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giovedì 19 settembre 2013

Non ti ho nemmeno detto arrivederci

  Mario Maldesi, un anno dopo

 

 


La vita a volte è proprio stronza. Ci sono persone che sei sicuro che sentirai e rivedrai per trascorrerci un altro po' di bel tempo insieme. Poi ti abitui a sentirle una volta ogni due o tre anni e ogni volta che ci parli è come se vi foste lasciati il giorno prima. Certe amicizie, anche se non strettissime, sono come amori: c'è una sintonia immediata e anche se ti risenti dopo tempo riprendi subito il discorso, ritrovi la stessa voglia di condividere ricordi, racconti, passioni. Ti sembra che non sia passato tanto tempo dall'ultima telefonata, poi un giorno succede qualcosa per cui ti dici “devo chiamarlo e raccontargli”.
L'anno scorso, il 5 settembre, giorno del mio compleanno, stavo ancora male per le mie stupide questioni personali. Ero al lavoro ma nemmeno in redazione, dove molti l'avevano conosciuto, arrivò quella brutta notizia. Quest'anno, quando ho saputo che avrebbero dato il Leone d'oro alla carriera a William Friedkin - di cui era amico e con cui collaborava dai tempi de l'Esorcista fino a Regole d'onore, del 2003, suo ultimo doppiaggio per lui - ho pensato di chiamarlo. Ma è stato solo quando sono tornata da Venezia che ho avuto il tempo di sentirlo per raccontargli e condividere con lui, come altre volte avevo fatto, le emozioni di quei giorni. Stavo per chiamarlo quando una strana sensazione mi ha spinto ad andare su internet e digitare il suo nome.

E solo allora, vergognandomi di me stessa per non esserci stata, per non aver saputo, per non aver nemmeno potuto scrivere un biglietto alla moglie Francesca e alla famiglia, che ho appreso che Mario Maldesi, il più grande direttore del doppiaggio di sempre, un uomo straordinario e generoso che mi pregiavo di chiamare amico, aveva lasciato questa terra proprio il 5 settembre 2012. E ho scoperto che di anni ne aveva tanti, 89, e che io non me ne ero mai accorta, perché aveva l'entusiasmo, la simpatia e la vivacità di un ragazzo.

L'avevo conosciuto quando preparavo il mio libro su L'esorcista, nel 1999. Ricordo che ebbi il suo numero di telefono dallo sceneggiatore e regista Carlo Di Carlo, e che quando lo chiamai per fargli alcune domande sul doppiaggio del film fu gentilissimo e disponibile. Forse la prima volta ci incontrammo – qua i ricordi sono un po' più vaghi - quando uscì il libro, che gli portai. All'epoca era appena iniziata l'avventura di Coming Soon Television e quando Stanley Kubrick morì – uno shock per tutti gli amanti del cinema – lo chiamai in studio e gli feci una lunga intervista, che poi montammo con clip e contributi in un programma intitolato Le voci di Kubrick, che gli piacque moltissimo. Non solo: sempre quel giorno coi colleghi avevamo preparato un servizio di montaggio lungo e bellissimo, solo coi suoni, le musiche, le voci e le immagini dei suoi film, pensato e montato col cuore (è tuttora una delle cose che mi sono più care di quelle fatte sul lavoro). Lasciammo Mario da solo a vederlo e quando finì lo ricordo asciugarsi gli occhi col fazzoletto, commosso, e ringraziarci.
Mario era così: amava il suo lavoro, amava le persone, e se ti voleva bene te lo dimostrava.


Ci siamo poi rivisti diverse volte: nel 2000 mi coinvolse nella revisione delle scene aggiunte de L'esorcista per l'uscita del cosiddetto director's cut e anche se non compaio neanche nei ringraziamenti so che grazie a lui c'è anche un pezzettino di me. Poi lo stesso anno, o forse il successivo, fui ospite nella villa-agriturismo che aveva con la famiglia in provincia di Arezzo, dove il pomeriggio rivedevamo i dialoghi di Regole d'onore di Friedkin, tradotti splendidamente da Susanna Javicoli (grande attrice e dialoghista prematuramente scomparsa) e la sera giocavamo tutti con i villeggianti belgi e francesi ad assurdi ma divertenti giochi in lingua, in cui nonostante la mia timidezza mi facevo coinvolgere volentieri. Erano persone che tornavano ogni anno, affezionate come parenti, e come tali venivano trattate, non come clienti.L'atmosfera di gioia e divertimento di quelle serate la ricorderò a lungo.
Quante cose mi raccontò Mario in quella e altre occasioni, quanti aneddoti, quante storie divertenti, quanti succosi dietro le quinte! Mi disse che avrebbe potuto fare un libro parlando di tutti i maestri con cui e per cui aveva lavorato e ancora rimpiango di non aver registrato le sue storie e non averglielo scritto io, quel libro prezioso. L'elenco dei suoi lavori è troppo lungo, ma se volete l'ho trovato qua, nel suo sito ufficiale, e qua ho trovato la sua ultima intervista che ancora non riesco a vedere senza piangere. Si vede che stava male eppure parla a lungo e racconta cose meravigliose col consueto spirito. Devo a lui le voci dei film che proprio io, che non sopporto più il doppiaggio, ho tanto amato: film come Quel pomeriggio di un giorno da cani, Frankenstein Jr., Amarcord, L'esorcista, Arancia Meccanica... Davvero tutti i film che mi hanno segnato da ragazzina, cementando il mio amore per il cinema, avevano le voci scelte e dirette da lui. Grande perfezionista, dotato di un orecchio perfetto (sono anche andata a trovarlo in sala di missaggio, una volta), sul lavoro aveva fama di essere impietoso e di far piangere la gente, pur di ottenere il massimo. Ma nella vita era spiritoso, affettuoso e allegro, aveva una voce squillante e una risata contagiosa. Mi chiamava “Danielina”, io che sono alta un metro e 80 e non sono certo esile.

Ho ancora qua il dvd di Le voci di Kubrick che mi ero fatta fare per sostituire la videocassetta che gli avevo dato all'epoca. Ricordo di avergli parlato della lunga intervista fatta all'amico, autista e factotum di Kubrick, Emilio D'Alessandro, dal quale lui stesso mi aveva indirizzato. In quell'occasione, mi disse quanto era amareggiato dal comportamento di Jan Harlan, cognato di Kubrick, che nelle riedizioni dei dvd aveva tolto tutti quei meravigliosi dettagli che il regista pretendeva e per cui amava tanto i doppiaggi italiani. A questo proposito ecco la storica, calorosa lettera scritta a mano con cui Kubrick lo ringrazia calorosamente per il doppiaggio di Full Metal Jacket.
Scomparso Kubrick, Harlan è diventato il curatore della sua memoria e si è affrettato a togliere dai dvd le cose che lui amava tanto e su cui l'adattatore dei dialoghi Riccardo Aragno e Mario avevano tanto faticato: via le scritte tradotte in italiano, via “il mattino ha l'oro in bocca” da Shining, via la bellissima "Marcia di Topolino” nel finale di Full Metal Jacket, via - per gelosia e spirito di rivalsa, come i collaboratori italiani ritengono – i credits di chi ha reso giustizia a questi film meravigliosi, in un oltraggio non solo a loro ma soprattutto al genio di Kubrick.

Quella volta, abbiamo sicuramente parlato di rivederci, e facendo un po' di conti ora mi accorgo che deve essere stato almeno nel 2010, in uno dei periodi più deprimenti della mia vita. Adesso sono qua a piangerlo e a condividere questo dolore con voi, perché per me è come se fosse morto oggi e mi manca davvero non poterlo più chiamare al telefono. Era una delle poche persone con cui era veramente un piacere intellettuale parlare e uno degli uomini più intelligenti e acuti che abbia mai conosciuto. Ciao caro Mario, non so cosa ci sia di là ma mi piace pensare che sia un bel posto e che tu ci abbia ritrovato Federico, Stanley e gli altri amici e che i cori degli angeli si vergognino ad esibirsi davanti a te. Grazie di tutto, grazie per avermi dato ascolto e fiducia e perdonami per questa assenza per cui non mi dò pace. Ti porterò nel cuore e ti sentirò nelle voci di ogni film a cui hai prestato la tua arte. E dedico a te questa foto con Billy Friedkin che entrambi amavamo, scattata in un momento felice in cui per me eri vivo e sorridente come ti ho sempre visto e come sempre resterai. Ciao Mario! La tua Danielina
 

domenica 12 maggio 2013

 A VOLTE RITORNANO

 Pensieri seriali di una blogger in affanno

 



Mamma mia, quanto tempo che non ci vediamo! Com'è che si dice in questi casi? Ho avuto tanto da fare. E in effetti è così. Ho scritto di più per il sito di Coming Soon e qualche piccola cosa, con mia grande soddisfazione, anche per "Film Tv", oltre alla solita lotta contro il tempo che manca, i mezzi pubblici e la sopravvivenza quotidiana in una Roma sempre più matrigna, i problemi della figlia preadolescente e i soliti casini assortiti, e siamo già arrivati a metà maggio.

Probabilmente per portare avanti un blog con una certa continuità non bisogna scrivere per lavoro. Dal momento che io, nel mio pochissimo tempo libero, devo vedere film e serie tv, leggere, scrivere e tenermi informata, alla fine il blog-diario è il primo a essere sacrificato. Ma a me piace condividere le mie passioni, e questo è il mio spazio privilegiato per farlo, per cui cerco di riprendere le fila del discorso, se non vi dispiace.

E sono lieta di iniziare con un annuncio ufficiale, che alcuni di voi già hanno ascoltato: per un puro caso, quasi in contemporanea con l'autobiografia di William Friedkin e il Leone d'Oro alla carriera che riceverà finalmente a Venezia, a gennaio 2014 uscirà in ebook e ad un prezzo assolutamente economico, la mia monografia a lui dedicata, aggiornata e con delle novità. Per tutti quelli che me l'hanno chiesto nel corso degli anni, dunque, ecco qua: "Friedkin. Il brivido dell'ambiguità", prossimamente su tutti i Kindle e gli iPod.
E dal momento che i cadaveri a forza di aspettare sulla riva del fiume iniziano a passare, sono tornata in possesso anche dei diritti del mio "Ciak si trema", proprio quello che ha dato origine a questo blog, che inizierò ad aggiornare in previsione di un'uscita in ebook che mi permetterà finalmente di correggere tutti gli errori storici e quello che non posso vedere dell'edizione cartacea: a partire dalla copertina e dalla dedica a una persona che non la meritava. Detto questo, torniamo a parlare di visioni.

Allora, le mie passioni televisive principali in questi 2 ultimi mesi sono state sicuramente Bates Motel e Hannibal. Su quest'ultimo leggerete un pezzo introduttivo su "Film TV", mentre ne parlerò più approfonditamente alla fine della prima stagione, che spero vivamente non sia l'ultima, visto che Bryan Fuller (Dead Like Me, Pushing Daisies, Waterfalls, insomma ci siamo capiti no?) è perseguitato – come molta gente troppo creativa - da una specie di maledizione per cui gliene concedono al massimo due.

Sono poi arrivata alla fine della sesta, ottima stagione di The Mentalist (Red John ti mette le ali), e sto seguendo la seconda, altrettanto ottima, di Grimm. E poi c'è stata la riscoperta di Game of Thrones, che dopo due stagioni per me non entusiasmanti, pare aver preso veramente il volo con le prime sei puntate della terza, diventando al tempo stesso più cattiva, più appassionante, più sorprendente: chapeau! E' stato bello poi ritrovarci Iwan Rheon, dopo Misfits, nel ruolo di un sadico torturatore.

 E a proposito di quest'ultimo attore (salto di palo in frasca, ma così sarà quasi tutto questo post, come una serie di appunti) lo abbiamo rivisto anche nella sitcom inglese Vicious, nel ruolo del vicino di casa etero, vestito con improbabili pullover aderenti anni Settanta.
Ecco, anche su questo show voglio spendere due parole, anche perché non ho ancora capito se mi piace o no, però continuerò a guardarlo, e ora vi dico il perché. La struttura è quella della tipica sitcom: 20 minuti di durata, unico ambiente o quasi, e protagonista è una coppia attempata, bitchy e grumpy che non si risparmia cattiverie tremende. Nulla di che, se non fosse che il duo in questione è composto da Sir Ian McKellen e Sir Derek Jacobi, due grandissimi attori inglesi ultrasettantenni, che con gusto perverso mettono in scena una coppia di gay che vive insieme da 48 anni senza più sopportarsi. Sono tanto cattivi e sopra le righe che a volte viene da chiedersi come sarebbe stato accolto lo show se a interpretarlo fossero stati due attori etero e non due dichiarati omosessuali come loro. Gusto rétro e cattivo gusto si sposano in un matrimonio agrodolce che lascia un po' di imbarazzo in chi ride, visto che sembra di assistere, non invitati, alle diatribe private di due persone condannate a condividere la vita senza nulla in comune (come in un normale matrimonio medio, insomma).

Ma torniamo a bomba, al fantastico e al discorso dei prequel. Al cinema non funzionano quasi mai: c'è poco tempo e modo di approfondire, e quindi nella migliore delle ipotesi si resta insoddisfatti, ma in tv è tutto un altro paio di maniche. Dicevamo di Bates Motel, creato da Carlton Cuse per A&E, e ispirato sia al personaggio di Robert Bloch che al film di Hitchcock, e che mi ha piacevolmente sorpreso. Chi se ne frega se è ambientato ai tempi nostri, in un'altra località, e se Norman e la madre usano il cellulare. Il Motel è proprio quello e gli autori hanno fatto un grande sforzo di immaginazione nel mostrarci un adolescente problematico e nel dipingere il suo rapporto con la madre e il fratellastro maggiore. 

La storia è semplice: dopo la misteriosa morte del violento marito, la bella vedova Norma Bates si trasferisce col figlio a White Pine Bay, una cittadina costiera dell'Oregon, dove ha comprato coi soldi dell'assicurazione del defunto un motel dall'aria sinistra e piuttosto malandato, che inizia a ristrutturare. Non è la prima volta che la piccola famigliola cambia residenza, e Norma è iperprotettiva nei confronti del figlio diciassettenne, mentre non vuole saperne del maggiore che a un certo punto li raggiunge. 
Ma anziché l'inizio di una nuova vita, il trasferimento segna una discesa nell'incubo per i tre. Senza spoilerare niente, vi diciamo solo che la pacifica cittadina nasconde mostri alla Twin Peaks (le cui atmosfere sono volutamente ricordate), c'è un giro pesante di droga e schiavitù sessuale, Norman conosce in senso biblico la sua prima bionda, ha un'amica gravemente malata ma piena di vita, impara la tassidermia. E molto, molto altro. Gli attori sono davvero bravi e belli, da Vera Farmiga (un'attrice che ci è sempre sembrata antipatica e che mette a servizio della storia questa sua caratteristica) al protagonista Freddie Highmore, alto, magro e impacciato come Anthony Perkins, tanto da sembrare davvero una sua versione giovanile. E' un piacere vedere che gli attori bambini non sempre diventano dei mostri, crescendo, e l'ex interprete di Neverland, La fabbrica di cioccolato e gli Arthur di Besson è diventato veramente, ma veramente bravo. 10 episodi nella prima stagione, già rinnovata per una seconda.
E' bello che questi serial killer letterari e cinematografici tornino, di tanto in tanto, a farci visita, e che la tv sia capace di fare quello che al cinema non riesce: immergerli nei nostri tempi senza mancare di rispetto a loro, ai loro creatori e ai fan. E per stavolta è davvero tutto, passo e chiudo.

venerdì 30 novembre 2012




PARLIAMO UN POCO DI ME

Io, David Sedaris e il Kindle Sorpresa


A parte gli amici e i conoscenti che leggono regolarmente questo blog, immagino che la maggior parte di quelli che ci capitano per caso non mi abbia mai sentito nominare e sia troppo pigra o disinteressata per googlare il mio nome e trovare informazioni sulla sottoscritta (che non sta su Facebook perché è una maledetta snob, ma su Twitter ci passa le giornate). E cosa puoi aspettarti da gente che ci arriva cercando frasi come “bambino sfregiato con un bisturi”? Brrr. Siccome la gente che legge questo blog è assai pochina, diciamo che mi sento sufficientemente a mio agio, come succede tra amici di vecchia data, per mettermi in libertà e togliermi un po' di sassolini dalla scarpa.
Chi ero lo trovate QUA, grazie alla gentilezza di Enrico Zoi che mi mette in compagnie assai più illustri di me. Chi sono... non essendo mai stata riservata e non avendo niente da nascondere, basta chiedere e vi racconto tutto quello che vale la pena di sapere. Ad esempio, che in questo periodo sono molto - ma proprio molto - arrabbiata, annoiata e scontenta. A volte anche in modo irrazionale.
Sono troppe le cose che non mi piacciono: l'aria che si respira in questo paese, la gente che vedo in giro, il cinema che mi tocca recensire, i colleghi che tirano a campare perché ormai sanno di essere condannati, la scuola pubblica inadeguata, lo stato della cultura, la decadenza della città che tanto amavo e in cui ho scelto di vivere, i miei che invecchiano e me, che – a differenza di troppe donne e uomini senza qualità, capaci di vendersi per quello che non sono e di convincere gli altri delle proprie inesistenti doti - non trovo neanche un acquirente per quelle che so di avere. E siccome io non mi accontento mai di me stessa e di quello che faccio, odio chi si siede, chi si adagia, chi “tira via”, in qualsiasi campo, accontentandosi di dare il minimo sindacale, o magari solo incapace di superare la propria mediocrità. Vivo in un mondo in cui chi non sa pensa di sapere, e chi sa si rende conto di non sapere abbastanza. E a vincere sono sempre i primi.

Non mi piace neanche rimpiangere il passato: so, parafrasando Nanni Moretti, che “non torneranno più i festival e i lavori gratificanti di una volta”. So che devo essere orgogliosa di avere vissuto quei periodi di pura, perfetta e sconsiderata felicità, di aver avuto la fortuna di sedermi a tavola con William Friedkin e Christopher Lee e di aver sentito il primo raccontare con gusto dei divertenti aneddoti sui suoi film e il secondo fare imitazioni di colleghi e cantare arie d'opera con la sua profonda, splendida voce. So che devo essere felice per gli anni del Mystfest e per le amicizie che ci ho fatto, per aver lavorato al Noir in Festival con gente che stimavo e stimo e che mi ha insegnato molto, e per aver parlato, in interviste lunghissime e umanamente coinvolgenti, prima dei tempi lampo della tv, con attori e registi che hanno fatto la storia del cinema. Confesso che ho vissuto e così sia.
                              
Ma possibile che adesso sia tutto passato, perso per sempre, come lacrime nella pioggia? Forse sì ed è giusto che sia così. Magari in futuro pubblicherò qua alcune di quelle interviste, di quei ricordi e di quelle storie. Quando uno, nella vita privata e nel lavoro, per un certo periodo di tempo non può usare il cervello al massimo, questo si atrofizza, è fatale. Ma io devo dargli aria ogni tanto, perché in fondo è un bel cervello e ci sono affezionata, anche se mi ha sempre complicato la vita.

Ricordate la lista delle cose per cui vale la pena vivere, stilata da un Woody Allen depresso in Manhattan? Io quelle liste ho iniziato a farle da adolescente (quando ancora Fabio Fazio giocava coi soldatini), solo che le chiamavo “amo” e “odio”. Ora quello che odio l'ho già detto, e per quelle che amo la lista è troppo lunga, però la cosa che preferisco su tutte è, da sempre, leggere. Di tutto, di continuo, in ogni momento libero dalle incombenze della vita quotidiana e dalle visioni di film e telefilm, a letto e sui mezzi, incrociando senza sosta i flussi (roba da fare invidia a Doc). Ultimamente, però, mi ero inceppata anche lì: in contemporanea pretendevo di leggere il ponderoso e bellissimo tomo di Oliver Stone sulla storia segreta degli Stati Uniti assieme a un saggio sull'arrivo della mafia italiana in America, a World War Z di Max Brooks (noia mortale) e a vari autori per me sconosciuti, scaricati “aumm aumm” sul Kindle Sorpresa, come lo chiama mia figlia. Ah, e nel mezzo ci avevo messo pure Gli sfiorati di Sandro Veronesi, trovato in redazione e prontamente restituito dopo averne letto una cinquantina di pagine (senza offesa).

Comunque, io adoro annusare, toccare e sfogliare i libri di carta e ho sempre guardato con disprezzo il loro misero surrogato, tra l'altro ultimo regalo, come quasi tutta la roba elettronica utile (e superflua) che ho in casa, del mio generoso ma poco romantico ex. Alla fine, però, per me condannata a passare ore infelici sulla metro B e su quelli che Gigi Proietti definiva i “lenti pubblici” romani, si è rivelato utile. Anche perché contiene già duemila libri, come quelli che mi hanno riempito la casa e sfondato le librerie, che lì dentro non pesano e non si vedono. Ne ho approfittato per buttarci tutto quello che avrei sempre voluto leggere ma non ho mai avuto voglia di comprare, oltre a libri che ho già di carta ma che voglio portare con me e autori a cui dare una seconda possibilità (ad esempio so che dovrei leggere di nuovo Chuck Palaniuk). Ah, tutto rigorosamente in inglese, senza il filtro della traduzione. E che cavolo, già che posso lo faccio, no?

E' così che, dopo essermi goduta su carta gli splendidi, cinematografici disegni di Fragile e Sarah, del mio amico Stefano Raffaele (vedere per credere QUA) e la raccolta di tutte le storie di Valentina Mela Verde della grandissima Grazia Nidasio, ho aperto a caso il kindle e - sorpresa ! - ho scoperto David Sedaris. Per qualcuno sarà anche la scoperta dell'acqua calda, ma è una di quelle cose che mi hanno riconciliato con la vita (che quest'anno, come già sapete, è stata davvero stronza con me).
I racconti di questo straordinario scrittore, che confonde ad arte autobiografia e realtà, narrando con senso del grottesco e naturalezza le storie imbarazzanti dei nonni greci, delle sorelle, dei genitori, dei propri tic adolescenziali e della propria omosessualità, sono un ritratto acutissimo, divertente e intelligente della società in cui viviamo.
Perché le storie migliori, quando sono personali, sono universali.
Ho iniziato dal suo primo lavoro, senza saperlo, il meraviglioso The Santaland Diaries (1992), in cui David racconta la sua esperienza di elfo ai celebri Magazzini Macy's nel periodo natalizio. E' assolutamente fantastico il panorama umano che passa come un fiume in piena nel villaggio di Babbo Natale, ricreato con mille magie all'interno del tempio del consumo, e che Sedaris descrive con impietoso senso dell'ironia. Così come sono incredibili i vari elfi e Santa Claus che partecipano alla recita, il cui fine è vendere le foto fatte ai  marmocchi (ricordi che arriveranno in casa degli acquirenti, in molti casi, nell'agosto dell'anno dopo, visto che all'epoca non esistevano ancora le foto digitali). Dice di più questo racconto sui guasti che il capitalismo e il consumismo hanno arrecato alla gente, di mille pesanti saggi di economia.

Dopo questa autentica perla, sono passata agli altri racconti, uno più bello dell'altro, tutti totalmente outrageous, come quelle serie inglesi che mi piacciono tanto. Come succede ad esempio in Next of Kin, dalla raccolta Naked, in cui Sedaris parla di un libro pornografico che racconta di incesti e sesso pedofilo, letto da lui e dal resto della famiglia, dagli 8 anni in su. Anche da questo capitolo scabroso del suo Lessico Famigliare, l'autore riesce a trarre una storia a modo suo pura, spassosa e credibile. Sedaris è stato anche molto attento ad alimentare il suo mito. Quando Wayne Wang acquistò i diritti cinematografici e trasse una sceneggiatura dalla sua raccolta Me Talk Pretty One Day (in italiano Me parlare bello un giorno, visto l'altro giorno su una bancarella a 3 euro), David ci ripensò e gli chiese di non farne di niente, perché preoccupato di come la sua famiglia sarebbe apparsa sullo schermo. Fu un peccato ma dà da pensare, no? L'unico problema nel leggere uno come Sedaris è che ci si ritrova, come raramente accade (a me è accaduto con i Tales of The City di Armistead Maupin e con Il tradimento di Rita Hayworth di Manuel Puig, vero e proprio libro test: dovevo rendermi conto che il mio ex non era l'uomo giusto per me quando mi disse che non riusciva a capirlo), a ridere d'un tratto ad alta voce, dimentichi di dove ci si trova. Ma chi se ne frega, aggiungo. Ridere allenta la tensione e riscalda il cuore, e dal momento che Woody Allen è "morto" e neanch'io mi sento tanto bene, ben vengano queste rare e preziose occasioni di abbandonarsi al piacere puro dell'intelligenza e dell'ironia. Mi sa che non è un caso che David Sedaris, come i due scrittori succitati, sia gay. Solo chi appartiene a qualche minoranza sa descrivere tanto bene i propri difetti e l'imbecillità dei più. Mi piace pensare che sarà una risata come queste, irrefrenabile e di pancia, che un giorno seppellirà tutti gli ipocriti, i farisei, i benpensanti e gli idioti di questo mondo.

sabato 13 ottobre 2012

KILLER BILLY

Il ritorno del grande Friedkin


Ma perché, se ne era forse mai andato? Ultimamente, per scelta, aveva deciso di godersi la vita con la sua amatissima (e bellissima) Sherri Lansing, ex boss della Paramount, sua moglie dal 1991. Trattato sempre come un principe, dopo il Wozzek di Alban Berg al Comunale di Firenze nel 1998, ha messo in scena moltissime opere liriche in tutto il mondo, si è dedicato ai viaggi, alla fotografia e a scrivere la sua autobiografia, che dovrebbe uscire nella primavera del 2013 (conoscendolo, sarà una lettura colta, sincera e ricca di divertenti aneddoti). Ma il suo ultimo film, Bug, adattamento di un'altra pièce teatrale di Tracy Letts, da noi era uscito direttamente in home video nonostante le ottime critiche ottenute ovunque.
Il fatto è che, superati i 70 anni, Billy Friedkin è tornato al cinema indipendente, che gli permette di sperimentare e osare - come nella sua Hollywood degli anni Settanta erano le major a fare - e quindi di divertirsi facendo quello che ama e sa far meglio. Ma non solo. Il suo è anche un ritorno alla ferocia e alla libertà creativa di due film splendidi come The Birthday Party (Festa di compleanno, 1968) e The Boys in The Band (Festa di compleanno per il caro amico Harold, 1970) tratti da due lavori teatrali – rispettivamente di Harold Pinter e Mart Crowley - a prova di bomba.
Vedendo Killer Joe, oltre al film, mi ha divertito pensare a quanto gli deve essere piaciuto girarlo e dirigere i suoi attori, soprattutto nell'ormai famosa e magistrale scena del blowjob con la coscia di pollo. Uno scherzetto da ragazzi per uno che, per vendicarsi dei continui tagli richiesti dall'MPAA, chiese al montatore Bud Smith di intervallare gli omicidi di Cruising con sequenze subliminali di penetrazioni gay, visibili in slow motion ma non a velocità normale. E che aveva costellato anche il film di una major, Jade - bellissimo e incompreso - di sequenze e gadgettistica ad alta gradazione erotica. 
Vedere Killer Joe è stato quindi un po' come rivedere il primissimo Friedkin, anche se la scrittura di Tracy Letts, che nei momenti migliori sembra un Tennessee Williams che si è appena calato un acido, non è comunque all'altezza di quella di Pinter e Crawley.
Ma c'è davvero tanto Friedkin in questa storia di white trash people. La trama, come noto, è incentrata su un poliziotto che è anche killer a pagamento e viene assunto da una famiglia pluridisfunzionale: un padre semi deficiente sposato in seconda nozze a una donna provocante e infedele (una fantastica scelta di casting: chi è più strappona di Gina Gershon?), una figlia leggermente ritardata ma pura e sognatrice e un figlio in perenne debito con gli spacciatori. Killer Joe viene chiamato per far fuori l'ex moglie dell'uomo e madre dei due ragazzi, una tossicodipendente, e permettere all'allegro gruppetto di incassarne l'assicurazione sulla vita e risolvere tutti i suoi problemi. E ovviamente niente va come previsto.
Per quanto possano apparire estremi questi personaggi e tutto quello che succede loro, se parlaste con William Friedkin lui vi convincerebbe in tempo zero di averne incontrati molti nella vita reale. 
La sua bravura sta anche, come sempre, nella direzione degli attori: a parte Chevy Chase e tutto il cast de L'albero del male, Friedkin è stato capace di rendere espressivo anche William Petersen e di ottenere emozioni autentiche da non professionisti (magari con uno schiaffone dato a tradimento, come quello rifilato a padre Bill O'Malley sul set de L'esorcista), e qui trae il meglio da un cast di ottimi caratteristi e protagonisti non sempre brillanti altrove. Primo fra tutti, ovviamente, Matthew McConaughey, di cui Friedkin sa anche ben sfruttare il particolare e pericoloso fascino da rettile.
Killer Joe è una commedia nera, un thriller, e ha un bellissimo showdown finale. E' un capolavoro? A parer nostro è un film intelligente, divertente e feroce, ma è essenzialmente un divertissement. Anche se a noi ha fatto l'impressione di un riscaldamento in previsione di qualcosa di più impegnativo, è molto probabile che sia quella del piccolo budget e della libertà assoluta la nuova dimensione di William Friedkin.
E' bello però che nel cinema dei nostri giorni, vuoto di idee e strapieno di cloni, remake, reboot, noia cosmica in 3D, tempi dilatati e azione scervellata, ci sia ancora la possibilità di vedere 100 minuti di puro filmmaking firmati da un grande come William Friedkin.Che, a 73 anni suonati (sorry ma io resto fedele alla data di nascita che lui mi ha giurato vera e che provocò il nostro unico litigio), ha ancora l'entusiasmo, l'irruenza e la chutzpah del ragazzo che negli anni Settanta aveva in pugno Hollywood e la mandò a quel paese.