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mercoledì 20 maggio 2020

 DARK SHADOWS

 FOCUS SU UNA SERIE LEGGENDARIA




 My name is Victoria Winters...” comincia così, con la voce off di Alexandra Moltke, dopo l'annuncio del ciak, del numero della puntata e della data, fatto dallo speaker direttamente sul set, ogni episodio di Dark Shadows, la soap gotica creata nel 1966 dalla mente geniale del regista e produttore Dan Curtis. Comincia senza sapere che diventerà una leggenda, come una soap-opera qualsiasi, con l'arrivo di una giovanissima governante, Vicky Winters, chiamata a istruire un ragazzino pestifero in una ricca, antica e misteriosa famiglia, i Collins, in una cittadina di pescatori del Maine che in loro onore si chiama Collinsport. Nella prima puntata conosciamo la bella e volitiva Elizabeth "Liz" Stoddard Collins, che da 18 anni, da quando il marito se n'è andato, non mette mai piede fuori da quella lugubre e antica dimora sulla scogliera, chiamata ovviamente Collinwood, dove il vento soffia sempre triste e minaccioso e spesso infuria la tempesta. Insieme a miss Winters, che arriva da un orfanotrofio di New York per prendere servizio (e non si capirà mai perché la signora Collins abbia voluto proprio lei, uno dei misteri irrisolti della serie), arriva con lo stesso treno Burke Devlin, un uomo che ha passato cinque anni in carcere ingiustamente e torna ricco come il conte di Montecristo e in cerca di vendetta proprio sul fratello di Elizabeth, Roger, snob e senza scrupoli, padre di David, che detesta, e che vive sostanzialmente alle spalle della sorella. E poi c'è la figlia di Elizabeth, Carolyn Stoddard, bellissima, biondissima e capricciosa, che fa ammattire il povero Joe Haskell, innamorato di lei, ma di una classe decisamente inferiore.

ELIZABETH STODDARD COLLINS, ROGER COLLINS E VICKY WINTERS
Inizialmente Dark Shadows si dipana, nei venti minuti di ogni puntata, con una certa lentezza, ma ci affezioniamo subito agli attori, che hanno voci bellissime e sono molto credibili nel rappresentare il carattere dei loro personaggi, per quanto quasi tutti - alcuni più di altri - si impappinino spesso. Ed è questo un altro elemento che ci fa subito affezionare alla serie: il ritmo di produzione velocissimo e da "buona la prima" ha lasciato tracce memorabili. Non solo gli spassosi errori degli attori che leggono le battute sul gobbo, ma strani rumori metallici, tombe che si muovono, pareti che si spostano, elementi di scenografia che cadono, porte che si ostinano a restare chiuse nonostante l'attore cerchi di uscire di scena, colpi di tosse e sussurri di provenienza ignota... tutto questo, a differenza di quel che forse speravano gli attori, non è scomparso e solo in seguito è stato estrapolato e raccolto nei cosiddetti bloopers, ma con gran divertimento di chi le vede è rimasto all'interno delle puntate, perché i rifacimenti erano considerati troppo costosi per un programma pomeridiano. Nonostante questo, la qualità della scrittura e della recitazione, il suggestivo tema musicale, gli effetti sonori e la fotografia rendono pregiato un prodotto realizzato in modo frettoloso perfino per gli standard dell'epoca. E quando lo si comincia a vedere, come le ciliegie, un episodio tira l'altro.


MAGGIE EVANS E VICKY WINTERS
Inizia come una soap, dicevamo, con poche location tra cui il mitico e unico bar ritrovo del posto, il Blue Whale, dove il jukebox suona sempre una sola musichetta pseudo yé yé (con a volte qualche azzardato accenno di Ciliegi Rosa o Brazil), le ragazze dai capelli supercotonati indossano minigonne e stivali e gli ubriaconi del luogo si ritrovano per affogare i propri dispiaceri. Come il padre di Maggie, la gentile e curiosa cameriera dell'unica locanda della città, che è il pittore fallito, vedovo e sopraffatto dai sensi di colpa Sam Evans. A proposito, si beve tantissimo in questa serie: nel salotto di Collinwood un'elegante bottiglia sempre piena di brandy è l'abbeveratoio serale di Roger Collins e dei numerosi ospiti, più o meno benvenuti, della casa. E se Sam Evans è un vero alcolizzato, lo era purtroppo anche il bravissimo attore che lo interpretava, David Ford, morto a soli 57 anni di infarto, dopo una vita a combattere con questa dipendenza. Ford aveva anche sposato nel 1966 Nancy Barrett, la bella attrice che interpretava Carolyn Stoddard, da cui lo dividevano 18 anni di età, ma il matrimonio era durato solo due anni. Anche Mitchell Ryan, che oggi ha 94 anni e dopo essersi disintossicato ha avuto una brillante carriera cinematografica, alzava spesso il gomito. In alcuni episodi il suo stato di alterazione è evidente e a un certo punto gli è costato il licenziamento dalla serie e l'affidamento ad altri attori del personaggio di Burke Devlin (di sicuro il nome più citato e col maggior numero di intonazioni nelle prime cento puntate).

BURKE DEVLIN
L'aneddotica che circonda Dark Shadows è ricchissima: la dolce Alexandra Moltke a un certo punto lasciò la serie per mettere su famiglia (e venne sostituita da Betsy Durkin e Carolin Groves, prima che Vicky Winters fosse fatta sparire definitivamente). Ricordate il caso von Bulow, da cui è stato tratto anche un film con Jeremy Irons e Glenn Close? Bene, era proprio Alexandra l'amante per cui Claus Von Bulow (morto l'anno scorso a 92 anni) fu accusato di aver tentato di avvelenare la moglie, una ricca ereditiera.

Come in tutte le serie che vanno avanti a lungo (Dark Shadows, in onda sulla ABC, terminerà nel 1971 con un totale di 1225 episodi: avete letto bene!) alcuni attori, oltre a svolgere più ruoli nella parti ambientate in epoche diverse della trama, vengono sostituiti, spesso senza spiegazioni. Ad esempio Matthew Morgan, il folle bruto che inspiegabilmente è l'uomo di fiducia della raffinata Liz Stoddard Collins, viene interpretato da George Mitchell in soli 3 episodi, per essere poi cambiato con il più efficace Thayer David (che tornerà anche in altri ruoli, dopo la morte di Morgan). Burke Devlin dopo il licenziamento di Ryan verrà affidato ad Anthony George. Prima dell'arrivo di David Ford, Sam Evans per sette episodi ha avuto il volto di Mark Allen. Poi c'è il caso del viscido Willy Loomis, compagno di malefatte del ricattatore di Liz Stoddard, Jason McGuire, che per cinque puntate è stato il perfetto teddy boy di James Hall, sostituito dal bravissimo James Karsten che diventerà il servo del vampiro Barnabas Collins.

MAGGIE EVANS E BARNABAS COLLINS

Ecco, non abbiamo ancora introdotto l'elemento più importante, il soprannaturale. All'inizio si parla molto e si vede poco, si racconta delle leggende del posto, delle due donne precipitate dal Picco delle Vedove e della terza che le seguirà, e naturalmente di presenze spettrali. Poi fa la sua apparizione nella Vecchia Casa (la dimora originaria in rovina della famiglia Collins, dove si stabilirà Barnabas) il benevolo fantasma di Josette Collins col suo profumo di gelsomini, che aiuterà più volte il piccolo David, che ha un rapporto privilegiato con l'aldilà, soprattutto quando la madre Laura, separata dal padre Roger e  un tempo ricoverata in manicomio torna stranamente cambiata, decisa a reclamarne la custodia. Con lei si svolge una delle sottotrame più suggestive in assoluto della serie. Ma colui che la renderà immortale è appunto l'Immortale per definizione, il vampiro Barnabas Collins, interpretato con perfetto aplomb e minaccioso fascino britannico dall'attore canadese Jonathan Frid, che - liberato da quell'incauto ingordo di Willy Loomis a caccia di gioielli nella cripta di famiglia - si spaccia per un cugino a tutti sconosciuto venuto dall'Inghilterra. Tutti notano che è praticamente identico al ritratto appeso a Collinwood di quello che lui dice essere un suo antenato, ma ne giustificano la stranezza e il modo forbito di parlare come eccentricità europee. Il personaggio (e l'attore) che diventerà la star di Dark Shadows era stato inizialmente previsto per poche puntate, per ridare un po' di linfa allo show in calo di ascolti. Nessuno avrebbe immaginato che il suo ingresso lo avrebbe reso un personaggio di culto con cui quasi tutti oggi identificano la serie, e avrebbe aperto le porte a ogni genere di creatura soprannaturale, streghe, mostri di Frankenstein e lupi mannari inclusi. Se non avete la pazienza di vedere Dark Shadows dal principio (la trovate qua su youtube) sappiate che Barnabas fa il suo trionfale arrivo solo nella puntata numero 211.

LA FOLLA IN DELIRIO PER JONATHAN FRID
Non abbiamo mai invidiato tanto qualcuno, come quei ragazzini americani che dal 1966 al 1971 si precipitavano a casa subito dopo la scuola per piazzarsi davanti al tubo catodico e assistere a un nuovo episodio di Dark Shadows. Noi piccoli amanti del brivido negli anni Sessanta abbiamo avuto Belfagor e nel 1971 Il segno del comando, ma erano solo 11 puntate in tutto e a dir la verità assai addomesticate rispetto alla paura che alcuni episodi di Dark Shadows riescono ancora a sprigionare. Lo stesso effetto ce lo avrebbero fatto qualche anno dopo la Trilogia del terrore con Karen Black, con il mitico episodio del guerriero Zuni, guarda caso anche quello dovuto a Dan Curtis, e il film Ballata macabra, sempre firmato da lui. Da Dark Shadows nacquero due film per il cinema, La casa dei vampiri e La casa delle ombre maledette, entrambi diretti da Curtis, poi libri, fumetti, convention e un culto ancora vivo dopo 50 anni, perché quello che vedi da bambino ti segna per tutta la vita. Non c'è da stupirsi se uno di quei ragazzini era Tim Burton, che nel 1966 aveva 8 anni e nel 2012 ha voluto rendergli omaggio con la sua (purtroppo deludente) versione, dove se non altro ci sono i cammei di alcuni dei vecchi interpreti, tra cui Jonathan Frid, scomparso proprio nell'anno dell'uscita del film, a 87 anni.

BARNABAS COLLINS E IL SUO RITRATTO
Scoprire ora Dark Shadows, vi assicuriamo, fa tornare bambini, spaventati dal buio e dai mostri che si aggirano intorno a noi, nonostante gli adulti ne neghino l'esistenza. Non sarà lo stesso piacere che avremmo provato allora, ma vedendolo da grandi comprendiamo che le belle storie di paura sono sempre state le migliori, lo sono ancora e sempre lo saranno. Soprattutto quando alla fine, sulla spettrale colonna sonora, lo speaker ci ricorda che si tratta di “A Dan Curtis Production”.

ALCUNI DEI PROTAGONISTI DI DARK SHADOWS


Una piccola postilla è obbligatoria su alcuni degli attori di cui non abbiamo parlato sopra e a cui siamo certi vi affezionerete come a persone di famiglia. Ovviamente ci limitiamo a una piccola parte di tutti quelli che hanno partecipato anche perché, per ora, siamo ancora molto indietro con la visione. L'interprete di Maggie Evans - e di altri 4 personaggi - si chiama KATHRYN LEIGH SCOTT e qualcuno forse la ricorderà anche nel ruolo di Nuria in Star Trek – The Next Generation. Oggi ha 77 anni, possiede una casa editrice, la Pomegranate Press, e ha scritto numerosi libri sulla televisione, tra cui più di uno su Dark Shadows, oltre a romanzi ed audiolibri ispirati alla serie (e non solo). Anche lei ha avuto un cammeo nel film di Tim Burton

JOEL CROTHERS E KATHRYN LEIGH SCOTT

Quello che nella serie è stato prima il fidanzato di Carolyn Stoddard e poi di Maggie, Joe Haskell, era interpretato da un bel ragazzo di nome Joel Crothers, un attore che non ha avuto altrettanta fortuna ed è morto di Aids a soli 44 anni. Sul set tutti sapevano che era gay anche se pubblicamente non aveva mai fatto coming out, tanto che aveva in programma il matrimonio con un'attrice poco prima di morire. 

NANCY BARRETT E JOEL CROTHERS
Era gay anche lo straordinario LOUIS EDMONDS, che ha rivelato la sua omosessualità solo nella sua biografia, Big Lou, quando aveva superato i 70 anni. Oltre a incarnare l'antipatico e irascibile Roger Collins, ha ricoperto ben 7 personaggi nella serie, apparendo sia nel primo che nell'ultimo episodio. Premiato attore teatrale, nella vita Edmonds era l'esatto contrario di Roger. Spiritoso e burlone, era solito, prima di girare, fare battute che costringevano a molti sforzi Nancy Barrett e Alexandra Moltke per non scoppiare a ridere. Edmonds è morto nel 2001 a 77 anni.

LOUIS EDMONDS
Di NANCY BARRETT (Carolyn Stoddard e altri sei personaggi) come di ALEXANDRA MOLTKE (Vicky Winters) vi abbiamo in parte già parlato. La prima oggi ha 76 anni e ha lasciato la recitazione nel 1986, con qualche sporadico ritorno. È stata nella serie dall'inizio alla fine, apparendo in 405 episodi. Alexandra Moltke, nata in Svezia da genitori danesi, ha smesso anch'essa di recitare dopo Dark Shadows e oggi, a 75 anni (73 secondo altre fonti) ha all'attivo come regista alcuni interessanti documentari storici. 

IL CAST
Il secondo e più duraturo Willy Looman era interpretato da JOHN KARLEN, che aveva 26 anni all'epoca e che purtroppo è morto proprio il 22 gennaio 2020, all'età di 86 anni, dopo aver continuato una ricca carriera da caratterista in molte serie tv. JAMES HALL è ancora vivo, ha partecipato a qualche convention, è autore di un libro e attribuisce all'aver perso il ruolo per cui era in lizza - il cowboy di Un uomo da marciapiede, andato alla fine a Jon Voight perché più alto e in maggior contrasto col personaggio di Dustin Hoffman - il fatto di non essere diventato una star e avere avuto una vita felice.

DAVID HENESY è (o meglio era) lo straordinario ragazzino che interpreta David Collins, inizialmente odioso poi col passare del tempo sempre più maturo e simpatico. Essendo il più giovane di tutti oggi ha “solo” 64 anni e ne aveva 11 all'inizio della sua avventura. Dopo la serie ha lasciato la recitazione (peccato!) e attualmente vive con la moglie a Panama dopo aver messo su una catena di ristoranti di lusso.

DAVID HENESY
Abbiamo citato Laura Collins, la Fenice, interpreta da DIANA MILLAY, dagli splendidi e ipnotici occhi. Nel suo curriculum prima di Dark Shadows c'è il lavoro di modella e molte apparizioni televisive in serie come Operazione U.N.C.L.E, Maverick, Bonanza, Perry Mason e moltissime altre. Diana ha lasciato la recitazione nel 1971, a soli 36 anni. Ha scritto diversi libri tra cui un'autobiografia intitolata, non a caso, "I'd Rather Eat Than Act", Preferisco mangiare che recitare. Del resto è apparsa in oltre 100 programmi televisivi, dal vivo e registrati, e La casa dalle ombre maledette è stata il suo canto del cigno. Oggi ha 85 anni.

DIANA MILLAY
Dulcis in fundo – ma l'elenco sarebbe ancora lungo - vogliamo terminare col pilastro della serie, la matriarca Liz Stoddard Collins, interpretata da JOAN BENNETT. L'attrice hollywoodiana, che gli appassionati di horror ricordano anche come la Madame Blanc di Suspiria di Dario Argento, è morta nel 1990 all'età di 80 anni. Aveva iniziato la sua carriera all'epoca del muto ed era diventata un nome di punta dello star system hollywoodiano negli anni '30 e '40. Nel 1933 era stata Amy in Piccole donne di George Cukor, nel 1945 fu protagonista per Fritz Lang dello splendido noir Strada scarlatta, poi recitò in Non siamo angeli di Michael Curtiz con Humphrey Bogart e in tanti altri celebri film. Nella sua carriera questa bellissima attrice non ha mai vinto niente, se non l'affetto di un pubblico che ancora ricorda la sua Liz piena di segreti, pronta a giurare eterno odio ma capace sempre di cavarsi dalle peggiori situazioni con grinta e decisione. Senza di lei, Dark Shadows non sarebbe stato quello che è diventato per milioni di spettatori, che alla sua incomparabile classe ed eleganza (che dimostra perfino quando scivola sui lunghi dialoghi della serie) rendono ancora omaggio.

JOAN BENNETT
P.S. Oltre al film di Tim Burton c'è stato un tentativo di rilanciare la serie nel 1991, con Ben Cross nel ruolo di Barnabas Collins, Joseph Gordon-Levitt, all'epoca bambino, in quello di David Collins e con la partecipazione di Barbara Steele nella parte della dottoressa che cerca di guarire il vampiro. Anche se questo reboot - che in 12 episodi condensa diverse storie apparse nella serie originale - era stato accolto benissimo, ha avuto vita breve: la messa in onda è sfortunatamente coincisa con la guerra del Golfo e la trasmissione delle puntate è stata spesso interrotta e spostata, perdendo pubblico e costringendo la rete (NBC) alla cancellazione. 

DAVIS SELBY (IL LUPO MANNARO QUENTIN COLLINS), KATHRYN LEIGH SCOTT, JOHNNY DEPP, JONATHAN FRID E TIM BURTON

Per concludere, Dark Shadows, come un altro, precedente capolavoro della tv americana, Ai confini della realtà di Rod Serling, è venuta prima di tutte le altre serie che dagli anni Novanta in poi hanno invaso le nostre case con storie soprannaturali piene di mostri, mutanti e vampiri, ambientate in tranquilli posti di provincia che nascondono mondi arcaici e potenze ultraterrene. Perfino David Lynch deve molto alla sua commistione tra soap opera e horror. Inoltre, anche se è ovviamente un caso, è ambientata nel Maine come le storie di Stephen King (e quando viene citata Bangor impossibile non pensare a lui). Dobbiamo questa serie unica, iniziata in bianco e nero e terminata a colori, alla creatività di un uomo che rispondeva al nome di Dan Curtis, scomparso nel 2006, con cui noi amanti dell'horror e del fantastico abbiamo un grosso debito di riconoscenza.





sabato 22 agosto 2015

ANNIBALE CANNIBALE TERRIBILE
La stagione del mio disamore per Hannibal



Nella vita le delusioni abbondano: deludono i fidanzati, gli amici, i figli, figuriamoci se non può deludere una serie tv che riempie una minima parte – certo meno importante -  della nostra vita. Confesso di esser stata presa dalla serialmania da cui mi ritenevo immune e di aver guardato un po' di tutto, negli anni, spesso anche per futili motivi. Ad esempio ho guardato due stagioni del (per me) insensato Sleepy Hollow perché ci recitava il mio amico John Noble, straordinario attore, e ho tirato un sospiro di sollievo quando ho saputo che se n'è andato e non sarò costretta a veder la terza. A volte dò una chance anche alle sitcom ma l'unica che mi è rimasta appiccicata negli anni è The Big Bang Theory a cui si aggiunta la purtroppo sporadica ma fantastica gay-com inglese Vicious.
Per motivi di lavoro e di interesse cerco poi di vedere almeno le prime puntate di tutte le serie horror e fantastiche e nell'ordine dopo un po' per vari motivi ho scartato Dexter, The River, Under the Dome, Penny Dreadful e Lost Girl, mentre resto per ora fedele a The Walking Dead (ma non vedrò Fear the Walking Dead) e a Grimm. E poi naturalmente c'è Hannibal, che fino all'anno scorso, come molti sanno, era nella mia top ten e anche piuttosto in alto. 
Amo e stimo da sempre Bryan Fuller (adoravo Pushing Daisies!) ed ero quindi piuttosto curiosa di vedere quale sarebbe stato il suo approccio alla saga di Hannibal Lecter, diventata sempre più mediocre libro dopo libro e film dopo film, con l'eccezione de Il silenzio degli innocenti e Manhunter e dei primi due romanzi. Non sono rimasta delusa. Le prime due stagioni, scandite da pranzi e cene gourmet a base di carne umana, hanno portato Hannibal a un livello superiore, quello di un vero e proprio demone, anzi, del Diavolo in persona, come lo stesso autore e Mads Mikkelsen hanno da subito dichiarato. 



Era dunque bello vedere la tensione e l'evolversi del rapporto tra lui e il Will Graham di Hugh Dancy, l'uomo capace di immedesimarsi nella mente dei serial killer, e il fatto che quest'ultimo avesse problemi mentali in partenza e fosse affidato proprio alle arti manipolatorie del dottor Lecter dava il via a suggestioni e intrichi psicologici raramente presenti nei superficiali serial americani. Era, insomma, una serie intellettuale, non facile, in cui la morte veniva messa in scena come un'opera d'arte, congelata nella sua atroce bellezza e dove le metafore visive (anche se assai ripetute, come quella del cervo) abbondavano, arricchendola di visionarietà. Hannibal era un artista del male, chirurgico nel dispensare la sua beffarda giustizia terrena e determinato a crearsi una famiglia psicotica di suoi pari. Era l'intelligenza del male spinta all'estremo, capace di giocare con la mente dei suoi interlocutori/vittime come il gatto col topo, sornione e in perenne attesa. E c'era anche molta ironia, che alleggeriva i momenti più raggelanti della storia. Più astratto dei romanzi e dei film, dai quali volutamente si distaccava, Hannibal aveva creato un mondo, in cui, pur richiamando le visioni dell'Inferno dantesco e quelle di Milton e di William Blake, portava avanti in modo originale una storia coerente. 



L'attrazione tra Grahan e Lecter, fortemente intrisa di omoerotismo, funzionava anche come esasperazione del tema dello specchio e del mito di Narciso, mentre l'inserimento tra i due di un attore dalla concretezza e dalla fisicità di Laurence Fishburne nel ruolo di Jack Crawford faceva da sponda al gioco tra di loro, magnificando le geometrie dei loro rapporti. C'è da dire che i personaggi femminili, a partire dalla dottoressa Alana Bloom che è infatutata di Will Graham, va a letto con Hannibal e si scopre poi lesbica fidanzandosi con la ricchissima Verger (?) per arrivare all'insulsa giornalista di true crime Freddie Lounds, trasformata in donna per esigenze di... boh, forse per equilibrare i personaggi maschili, sono quelli che ci hanno sempre convinto meno. Comunque, dopo una serie di episodi in cui Hannibal sembrava aver preso una SUA strada originale, c'è stata la necessità di tornare ai libri di cui la produzione di Martha De Laurentiis detiene i diritti. Ecco così che la parte relativa a Mason Verger, una di quelle potenzialmente più interessanti, dopo un interessante inizio nella seconda, è stata sbrigativamente (e goffamente) liquidata all'inizio della terza stagione, così come la (inutile) storia delle origini di Hannibal, con l'inserimento di un personaggio femminile, l'inutilissima Chiyo, che sembra uscito da Kill Bill o da Sin City, sostituisce la zia che educa Hannibal nei libri e agisce da deus ex machina in entrambe le storie prima di sparire (o sparare?) per sempre. 



L'inizio della terza stagione intreccia a piacer suo varie trame non tutte sulla stessa linea temporale, ed è non solo brutalmente spiazzante, ma perde per strada anche quel minimo (un minimo!) di plausibilità, necessario anche nelle narrazioni più fantasiose. Personaggi insignificanti appaiono e senza il minimo approfondimento vengono velocemente spacciati dopo cene che non somigliano per niente alle raffinate preparazioni delle prime stagioni, si passa dalla Sicilia a Firenze nel volgere di un episodio, con tutti che inseguono tutti, si sfiorano, si perdono, si ritrovano e si lasciano bigliettini amorosi (sotto forma di cadavere, of course), con l'irritazione supplementare, in una serie così ricca e curata, di vedere tradotte in modo ridicolo con Google traduttore delle scritte in “italiano” e il fastidio dell'incongrua liaison e complicità tra Hannibal e la sua psicanalista schizzata, Bedelia (che purtroppo sostituisce in molti episodi della vicenda l’insostituibile Clarice Sterling) interpretata con un continuo tono sussurrato e monocorde dalla pur brava Gillian Anderson (no tartuffi bianchi for me, please!). Dopo il pessimo sfruttamento delle location e degli attori italiani, in una Firenze surrealmente deserta, con dialoghi sempre più pretenziosi e vacui che esprimono concetti già detti e ridetti, immagini al ralenty e dettagli in macro messi lì tanto per riempire il lentissimo tempo della narrazione, Hannibal si consegna spontaneamente a Jack Crawford e nella puntata numero 8 (su 13) ritorniamo finalmente nel solco della narrazione "regolare", con un balzo avanti nel tempo, per raccontare la storia di Red Dragon in modo molto simile al libro e al film, ma con un paio di differenze sostanziali che non spoleriamo.



Sono passati tre anni e Will Graham è accasato con una insignificante sconosciuta e col figlio undicenne di lei con cui vive nella solita casa circondata da nevi perenni e la sua muta di cani, ma non sa resistere al richiamo del caso della Fatina dei Denti/Grande Drago Rosso (ben impersonato dal fin troppo bello Richard Armitage, al quale però comunque continuiamo a preferire Tom Noonan e Ralph Fiennes). E anche in questa parte, comunque assai migliore dei primi episodi, ci sono cose così implausibili che richiedono un livello di sospensione dell’incredulità prossimo allo stratosferico. Torna anche la sussurrante Bedelia, ancora inspiegabilmente in libertà, e rientra non si capisce bene bene a che titolo nell’FBI quell’altra poco affidabile strizzacervelli di Alana Bloom (poi dice uno non si fida della categoria!).



E' come se Fuller, incoraggiato dai risultati ottenuti con una serie tanto anomala, avesse deciso di premere il pedale dell'acceleratore convinto che tutti lo seguissero nella sua corsa contro il muro, e dopo averci affascinato e orripilato con le sculture cadaveriche di Hannibal e i suoi incredibili tableau mourants, quando è stato costretto a rientrare nell'alveo di una narrazione più classica, col fiato del network sul collo, si fosse trovato impreparato, fino a perdere il controllo del materiale. So che – così come ci sono moltissime persone che si sono disamorate della serie - ce ne sono altrettante se non di più che continuano ad amarla e ad esaltarla, anche tra i critici. Il problema nel mio caso non è la comprensione dei “messaggi” e delle metafore: è tutto così insistito e ripetuto che neanche lo spettatore più distratto può evitare di capire, e se così non fosse nella puntata nr. 12 tutto viene esplicitato in parole). Il problema è la fastidiosa sensazione di assistere alla confusione mentale di un autore di grande talento che, impegnato su più fronti, ha lasciato che la perfetta architettura delle prime due stagioni prendesse derive inutili e sbilenche, mostrando crepe enormi in un edificio altrimenti perfetto.

Resta ancora una puntata alla fine (pare definitiva) della serie, perciò potrei tornare sul discorso ma al momento preferirei dimenticare almeno la prima metà di questa stagione e ricordare solo le due precedenti.


martedì 19 maggio 2015

CRITICA SI', CRITICA NO, SE FAMO DU' SPAGHI?

E' APERTO IL DIBATTITO


In questo periodo si fa un gran dibattere su testate online, cartacee e convegni, su una questione vecchia come Matusalemme: la critica cinematografica è viva, morta, svenuta, ha traslocato, sai per caso se ha lasciato un nuovo indirizzo? Siccome un po' di esperienza sul tema ce l'ho - anche se mi sono patentata solo di recente - ho deciso di esprimermi in merito, visto che questo spazio è mio e non è sponsorizzato da nessuno, per cui la mia coscienza può dormire tra quattro guanciali (lo so che sono due ma a me piace stare comoda).

Ho provato a scrivere un pezzo serio ma veniva chilometrico, dati gli anni che ho sulle spalle e la mia notoria incapacità di sintesi, per cui ho pensato che invece potrei dare ai ggiovani qualche consiglio non richiesto, come quelli che io invece nei bei tempi della mia gioventù ho chiesto a critici già affermati e che mi sono stati molto preziosi. 
Fatene quello che vi pare (gli articoli sul web hanno lo svantaggio che per incartarci il pesce vanno prima stampati): qua le due pillole di saggezza di un cane sciolto che ha iniziato il suo percorso su riviste specializzate all’epoca dei Grandi Vecchi, passando poi a pubblicazioni meno cattedratiche,  ai libri e alla tv tematica per approdare infine al Web, massima livella democratica (verso il basso). 




PICCOLO DECALOGO PER ASPIRANTI CRITICI O CRITICI DILETTANTI

1)    Conoscere il cinema, possibilmente almeno i capisaldi dal muto al sonoro. Il cinema non è iniziato con voi né col vostro regista preferito e se è vero che nulla si distrugge e tutto si trasforma potrebbe sorprendervi scoprire da dove il tale o il talaltro ha preso gli ingredienti che costituiscono le vostre pietanze preferite.

2)    Conoscere la grammatica e la lingua italiana sarebbe un requisito necessario, o almeno un tempo lo era.

3)    Fidatevi non solo di quello che sapete ma anche delle vostre sensazioni: spesso sono quelle che permettono di entrare in sintonia con l’autore e quando succede è molto bello.

4)    Mai lasciarsi condizionare dalle proprie idiosincrasie per un autore o un genere: basta dire “no, non posso, lo scriva qualcun altro”. Io, ad esempio, non recensisco i film di Paolo Sorrentino perché so che non gli renderei giustizia.

5)    Non annoiare il lettore e scrivere in modo chiaro (mise en abyme, post-moderno e altre parole passe-partout spesso usate a sproposito sono la copertina di Linus del critico insicuro o che ha poco da dire). Si scrive per tutti, non per la cricca che parla in gergo e se si cattura l’interesse di chi legge gli si possono aprire nuove prospettive e punti di vista.

6)    Non sovrapporre mai, senza prove, le proprie letture o opinioni del film a quelle degli autori, attribuendo loro volontà che non avevano o significato a scene magari realizzate per caso per ovviare a qualche difficoltà sul set.

7)    Avere una buona cultura generale: non è obbligatorio diventare delle Treccani viventi, ma se un film è ambientato in un certo periodo o è tratto da un libro o mette in scena la vita di un personaggio famoso, conoscere il background aiuta parecchio. Del resto il cinema comprende in sé tutte le arti e non ammette l’ignoranza.

8)    Non essere pigri: un tempo a noi toccava aspettava anni per rivedere un film, e avevamo solo le retrospettive dei circoli del cinema o dei festival, oggi TUTTO è disponibile sul web in qualsiasi momento.  Dunque, invece di pensare solo al futuro, date la giusta attenzione anche al passato.

9)    Come diceva il vecchio (e maschilista) Clint: le opinioni sono come le palle, ognuno ha le sue. La critica totalmente oggettiva NON ESISTE, è una balla inventata dagli accademici per rompere le scatole agli studenti, così come la bellezza classica che non deve piacere a tutti e per molti è mortalmente noiosa. Ma, come dicevamo prima, dovete motivare tutto. Non vale scrivere, dire, far capire: “a me questo non piace perché preferivo quell’altro film” o “vorrei che questo regista tornasse a fare i film che faceva vent’anni fa”, perché non ha alcun senso e non serve a nessuno. Niente vieta di personalizzare le vostre recensioni, anzi, è bello vedere che chi scrive ha una personalità, ma non siete voi i protagonisti.

10)  Le stroncature acide non servono e non fanno onore a nessuno. Sparare sulla Croce Rossa è uno sport facile e assai stronzo. Un giudizio negativo è più difficile da motivare di uno positivo, ma se ci riuscite sono quelle le critiche che vi daranno più soddisfazione.



Infine, se avete un blog, vi state facendo le ossa, non scrivete su testate giornalistiche e non aspirate a diventare critici di professione e vi diverte spararle grosse, a dire che un film è bello, un altro brutto e un terzo noioso, magari invece di recensioni le vostre opinioni chiamatele “mi piace/mi fa schifo”. E’ più onesto e vi renderete più simpatici, distinguendovi per di più dalla massa dei cialtroni pagati che non capirete mai come hanno fatto ad arrivare dove sono.