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sabato 22 agosto 2015

ANNIBALE CANNIBALE TERRIBILE
La stagione del mio disamore per Hannibal



Nella vita le delusioni abbondano: deludono i fidanzati, gli amici, i figli, figuriamoci se non può deludere una serie tv che riempie una minima parte – certo meno importante -  della nostra vita. Confesso di esser stata presa dalla serialmania da cui mi ritenevo immune e di aver guardato un po' di tutto, negli anni, spesso anche per futili motivi. Ad esempio ho guardato due stagioni del (per me) insensato Sleepy Hollow perché ci recitava il mio amico John Noble, straordinario attore, e ho tirato un sospiro di sollievo quando ho saputo che se n'è andato e non sarò costretta a veder la terza. A volte dò una chance anche alle sitcom ma l'unica che mi è rimasta appiccicata negli anni è The Big Bang Theory a cui si aggiunta la purtroppo sporadica ma fantastica gay-com inglese Vicious.
Per motivi di lavoro e di interesse cerco poi di vedere almeno le prime puntate di tutte le serie horror e fantastiche e nell'ordine dopo un po' per vari motivi ho scartato Dexter, The River, Under the Dome, Penny Dreadful e Lost Girl, mentre resto per ora fedele a The Walking Dead (ma non vedrò Fear the Walking Dead) e a Grimm. E poi naturalmente c'è Hannibal, che fino all'anno scorso, come molti sanno, era nella mia top ten e anche piuttosto in alto. 
Amo e stimo da sempre Bryan Fuller (adoravo Pushing Daisies!) ed ero quindi piuttosto curiosa di vedere quale sarebbe stato il suo approccio alla saga di Hannibal Lecter, diventata sempre più mediocre libro dopo libro e film dopo film, con l'eccezione de Il silenzio degli innocenti e Manhunter e dei primi due romanzi. Non sono rimasta delusa. Le prime due stagioni, scandite da pranzi e cene gourmet a base di carne umana, hanno portato Hannibal a un livello superiore, quello di un vero e proprio demone, anzi, del Diavolo in persona, come lo stesso autore e Mads Mikkelsen hanno da subito dichiarato. 



Era dunque bello vedere la tensione e l'evolversi del rapporto tra lui e il Will Graham di Hugh Dancy, l'uomo capace di immedesimarsi nella mente dei serial killer, e il fatto che quest'ultimo avesse problemi mentali in partenza e fosse affidato proprio alle arti manipolatorie del dottor Lecter dava il via a suggestioni e intrichi psicologici raramente presenti nei superficiali serial americani. Era, insomma, una serie intellettuale, non facile, in cui la morte veniva messa in scena come un'opera d'arte, congelata nella sua atroce bellezza e dove le metafore visive (anche se assai ripetute, come quella del cervo) abbondavano, arricchendola di visionarietà. Hannibal era un artista del male, chirurgico nel dispensare la sua beffarda giustizia terrena e determinato a crearsi una famiglia psicotica di suoi pari. Era l'intelligenza del male spinta all'estremo, capace di giocare con la mente dei suoi interlocutori/vittime come il gatto col topo, sornione e in perenne attesa. E c'era anche molta ironia, che alleggeriva i momenti più raggelanti della storia. Più astratto dei romanzi e dei film, dai quali volutamente si distaccava, Hannibal aveva creato un mondo, in cui, pur richiamando le visioni dell'Inferno dantesco e quelle di Milton e di William Blake, portava avanti in modo originale una storia coerente. 



L'attrazione tra Grahan e Lecter, fortemente intrisa di omoerotismo, funzionava anche come esasperazione del tema dello specchio e del mito di Narciso, mentre l'inserimento tra i due di un attore dalla concretezza e dalla fisicità di Laurence Fishburne nel ruolo di Jack Crawford faceva da sponda al gioco tra di loro, magnificando le geometrie dei loro rapporti. C'è da dire che i personaggi femminili, a partire dalla dottoressa Alana Bloom che è infatutata di Will Graham, va a letto con Hannibal e si scopre poi lesbica fidanzandosi con la ricchissima Verger (?) per arrivare all'insulsa giornalista di true crime Freddie Lounds, trasformata in donna per esigenze di... boh, forse per equilibrare i personaggi maschili, sono quelli che ci hanno sempre convinto meno. Comunque, dopo una serie di episodi in cui Hannibal sembrava aver preso una SUA strada originale, c'è stata la necessità di tornare ai libri di cui la produzione di Martha De Laurentiis detiene i diritti. Ecco così che la parte relativa a Mason Verger, una di quelle potenzialmente più interessanti, dopo un interessante inizio nella seconda, è stata sbrigativamente (e goffamente) liquidata all'inizio della terza stagione, così come la (inutile) storia delle origini di Hannibal, con l'inserimento di un personaggio femminile, l'inutilissima Chiyo, che sembra uscito da Kill Bill o da Sin City, sostituisce la zia che educa Hannibal nei libri e agisce da deus ex machina in entrambe le storie prima di sparire (o sparare?) per sempre. 



L'inizio della terza stagione intreccia a piacer suo varie trame non tutte sulla stessa linea temporale, ed è non solo brutalmente spiazzante, ma perde per strada anche quel minimo (un minimo!) di plausibilità, necessario anche nelle narrazioni più fantasiose. Personaggi insignificanti appaiono e senza il minimo approfondimento vengono velocemente spacciati dopo cene che non somigliano per niente alle raffinate preparazioni delle prime stagioni, si passa dalla Sicilia a Firenze nel volgere di un episodio, con tutti che inseguono tutti, si sfiorano, si perdono, si ritrovano e si lasciano bigliettini amorosi (sotto forma di cadavere, of course), con l'irritazione supplementare, in una serie così ricca e curata, di vedere tradotte in modo ridicolo con Google traduttore delle scritte in “italiano” e il fastidio dell'incongrua liaison e complicità tra Hannibal e la sua psicanalista schizzata, Bedelia (che purtroppo sostituisce in molti episodi della vicenda l’insostituibile Clarice Sterling) interpretata con un continuo tono sussurrato e monocorde dalla pur brava Gillian Anderson (no tartuffi bianchi for me, please!). Dopo il pessimo sfruttamento delle location e degli attori italiani, in una Firenze surrealmente deserta, con dialoghi sempre più pretenziosi e vacui che esprimono concetti già detti e ridetti, immagini al ralenty e dettagli in macro messi lì tanto per riempire il lentissimo tempo della narrazione, Hannibal si consegna spontaneamente a Jack Crawford e nella puntata numero 8 (su 13) ritorniamo finalmente nel solco della narrazione "regolare", con un balzo avanti nel tempo, per raccontare la storia di Red Dragon in modo molto simile al libro e al film, ma con un paio di differenze sostanziali che non spoleriamo.



Sono passati tre anni e Will Graham è accasato con una insignificante sconosciuta e col figlio undicenne di lei con cui vive nella solita casa circondata da nevi perenni e la sua muta di cani, ma non sa resistere al richiamo del caso della Fatina dei Denti/Grande Drago Rosso (ben impersonato dal fin troppo bello Richard Armitage, al quale però comunque continuiamo a preferire Tom Noonan e Ralph Fiennes). E anche in questa parte, comunque assai migliore dei primi episodi, ci sono cose così implausibili che richiedono un livello di sospensione dell’incredulità prossimo allo stratosferico. Torna anche la sussurrante Bedelia, ancora inspiegabilmente in libertà, e rientra non si capisce bene bene a che titolo nell’FBI quell’altra poco affidabile strizzacervelli di Alana Bloom (poi dice uno non si fida della categoria!).



E' come se Fuller, incoraggiato dai risultati ottenuti con una serie tanto anomala, avesse deciso di premere il pedale dell'acceleratore convinto che tutti lo seguissero nella sua corsa contro il muro, e dopo averci affascinato e orripilato con le sculture cadaveriche di Hannibal e i suoi incredibili tableau mourants, quando è stato costretto a rientrare nell'alveo di una narrazione più classica, col fiato del network sul collo, si fosse trovato impreparato, fino a perdere il controllo del materiale. So che – così come ci sono moltissime persone che si sono disamorate della serie - ce ne sono altrettante se non di più che continuano ad amarla e ad esaltarla, anche tra i critici. Il problema nel mio caso non è la comprensione dei “messaggi” e delle metafore: è tutto così insistito e ripetuto che neanche lo spettatore più distratto può evitare di capire, e se così non fosse nella puntata nr. 12 tutto viene esplicitato in parole). Il problema è la fastidiosa sensazione di assistere alla confusione mentale di un autore di grande talento che, impegnato su più fronti, ha lasciato che la perfetta architettura delle prime due stagioni prendesse derive inutili e sbilenche, mostrando crepe enormi in un edificio altrimenti perfetto.

Resta ancora una puntata alla fine (pare definitiva) della serie, perciò potrei tornare sul discorso ma al momento preferirei dimenticare almeno la prima metà di questa stagione e ricordare solo le due precedenti.


domenica 12 maggio 2013

 A VOLTE RITORNANO

 Pensieri seriali di una blogger in affanno

 



Mamma mia, quanto tempo che non ci vediamo! Com'è che si dice in questi casi? Ho avuto tanto da fare. E in effetti è così. Ho scritto di più per il sito di Coming Soon e qualche piccola cosa, con mia grande soddisfazione, anche per "Film Tv", oltre alla solita lotta contro il tempo che manca, i mezzi pubblici e la sopravvivenza quotidiana in una Roma sempre più matrigna, i problemi della figlia preadolescente e i soliti casini assortiti, e siamo già arrivati a metà maggio.

Probabilmente per portare avanti un blog con una certa continuità non bisogna scrivere per lavoro. Dal momento che io, nel mio pochissimo tempo libero, devo vedere film e serie tv, leggere, scrivere e tenermi informata, alla fine il blog-diario è il primo a essere sacrificato. Ma a me piace condividere le mie passioni, e questo è il mio spazio privilegiato per farlo, per cui cerco di riprendere le fila del discorso, se non vi dispiace.

E sono lieta di iniziare con un annuncio ufficiale, che alcuni di voi già hanno ascoltato: per un puro caso, quasi in contemporanea con l'autobiografia di William Friedkin e il Leone d'Oro alla carriera che riceverà finalmente a Venezia, a gennaio 2014 uscirà in ebook e ad un prezzo assolutamente economico, la mia monografia a lui dedicata, aggiornata e con delle novità. Per tutti quelli che me l'hanno chiesto nel corso degli anni, dunque, ecco qua: "Friedkin. Il brivido dell'ambiguità", prossimamente su tutti i Kindle e gli iPod.
E dal momento che i cadaveri a forza di aspettare sulla riva del fiume iniziano a passare, sono tornata in possesso anche dei diritti del mio "Ciak si trema", proprio quello che ha dato origine a questo blog, che inizierò ad aggiornare in previsione di un'uscita in ebook che mi permetterà finalmente di correggere tutti gli errori storici e quello che non posso vedere dell'edizione cartacea: a partire dalla copertina e dalla dedica a una persona che non la meritava. Detto questo, torniamo a parlare di visioni.

Allora, le mie passioni televisive principali in questi 2 ultimi mesi sono state sicuramente Bates Motel e Hannibal. Su quest'ultimo leggerete un pezzo introduttivo su "Film TV", mentre ne parlerò più approfonditamente alla fine della prima stagione, che spero vivamente non sia l'ultima, visto che Bryan Fuller (Dead Like Me, Pushing Daisies, Waterfalls, insomma ci siamo capiti no?) è perseguitato – come molta gente troppo creativa - da una specie di maledizione per cui gliene concedono al massimo due.

Sono poi arrivata alla fine della sesta, ottima stagione di The Mentalist (Red John ti mette le ali), e sto seguendo la seconda, altrettanto ottima, di Grimm. E poi c'è stata la riscoperta di Game of Thrones, che dopo due stagioni per me non entusiasmanti, pare aver preso veramente il volo con le prime sei puntate della terza, diventando al tempo stesso più cattiva, più appassionante, più sorprendente: chapeau! E' stato bello poi ritrovarci Iwan Rheon, dopo Misfits, nel ruolo di un sadico torturatore.

 E a proposito di quest'ultimo attore (salto di palo in frasca, ma così sarà quasi tutto questo post, come una serie di appunti) lo abbiamo rivisto anche nella sitcom inglese Vicious, nel ruolo del vicino di casa etero, vestito con improbabili pullover aderenti anni Settanta.
Ecco, anche su questo show voglio spendere due parole, anche perché non ho ancora capito se mi piace o no, però continuerò a guardarlo, e ora vi dico il perché. La struttura è quella della tipica sitcom: 20 minuti di durata, unico ambiente o quasi, e protagonista è una coppia attempata, bitchy e grumpy che non si risparmia cattiverie tremende. Nulla di che, se non fosse che il duo in questione è composto da Sir Ian McKellen e Sir Derek Jacobi, due grandissimi attori inglesi ultrasettantenni, che con gusto perverso mettono in scena una coppia di gay che vive insieme da 48 anni senza più sopportarsi. Sono tanto cattivi e sopra le righe che a volte viene da chiedersi come sarebbe stato accolto lo show se a interpretarlo fossero stati due attori etero e non due dichiarati omosessuali come loro. Gusto rétro e cattivo gusto si sposano in un matrimonio agrodolce che lascia un po' di imbarazzo in chi ride, visto che sembra di assistere, non invitati, alle diatribe private di due persone condannate a condividere la vita senza nulla in comune (come in un normale matrimonio medio, insomma).

Ma torniamo a bomba, al fantastico e al discorso dei prequel. Al cinema non funzionano quasi mai: c'è poco tempo e modo di approfondire, e quindi nella migliore delle ipotesi si resta insoddisfatti, ma in tv è tutto un altro paio di maniche. Dicevamo di Bates Motel, creato da Carlton Cuse per A&E, e ispirato sia al personaggio di Robert Bloch che al film di Hitchcock, e che mi ha piacevolmente sorpreso. Chi se ne frega se è ambientato ai tempi nostri, in un'altra località, e se Norman e la madre usano il cellulare. Il Motel è proprio quello e gli autori hanno fatto un grande sforzo di immaginazione nel mostrarci un adolescente problematico e nel dipingere il suo rapporto con la madre e il fratellastro maggiore. 

La storia è semplice: dopo la misteriosa morte del violento marito, la bella vedova Norma Bates si trasferisce col figlio a White Pine Bay, una cittadina costiera dell'Oregon, dove ha comprato coi soldi dell'assicurazione del defunto un motel dall'aria sinistra e piuttosto malandato, che inizia a ristrutturare. Non è la prima volta che la piccola famigliola cambia residenza, e Norma è iperprotettiva nei confronti del figlio diciassettenne, mentre non vuole saperne del maggiore che a un certo punto li raggiunge. 
Ma anziché l'inizio di una nuova vita, il trasferimento segna una discesa nell'incubo per i tre. Senza spoilerare niente, vi diciamo solo che la pacifica cittadina nasconde mostri alla Twin Peaks (le cui atmosfere sono volutamente ricordate), c'è un giro pesante di droga e schiavitù sessuale, Norman conosce in senso biblico la sua prima bionda, ha un'amica gravemente malata ma piena di vita, impara la tassidermia. E molto, molto altro. Gli attori sono davvero bravi e belli, da Vera Farmiga (un'attrice che ci è sempre sembrata antipatica e che mette a servizio della storia questa sua caratteristica) al protagonista Freddie Highmore, alto, magro e impacciato come Anthony Perkins, tanto da sembrare davvero una sua versione giovanile. E' un piacere vedere che gli attori bambini non sempre diventano dei mostri, crescendo, e l'ex interprete di Neverland, La fabbrica di cioccolato e gli Arthur di Besson è diventato veramente, ma veramente bravo. 10 episodi nella prima stagione, già rinnovata per una seconda.
E' bello che questi serial killer letterari e cinematografici tornino, di tanto in tanto, a farci visita, e che la tv sia capace di fare quello che al cinema non riesce: immergerli nei nostri tempi senza mancare di rispetto a loro, ai loro creatori e ai fan. E per stavolta è davvero tutto, passo e chiudo.