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martedì 27 ottobre 2015


25 ANNI DOPO UGO TOGNAZZI, 

UN RICORDO DI 15 ANNI FA

Dagli archivi perduti di Coming Soon Television




Nel 2000, dopo anni di critica cinematografica per riviste e collaborazioni a festival, iniziava per me un'avventura televisiva che si è da poco conclusa, l'esperienza di Coming Soon Television, oggi trasformata in sito. Uno dei primi servizi che feci - ai tempi beati in cui le interviste duravano mezz'ora e gli speciali tv quanto ci pareva - fu dedicato proprio ad Ugo Tognazzi, e venne anche piuttosto bene. Ricordo che durava 12 minuti, era pieno di scene dei suoi film e chiudeva con lui che faceva volare l'aquilone per Vittorio Gassman sulla spiaggia, splendido finale dell'episodio La nobile arte, citato alla fine. Proprio oggi ho ritrovato lo speaker e, cambiando le date, mi sembra che sia la commemorazione più giusta che ancora oggi potrei fare a questo grande talento. Immaginatevi... le immagini, e questo è il testo:


Ricordare un attore a dieci anni dalla sua scomparsa non è difficile, se il patrimonio cinematografico che ci ha lasciato è ricco come l’eredità di Ugo Tognazzi. Ugo Tognazzi, nato a Cremona il 23 marzo del 1922, ha infatti interpretato, in una carriera iniziata nel 1950  con I cadetti di Guascogna di Mario Mattoli, e stroncata dalla morte 40 anni dopo, qualcosa come 150 film. Ma quel che colpisce e impressiona, è la straordinaria qualità di questa filmografia: Marco Ferreri, Bernardo Bertolucci, Dino Risi, Ettore Scola, Roger Vadim, Pierpaolo Pasolini, Luciano Salce, Mario Monicelli, sono solo alcuni dei registi con cui ha lavorato, anche più volte.

Fin dalle sue mitiche macchiette televisive in Un due tre al fianco di Raimondo Vianello,Tognazzi si è rivelato non solo comico dai mille volti, ma anche artista capace di infondere alle sue interpretazioni un senso più amaro, la malinconia sanguigna e completamente agnostica derivante dallo smarrimento molto umano di vivere su una terra che, al di là di piaceri terreni come il cibo e il sesso, non sembra disposta a riempire la nostra sete di assoluto. Tanto quanto era solare ed amato nella vita privata, tanto i suoi personaggi migliori parlavano il linguaggio tragico dell’anima moderna.

Tra i tanti personaggi che Tognazzi ci ha regalato, nella nostra galleria del cuore spiccano la tragica Madame Royale, il conte Lello Mascetti di Amici miei, l’umanissimo Renato Baldi de Il vizietto, il soave sarto sordomuto di Straziami ma di baci saziami. Era proprio in queste caratterizzazioni che la sua arte si elevava a livelli altissimi, e duetti come quello con Vittorio Gassman in La nobile arte, episodio de I mostri di Dino Risi, ancora oggi ci coinvolgono e ci commuovono, facendoci realizzare quanto il cinema italiano abbia perso con la loro scomparsa.

Attore per tutti i generi e per tutte le stagioni, come solo i grandi interpreti sanno essere, dieci anni dopo la sua morte Ugo Tognazzi, con la sua presenza un po’ carogna e molto tenera ci manca ancora moltissimo. Lui è uno dei pochi, con gli amici Gassman e Mastroianni, che avrebbe saputo portare sullo schermo il Duemila come si merita, col tono annoiato e un po’ schifato, ironico e sornione, beffardo e disilluso, che tanto ce lo ha fatto amare.

martedì 22 gennaio 2013



UOMINI E COCCODRILLI


Addio a Michael Winner, gourmet extraordinaire


C'è una premessa indispensabile a quanto scriverò stasera. Nella redazione di Coming Soon Television, dove, da oltre 12 anni, espleto le variegate funzioni che mi permettono di portare a casa la pagnotta, mi conoscono come “la donna dei coccodrilli”. Se non sono io ad accorgermene per prima, i miei colleghi mi guardano con l'espressione sorniona di chi sottintende – e a volte ci scherziamo pure su - “guarda che anche oggi ti tocca il Morto”. Ora, vorrei che fosse chiaro che non mi piace scrivere coccodrilli, o meglio: non mi piace farlo per artisti che non mi hanno mai detto niente, che non hanno toccato con la loro opera la mia vita, le mie esperienze giovanili o della maturità. Qualcuno mi ha detto che i miei necrologi piacciono perché sono scritti col cuore: ma questo mi è possibile solo per chi questo cuore ha fatto battere e questa passione suscitato. A volte si tratta di “brevi incontri” che mi hanno lasciato qualcosa, altre di amori lunghi una vita, e come si fa a non dirgli addio? Io non ne sono capace. Però, se il Morto non lo conosco bene o non mi sembra uno di famiglia, odio scrivere poche righe frettolose citando il meglio della sua filmografia, anche se a volte lo devo fare e lo faccio.

Ieri sera, prima di andare a letto dopo una giornata al solito frenetica, morta di sonno e assai rincoglionita, mi era sembrato di leggere su Twitter un tweet che diceva “Michael Winner RIP”, ma il mio cervello si è rifiutato di registrarlo. @MrMichaelWinner nel suo account su Twitter – oggi ancora attivo – si descriveva così: “sono un regista cinematografico, scrittore, produttore, smacchiatore di camicie di seta completamente pazzo, dal pessimo carattere, un esemplare profondamente ridicolo di umanità in deep shit” (non serve traduzione anche di questo, no?).

Stamani arrivo in redazione e un collega mi dice che purtroppo è proprio vero, perciò mi accingo a scriverne ma i Morti non aspettano, e un veloce necrologio era già stato pubblicato ieri sul sito mentre io ero impegnata in altre cose. E quindi nulla. Ma a me dispiaceva lasciarlo così, come il regista della serie de Il giustiziere della notte, perché su Twitter lo avevo, per così dire, “conosciuto” umanamente, ne avevo apprezzato il caustico senso dell'umorismo, scoprendo la persona dietro l'immagine di cattivo ragazzo che gli piaceva tanto dare di sé e che ne aveva fatto, come personaggio pubblico, un uomo detestato da gran parte degli inglesi e amato da una parte altrettanto consistente. Qualche volta gli avevo scritto e mi aveva anche risposto, sempre con cortesia, come quando gli avevo dato notizia che un amico italiano, Fabio Zanello, aveva curato un libro di saggi, il primo, dedicato al suo cinema. Ne era stato molto felice. Eccolo QUA

A proposito di libri, sulla mia copia usata ma come nuova di Unbelievable!, una delle autobiografie di Michael Winner, c'è un fumetto di suo pugno con dedica autografa a tale Margaret. Ma come, dico io, uno compra un libro, se lo fa dedicare per poi rivenderlo intonso? Sono strani questi britanni!

Definire Michael Winner solo come regista dei tre film di Il giustiziere della notte è riduttivo. Ha fatto anche l'horror SentinelImprovvisamente, un uomo nella notte (bella versione de Il giro di vite di Henry James interpretata dal suo grande amico Marlon Brando), una serie di pellicole con l'altro suo grande sodale e compatriota Oliver Reed, iniziata con The System nel 1964. Ha lavorato con Burt Lancaster, Sophia Loren, Roger Moore, Michael Caine, Robert Mitchum (nel bel Marlowe indaga), Ava Gardner

Nel 1972, con Chato, avviene l'incontro con un altro attore e uomo a lui carissimo, Charles Bronson. Di lui, e della moglie Jill Ireland, offre un vivido ritratto, così come degli altri attori, nelle pagine delle sue ricche e godibilissime autobiografie (Winner Takes All: A Life of Sorts, 2004, Unbelievable! My Life in Restaurants and Other Places, 2010, e Tales I Never Told, 2011). Con lui realizza appunto il suo film più famoso, nel 1974, e due sequel. Quando Il giustiziere della notte arrivò in Italia, io avevo 16 anni. Ricordo benissimo i dibattiti e le accuse feroci di fascismo che gli vennero rivolte. Erano anni così. 
Gli schieramenti erano netti e definiti e su tutto si discuteva (avevi voglia di urlare: "no, il dibattito no!"). E forse era meglio, visto che quando è arrivato Io vi troverò con Liam “Spaccaculi” Neeson (copyright Domenico Misciagna), nessuno ha speso una sola parola su un film che faceva sembrare il giustiziere di Bronson una versione particolarmente tenera del cacciatore di Biancaneve. Comunque sia, all'epoca non lo vidi, nonostante l'amore che nutrivo già per l'attore dalla faccia di pietra. L'ho rivisto di recente, trovandolo un action più che degno, quando ho “scoperto” l'uomo Michael Winner, che fino ad allora neanche sapevo che faccia avesse, e, come al solito, mi è venuta voglia di conoscerne l'opera omnia.

Ricordo la mia sorpresa nel sapere che tra i suoi connazionali era ormai praticamente più famoso per l'attività a cui si era dedicato quando aveva lasciato il cinema: quella di restaurant and food critic, prima con una rubrica sul Sunday Times, Winner's Dinners, poi con un reality show in cui stroncava senza pietà le cattive pietanze che alcuni concorrenti lo invitavano a mangiare a casa loro, offrendo però in cambio la sua leggendaria ospitalità e conquistandoli con la sua generosa personalità. Aveva pubblicato libri anche su questo argomento: più che un critico gastronomico preferiva definirsi un semplice amante del buon cibo, un dilettante senza pretese. Un altro tipo di fama l'aveva avuto come testimonial delle assicurazioni esure (“calm down, dear”) per cui si era anche vestito da fatina con tanto di ali.

Ieri @mrMichaelWinner è scomparso da questa terra, all'età di 77 anni, nella sua meravigliosa e antica dimora all'interno di Holland Park (che aveva di recente messo in vendita). Aveva al fianco la compagna Geraldine, conosciuta e amata all'inizio della sua carriera, tradita mille volte con donne sempre giovani e bellissime, e sempre ritrovata. Reduce dall'intossicazione alimentare da cui si era salvato a stento ma che gli ha divorato il fegato e l'ha pian piano portato alla morte, con lei si era fidanzato ufficialmente nel 2007 e sposato a Londra nel settembre del 2011. Testimone di nozze l'amico di una vita, sir Michael Caine, con la moglie Shakira. Tutte queste cose le aveva, con gioia, condivise su Twitter.
E' stato proprio il cibo che amava tanto a uccidere Michael Winner: le ostriche avariate che gli erano toccate in sorte alle Barbados e poi la passione per la steak tartare, mangiata troppe volte con un sistema immunitario già molto indebolito. Sembrava immortale, quest'uomo ricchissimo, conservatore ma illuminato, che aveva solo amici famosi e altolocati e che nei suoi Tweet parlava volentieri delle uscite con una delle sue auto - in genere la Rolls Royce - per andare a pranzo nei migliori ristoranti, e del suo cinema privato state-of-the-art in cui da sempre si faceva proiettare in pellicola i film che voleva vedere, quando non erano ancora usciti in sala.

A volte aggressivo, ma solo coi tanti imbecilli senza senso dell'umorismo che girano per la rete e che doveva periodicamente bloccare, era perfino diventato suo malgrado un paladino dei gay quando, durante un talk show in cui si discuteva di matrimonio tra persone dello stesso sesso, aveva elegantemente ed eloquentemente difeso due signore lesbiche sottolineandone l'estrema dignità, che faceva apparire il conduttore come lo stronzo che era. Aveva detto più o meno così. Le controversie lo divertivano, e quando negli anni Settanta partecipò a un dibattito in cui venne offeso pesantemente da una femminista, solo per aver osato dirigere un film misogino come Il giustiziere della notte, si limitò a ridere con gli occhi: non si sarebbe mai abbassato a rispondere a una cattiveria con una perfidia.
Ecco, non avevo intenzione di dedicare tutte queste parole e questo spazio a un uomo che non ho nemmeno mai incontrato e con cui, a ben vedere, non ho nulla in comune. Ma è anche questa una prova del suo fascino. Michael Winner mi piaceva perché era un signore nel vero senso della parola, innamorato della vita e delle cose belle, generoso senza fanfare e aperto nei confronti delle persone interessanti, di qualsiasi estrazione sociale. Un uomo d'altri tempi, che John Landis nel suo Ladri di cadaveri aveva fatto precipitare in carrozza giù per un precipizio, senza capire, nemmeno lui, perché c'era gente che dopo aver visto il film si complimentava per avergli fatto fare una fine del genere. Di certo Winner si era divertito come un matto, e, per quanto triste e dolorosa sia una morte (e la sua lo è stata, se aveva anche considerato di andare in una struttura che lo assistesse nel trapasso), ci piace ricordarlo con quella faccia da vecchio cattivo, mentre gli occhi ne tradiscono il buonumore. Il suo sembrava l'incontenibile sorriso di chi ha da tempo scoperto, ma non te lo dirà neanche se lo ammazzi, l'inafferrabile senso della vita.

mercoledì 16 gennaio 2013

CADAVERI CALDI

A Survivor's Tale

 


Salve, miei amabili lettori, e dico proprio a tutti, anche allo sparuto drappello che approda a queste sponde desolate digitando “porno gay serial blogspot” o similia, tutte cose in grado di allietare le notti sicuramente più delle mie futili riflessioni sul cinema e sull'immaginario horror. Sono ancora viva, reduce da una delle giornate più deliranti che mi sia capitato di vivere da abitante di Roma, grazie ad un acquazzone che ha come al solito reso un'impresa degna di essere scolpita nel marmo la seguente: uscire di casa e arrivare in tempo utile alla destinazione a pochi chilometri di distanza, vedere un film (in questo caso, in anteprima mondiale, Warm Bodies, e non iniziate a fare facce strane che ne parleremo dopo), intervistare il talent di turno (Nicholas Hoult, il bambino che ci ha straziato le orecchie in About a Boy ma anche il Beast degli X-Men e l'interprete della serie cult Skins e del film di Tom Ford A Single Man) e tornare a casa.
Tutto questo dopo una notte insonne da meteoropatia, visto che, a quanto ho sentito, sono stata solo una dei tantissimi abitanti di Roma colpiti da questo morbo improvviso, che mi ha obnubilato il cervello al punto da farmi tentare la creazione di spericolate sinapsi sintattiche in inglese, nello stesso modo in cui R, nel film, cerca di articolare le parole da zombie. Forse per via del suo allenamento, il buon Nicholas è riuscito comunque a capirmi, e mi ha concesso una lunga intervista che non pubblicherò qua, confondendo penso la mia confusione mentale per un lusinghiero tentativo di emulazione del suo lavoro da attore. Mi sento, davvero, una sopravvissuta, e visto che siamo solo a mercoledì, mi chiedo quando mai riuscirò a mettermi in pari con serie, letture e film. Forse mai. Forse, vista la strana epidemia di insonnia appena passata, è ora di cominciare a prepararsi sul serio, come fanno in America, per la Zombipocalypse o come cavolo la vogliamo chiamare.

Comunque, dicevamo, Warm Bodies, di cui non vi faccio qua una recensione perché la farò sul sito di Coming Soon Television quando il film arriverà nelle sale il 7 febbraio con un esercito di ben 400 copie: intanto c'è da dire che - anche se ne condivide i produttori - questo film non è affatto parente stretto di Twilight. Che questo sia un male o un bene lo decideranno i teenager a cui è principalmente rivolto, ma, questo ve lo posso anticipare, il film ha più livelli di lettura ed un'intelligenza e un'eleganza di confezione che non mi aspettavo da una storia del genere e che – credo proprio – siano principalmente merito del regista Jonathan Levine. Il libro l'ho qua e lo leggerò quanto prima, ma la mano del regista di 50/50 è inconfondibile. Ed è sicuramente sua l'idea del gradito omaggio a Zombi 2 (in Italia, Zombi all'estero) del grande Lucio Fulci, che ha mandato in solluchero tutti i fan e i nerd presenti (che si moltiplicano per partenogenosi ad ogni proiezione).

Suppongo che le battute facessero più ridere in inglese, ma questo Romeo e Giulietta tra zombi e umani non è assolutamente stupido, la coppia protagonista – Hoult e Teresa Palmer – fa scintille (chissà che Jennifer Lawrence non si sia ingelosita, vedendolo) e alcune idee ci sono piaciute molte. Altre meno, ma ci sembra che questo sia un teen-movie (ahimé, so che ora arriverete anche voi, cultori delle Lolite, fuorviati dalle sirene dei motori di ricerca) che non sottovaluta, per una volta, il suo pubblico di riferimento.

Nel periodo in cui non ci siamo sentiti, inoltre ho rivisto Frankenweenie e ho scritto QUESTO, ed è morto NAGISA OSHIMA. Ho scritto anche questo, anche se non è firmato, visto che è solo un piccolo e frettoloso coccodrillo, per ricordare un regista di cui ho adorato almeno due film: Furyo, meraviglioso, e Tabù-Gohatto, ancora sul tema dell'omosessualità, che nel 2000 vidi a Cannes, e di cui seguii, emozionata, la conferenza stampa. Perché, anche se i suoi film forse più famosi in Occidente, Ecco l'impero dei sensi e L'impero della passione, non sono tra i miei preferiti, e non sono una cultrice del cinema giapponese tout court, quelli che ho citato prima mi hanno davvero commosso e toccato. Oshima era un Maestro, il problema è che nessuno vuole più essere allievo, visto che proprio oggi un giovane critico si vantava – o così pareva - di non aver mai visto un suo film. Come se l'amore per la fantascienza e l'horror dovesse per forza escludere tutto il resto. Vabbé, non cominciamo con le prediche sennò non ne esco.

Non voglio chiudere in tristezza, però, perché sono contenta di essere sopravvissuta anche oggi e di essermi comunque divertita. Domani, se ho culo, tornerò umana come R in Warm Bodies, parlerò di nuovo un fluente inglese (magari ti faccio una sorpresa e ti telefono, Nicholas) e a Roma non pioverà né nevicherà e la giornata sarà perfino noiosa. Ah, ma dimenticavo la cosa più importante. Nel periodo in cui ero fuori radar, ho anche ricevuto una bellissima telefonata dal mio amico Egidio Eronico (che ha tra l'altro diretto Charlton Heston nella sua ultima grande performance in My Father, e scusate se è poco!). Non solo bellissima perché mi augurava un buon anno, ma soprattutto perché nelle sue parole ho avvertito l'assoluta urgenza di darmi un salutare calcio in culo. Lui sa di cosa parlo. Io volevo solo dirgli pubblicamente grazie. Davvero, ne avevo bisogno e prometto che non andrà sprecato. E adesso vediamo quanti nuovi “lettori” mi porteranno questi scabrosi argomenti.