimonial delle assicurazioni esure (“calm down, dear”) per cui si era anche vestito da fatina con tanto di ali.

Ieri @mrMichaelWinner è scomparso da questa terra, all'età di 77 anni, nella sua meravigliosa e antica dimora all'interno di Holland Park (che aveva di recente messo in vendita). Aveva al fianco la compagna Geraldine, conosciuta e amata all'inizio della sua carriera, tradita mille volte con donne sempre giovani e bellissime, e sempre ritrovata. Reduce dall'intossicazione alimentare da cui si era salvato a stento ma che gli ha divorato il fegato e l'ha pian piano portato alla morte, con lei si era fidanzato ufficialmente nel 2007 e sposato a Londra nel settembre del 2011. Testimone di nozze l'amico di una vita, sir Michael Caine, con la moglie Shakira. Tutte queste cose le aveva, con gioia, condivise su Twitter.
E' stato proprio il cibo che amava tanto a uccidere Michael Winner: le ostriche avariate che gli erano toccate in sorte alle Barbados e poi la passione per la steak tartare, mangiata troppe volte con un sistema immunitario già molto indebolito. Sembrava immortale, quest'uomo ricchissimo, conservatore ma illuminato, che aveva solo amici famosi e altolocati e che nei suoi Tweet parlava volentieri delle uscite con una delle sue auto - in genere la Rolls Royce - per andare a pranzo nei migliori ristoranti, e del suo cinema privato state-of-the-art in cui da sempre si faceva proiettare in pellicola i film che voleva vedere, quando non erano ancora usciti in sala.

A volte aggressivo, ma solo coi tanti imbecilli senza senso dell'umorismo che girano per la rete e che doveva periodicamente bloccare, era perfino diventato suo malgrado un paladino dei gay quando, durante un talk show in cui si discuteva di matrimonio tra persone dello stesso sesso, aveva elegantemente ed eloquentemente difeso due signore lesbiche sottolineandone l'estrema dignità, che faceva apparire il conduttore come lo stronzo che era. Aveva detto più o meno così. Le controversie lo divertivano, e quando negli anni Settanta partecipò a un dibattito in cui venne offeso pesantemente da una femminista, solo per aver osato dirigere un film misogino come Il giustiziere della notte, si limitò a ridere con gli occhi: non si sarebbe mai abbassato a rispondere a una cattiveria con una perfidia.
Ecco, non avevo intenzione di dedicare tutte queste parole e questo spazio a un uomo che non ho nemmeno mai incontrato e con cui, a ben vedere, non ho nulla in comune. Ma è anche questa una prova del suo fascino. Michael Winner mi piaceva perché era un signore nel vero senso della parola, innamorato della vita e delle cose belle, generoso senza fanfare e aperto nei confronti delle persone interessanti, di qualsiasi estrazione sociale. Un uomo d'altri tempi, che John Landis nel suo Ladri di cadaveri aveva fatto precipitare in carrozza giù per un precipizio, senza capire, nemmeno lui, perché c'era gente che dopo aver visto il film si complimentava per avergli fatto fare una fine del genere. Di certo Winner si era divertito come un matto, e, per quanto triste e dolorosa sia una morte (e la sua lo è stata, se aveva anche considerato di andare in una struttura che lo assistesse nel trapasso), ci piace ricordarlo con quella faccia da vecchio cattivo, mentre gli occhi ne tradiscono il buonumore. Il suo sembrava l'incontenibile sorriso di chi ha da tempo scoperto, ma non te lo dirà neanche se lo ammazzi, l'inafferrabile senso della vita.

mercoledì 16 gennaio 2013

CADAVERI CALDI

A Survivor's Tale

 


Salve, miei amabili lettori, e dico proprio a tutti, anche allo sparuto drappello che approda a queste sponde desolate digitando “porno gay serial blogspot” o similia, tutte cose in grado di allietare le notti sicuramente più delle mie futili riflessioni sul cinema e sull'immaginario horror. Sono ancora viva, reduce da una delle giornate più deliranti che mi sia capitato di vivere da abitante di Roma, grazie ad un acquazzone che ha come al solito reso un'impresa degna di essere scolpita nel marmo la seguente: uscire di casa e arrivare in tempo utile alla destinazione a pochi chilometri di distanza, vedere un film (in questo caso, in anteprima mondiale, Warm Bodies, e non iniziate a fare facce strane che ne parleremo dopo), intervistare il talent di turno (Nicholas Hoult, il bambino che ci ha straziato le orecchie in About a Boy ma anche il Beast degli X-Men e l'interprete della serie cult Skins e del film di Tom Ford A Single Man) e tornare a casa.
Tutto questo dopo una notte insonne da meteoropatia, visto che, a quanto ho sentito, sono stata solo una dei tantissimi abitanti di Roma colpiti da questo morbo improvviso, che mi ha obnubilato il cervello al punto da farmi tentare la creazione di spericolate sinapsi sintattiche in inglese, nello stesso modo in cui R, nel film, cerca di articolare le parole da zombie. Forse per via del suo allenamento, il buon Nicholas è riuscito comunque a capirmi, e mi ha concesso una lunga intervista che non pubblicherò qua, confondendo penso la mia confusione mentale per un lusinghiero tentativo di emulazione del suo lavoro da attore. Mi sento, davvero, una sopravvissuta, e visto che siamo solo a mercoledì, mi chiedo quando mai riuscirò a mettermi in pari con serie, letture e film. Forse mai. Forse, vista la strana epidemia di insonnia appena passata, è ora di cominciare a prepararsi sul serio, come fanno in America, per la Zombipocalypse o come cavolo la vogliamo chiamare.

Comunque, dicevamo, Warm Bodies, di cui non vi faccio qua una recensione perché la farò sul sito di Coming Soon Television quando il film arriverà nelle sale il 7 febbraio con un esercito di ben 400 copie: intanto c'è da dire che - anche se ne condivide i produttori - questo film non è affatto parente stretto di Twilight. Che questo sia un male o un bene lo decideranno i teenager a cui è principalmente rivolto, ma, questo ve lo posso anticipare, il film ha più livelli di lettura ed un'intelligenza e un'eleganza di confezione che non mi aspettavo da una storia del genere e che – credo proprio – siano principalmente merito del regista Jonathan Levine. Il libro l'ho qua e lo leggerò quanto prima, ma la mano del regista di 50/50 è inconfondibile. Ed è sicuramente sua l'idea del gradito omaggio a Zombi 2 (in Italia, Zombi all'estero) del grande Lucio Fulci, che ha mandato in solluchero tutti i fan e i nerd presenti (che si moltiplicano per partenogenosi ad ogni proiezione).

Suppongo che le battute facessero più ridere in inglese, ma questo Romeo e Giulietta tra zombi e umani non è assolutamente stupido, la coppia protagonista – Hoult e Teresa Palmer – fa scintille (chissà che Jennifer Lawrence non si sia ingelosita, vedendolo) e alcune idee ci sono piaciute molte. Altre meno, ma ci sembra che questo sia un teen-movie (ahimé, so che ora arriverete anche voi, cultori delle Lolite, fuorviati dalle sirene dei motori di ricerca) che non sottovaluta, per una volta, il suo pubblico di riferimento.

Nel periodo in cui non ci siamo sentiti, inoltre ho rivisto Frankenweenie e ho scritto QUESTO, ed è morto NAGISA OSHIMA. Ho scritto anche questo, anche se non è firmato, visto che è solo un piccolo e frettoloso coccodrillo, per ricordare un regista di cui ho adorato almeno due film: Furyo, meraviglioso, e Tabù-Gohatto, ancora sul tema dell'omosessualità, che nel 2000 vidi a Cannes, e di cui seguii, emozionata, la conferenza stampa. Perché, anche se i suoi film forse più famosi in Occidente, Ecco l'impero dei sensi e L'impero della passione, non sono tra i miei preferiti, e non sono una cultrice del cinema giapponese tout court, quelli che ho citato prima mi hanno davvero commosso e toccato. Oshima era un Maestro, il problema è che nessuno vuole più essere allievo, visto che proprio oggi un giovane critico si vantava – o così pareva - di non aver mai visto un suo film. Come se l'amore per la fantascienza e l'horror dovesse per forza escludere tutto il resto. Vabbé, non cominciamo con le prediche sennò non ne esco.

Non voglio chiudere in tristezza, però, perché sono contenta di essere sopravvissuta anche oggi e di essermi comunque divertita. Domani, se ho culo, tornerò umana come R in Warm Bodies, parlerò di nuovo un fluente inglese (magari ti faccio una sorpresa e ti telefono, Nicholas) e a Roma non pioverà né nevicherà e la giornata sarà perfino noiosa. Ah, ma dimenticavo la cosa più importante. Nel periodo in cui ero fuori radar, ho anche ricevuto una bellissima telefonata dal mio amico Egidio Eronico (che ha tra l'altro diretto Charlton Heston nella sua ultima grande performance in My Father, e scusate se è poco!). Non solo bellissima perché mi augurava un buon anno, ma soprattutto perché nelle sue parole ho avvertito l'assoluta urgenza di darmi un salutare calcio in culo. Lui sa di cosa parlo. Io volevo solo dirgli pubblicamente grazie. Davvero, ne avevo bisogno e prometto che non andrà sprecato. E adesso vediamo quanti nuovi “lettori” mi porteranno questi scabrosi argomenti.

martedì 27 novembre 2012

Vi piace il fantasy?
 

Confessioni di una Tolkieniana quasi pentita


Già vi sento: “ma qua non si doveva parlare solo di horror? Che c'entrano elfi, orchi e principesse? Che noia!”. Apettate un momento: so che in genere chi ama il fantasy non ama l'horror, e viceversa. Ma sono due argomenti che hanno qualcosa in comune, perché suscitano le reazioni più estreme, di segno opposto e contrario. E il successo di una serie come Il trono di spade mi ha spinto a riaffrontare l'argomento.
Nell'estate dei miei 20 anni o giù di lì, lessi Il signore degli Anelli nella vecchia edizione Rusconi. Lessi è inesatto: diciamo che per un mese dimenticai tutto quello che avevo intorno e mi immersi in un mondo di incredibile interesse e profondità. Da allora lessi tutto quello che Tolkien aveva lasciato di edito e di inedito, in qualche caso non capendoci un accidenti, data la frammentarietà del materiale rimasto. Rilessi due o tre volte in lingua originale The Lord Of The Rings, poi anche l'Edda di Snorri e tutto quello che aveva a che fare col mondo degli dei nordici a cui J. R.R. Tolkien si era ispirato. Quando a Roma fondarono la Società Tolkieniana ovviamente non potevo mancare. Andai all'incontro di presentazione, dove - erano altri tempi ed ero più sanamente incazzereccia - contestai il critico Gianfranco De Turris, che non faceva che ripetere che Tolkien l'aveva scoperto la destra (In Italia purtroppo è vero, ricordate i campi Hobbit? No? Fatevi una ricerca su google) e faceva parte della loro cultura. Siccome si sapeva benissimo che Tolkien odiava il nazismo e in America, guarda caso, era stato preso come simbolo della controcultura libertaria, a un certo punto intervenni e dissi la mia su questa appropriazione indebita dello scrittore. Ricordo che dopo aver parlato mi guardai intorno e vidi che ero l'unica donna in una stanza piena di baldi giovani aderenti di Forza Nuova o Ordine Nuovo o qualche cavolo di organizzazione di destra: pensai che l'avevo scampata bella e che quello non era il posto per me.

Nonostante questo incidente di percorso, l'amore per l'opera tolkieniana proseguì, e quando scoprii che Peter Jackson, uno dei miei registi preferiti, l'avrebbe finalmente trasposta sullo schermo in una trilogia (non parliamo della deludente versione animata di Ralph Bakshi), pensai che avevo un motivo in più per vivere. Amai i primi due film, e per il terzo ebbi la gioia di andare a Berlino a incontrare attori e regista in occasione dei junkets europei. Poi gli Oscar, l'entusiasmo per le extended editions ecc.Infine, pian piano, tutta questa passione mi è un po' passata.
Amavo talmente tanto il fantasy da avere iniziato a scrivere un romanzo di genere, una cosa penosa che ha letto solo qualche amica e che sono felice di non aver concluso. E avevo letto, sulla scia di quest'amore, altre saghe bellissime come quella di Taran di Prydain (quella del disneyano Taron e la pentola magica), oltre a tutte le varianti possibili e immaginabili del ciclo arturiano: i romanzi di Mary Stewart, quelli di Mary Zimmer Bradley, The Once and Future King di T.H. White, ecc. ecc.

Alla fine, lo confesso, il fantasy in quanto tale mi ha un po' stuccato, come mi capita regolarmente di fronte alle pietanze con troppi ingredienti. E – qui lo dico e qui lo nego - al momento non ho nessuna voglia di vedere la trilogia de Lo Hobbit. Temo che, a Peter Jackson, Tolkien stia facendo lo stesso effetto che a George Lucas ha fatto il mondo di Star Wars, che ha tra l'altro inventato lui stesso: quando si crede troppo ad un universo di fantasia, si finisce per gonfiarlo a dismisura, con il rischio che ti esploda in mano. Se da un libro di poco più di 300 pagine, dichiaratamente per ragazzi, si decide di trarre tre film, a mio avviso c'è qualcosa che non va.
Comunque, lasciando a Jackson il beneficio del dubbio (e se non lo lasciamo a lui a chi altri?), spinta dall'entusiasmo generale ho visto le due prime stagioni di Il trono di spade, e l'ho trovato un prodotto estremamente ben fatto, recitato benissimo e con alcune delle morti più realistiche e spettacolari mai viste sullo schermo. Per curiosità, ho deciso di leggere anche il romanzo di George R.R. Martin e mi sono stupita moltissimo nel vedere come, sul modello dei film da Harry Potter di J.K. Rowling, gli autori avessero trasposto sullo schermo fedelissimamente intere scene e dialoghi, pagina per pagina, tanto che mi sembrava quasi di leggere il libro tratto dalla serie, e non viceversa.

E poi, per quanto ci si sforzi di creare nuovi mondi, la Terra di Mezzo resta il modello ancora ineguagliato. Lo stesso Martin non sfugge alle citazioni e agli omaggi, creando ad esempio con Sam e Jon una coppia analoga a quella formata da Sam e Frodo. Certo c'è anche molto altro in questo caso, le figure femminili sono più presenti e importanti, e dunque vedrò sicuramente anche la terza serie. Ma quanto si può ricamare e variare sul tema del Medioevo prossimo venturo? Sotto le sfarzose vesti e i sanguinari complotti dei Lannister, batte lo stesso cuore nero che ha dato vita ai Borgia e a tutte le spietate famiglie della storia. Non so a voi, ma a me, dopo un po', il senso di déjà-vu lascia spazio alla noia.


sabato 24 novembre 2012


Riassunto delle puntate precedenti...


Life Sucks, Vampires suck



Eccomi, arrivo, arrivo! Mi scuso con i miei 200 lettori – ora posso dirlo – per la latitanza, ma è uno di quei periodi della vita in cui speri fortemente che i Maya non abbiano sbagliato i calcoli e che tra neanche un mese tutto lo schifo che ti circonda venga cancellato per sempre. Peccato per Sansone, ma i filistei valgono bene una fine del mondo!
In secondo luogo, non appartengo alla razza - i cui esponenti si diffondono con la stessa letale rapidità di un'epidemia di zombi – di coloro che scrivono solo perché hanno un pc, anche se non hanno nulla da dire. E non sono neanche così presuntuosa da pensare che al mondo manchi il mio punto di vista.

Però, se ho riacceso questo blog, non è certo stato solo per una meschina vendetta contro Stanislao e Gertrude (chi mi conosce sa a chi mi riferisco), ma soprattutto per parlare di cose belle, quelle che mi fanno sentire meglio. E ultimamente in giro non c'è granché, concedetemelo.

Ho visto Dracula 3D di Dario Argento, e incontrato il Maestro himself. Che dire? Mi aspettavo di peggio e l'ho apprezzato, come film muto: se non ci fossero stati gli effettacci digitali, la sceneggiatura barcollante e un Rutger Hauer che sembrava appena uscito dall'osteria senza ricordare dov'era e cosa stava facendo, in certi momenti avrei pensato di vedere un film di Mario Bava o della Hammer. Merito della fotografia di Luciano Tovoli, certo, ma anche della mano del regista, ancora riconoscibile. Sono stata contenta di rivederlo e di parlarci. E' lui che ha firmato all'epoca l'introduzione al mio libro su Friedkin, e come lui, di cui è molto amico e quasi coetaneo, sembra assai più giovane della sua età. In fondo, anche se ora non è ai suoi livelli, è consolante sapere che un tempo lo è stato, e che le cose che ha fatto restano e fanno ancora scomparire il nostro cinema attuale, di genere e non.
Al cinema per il resto calma piattissima, per quel che mi riguarda.


Tra le serie, invece, sono ancora in visibilio per gli ultimi sviluppi di American Horror Story, The Walking Dead, Boardwalk Empire e Fringe, e vorrei stringere in un abbraccio ideale gli autori di tutte e quattro. Vi voglio bene, voi che sapete sacrificare le vostre creature e rovesciare le aspettative, che riuscite a toccare, sotto le vesti effimere dell'entertainment, il cuore nero dell'umanità. Senza presunzione, senza pretendere di fare altro se non spettacolo, ma con l'incisività di un Dostoevskij dei nostri giorni.
Plaudo ai vostri personaggi da amare senza riserve, uniti in una sarabanda di creativa irriverenza, a rappresentazioni del Male capaci di farci credere nel Diavolo, alla fusione perfetta di realtà e immaginario che forma creature capaci di rispecchiare l'infinita contraddittorietà dell'essere umano: Sorella Jude, Sorella Mary Eunice, il dottor Arden e il dottor Thredson di American Horror Story, Daryl Dixon e il Governatore di The Walking Dead, Nucky Thompson e Gyp Rosetti di Boardwalk Empire, Peter e Walter Bishop, Etta e Olivia di Fringe. Sono grata per queste serie tv e i loro personaggi che raccontano e rappresentano, in tutte le loro possibili gradazioni,  morti dolorose, impressionanti mutilazioni, crudeli parti cesarei, follia e disperazione, atroci psicopatie, possessioni diaboliche, sadismo nazista, nobilità e spirito di sacrificio, avidità e terrore, senso del bene comune e individualismo assoluto.

E così, mentre in Italia la televisione, nella totale assenza di qualsiasi sperimentazione creativa, sprofonda sempre più nell'impietosa rappresentazione di se stessa e cessa di essere il salotto buono per diventare il tinello di gente coatta, dall'estero arrivano segnali di vita, di rabbia, di ribellione al sistema. Pagine di un manuale di sopravvivenza per l'Apocalisse prossima ventura, con una sola avvertenza: Not for the squeamish.