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mercoledì 18 febbraio 2015


IO E GLI ANDERSON

(intesi come Paul Thomas e Wes)


Credo di essermi innamorata del cinema di Paul Thomas Anderson dal primo film che ho visto, che se non ricordo male era Boogie Nights. Anche se l'argomento era il mondo del porno negli anni Settanta, mi fu subito chiaro di avere di fronte un narratore prodigioso, capace di gestire in modo infallibile set colmi di persone, situazioni, azioni, dialoghi, scenografie, oggetti di scena, costumi e acconciature e farne scaturire dei perfetti spaccati di vita americana. Il fatto che avesse solo 28 anni e già un film all'attivo (il bellissimo Sydney, recuperato in seguito) me lo incise a lettere di fuoco nel cuore. 


Poi arrivò Magnolia, splendido come il fiore della pianta che gli dà il titolo, una corolla che si apriva per dare spazio a personaggi tormentati e lacerati, cattivi ed egocentrici, disperati e soli, innamorati e lascivi, rancorosi e moribondi, un film sulla vita, le coincidenze e il caso che la determinano, con rane che piovevano dal cielo in un'apoteosi biblica per sempre inscindibile dalle musiche di Aimee Mann. Soltanto i primi film dei fratelli Coen mi avevano coinvolto tanto, trasmesso tanta emozione e adrenalina e un'idea di cinema larger than life su schermi già troppo ristretti. Poi ci furono tutti gli altri, lo splendido, romantico e pazzo Ubriaco d'amore, Il petroliere - forse l'unico su cui ho delle riserve, non a caso il più apprezzato dall'accademia - e il maestoso The Master, di cui ho scritto proprio in questo blog e che resta per me al vertice della sua filmografia, per giungere a un altro, diverso capolavoro che è Vizio di forma e di cui ho scritto qua (anche se su ogni suo film in realtà potrei/dovrei e a volte anche vorrei scrivere un libro).


Poi c'è quello che per me è l'altro Anderson, Wes (in realtà ci sarebbe anche Paul W. S. Anderson, che però è inglese, è sposato con Milla Jovovich e ha fatto i film di Resident Evil, ma qua non ci interessa). Dicevamo, appunto Wes, texano, di un anno maggiore di Paul Thomas, faccia da irrimediabile nerd, di cui nel 2001, spinta dalle lodi dei colleghi e dal cast stellare in cui c'era anche quel genio di Gene Hackman, vidi I Tenenbaum, che mi lasciò totalmente fredda. Intendiamoci, non che fosse brutto, ma era come se uno si fosse sforzato tanto - un po' come l'oggi giustamente obliato M. N. Shyamalan - dando l'impressione di un miracoloso parto plurigemellare, per poi sfornare un topolino. 


Spinta comunque dalla curiosità e dall'amore per Bill Murray recuperai anche Rushmore e le cose andarono anche peggio: lo trovai assolutamente insopportabile, forse anche per la presenza del suo amico e sceneggiatore Owen Wilson, l'uomo che non riesce a chiudere la bocca e la cui fisionomia mi irrita da sempre, a pelle (ironia della sorte: solo l'altro Anderson, Paul Thomas, è riuscito a rendermelo tollerabile in Vizio di forma). Comunque niente da fare, l'impressione di uno che facesse centrini all'uncinetto e venisse scambiato per Benvenuto Cellini mi restava. Andando avanti col tempo, si è aggiunta una sgradevole sensazione – e cito Moonlight Kingdom, che tutto sommato è il suo film che ho preferito – di tristezza, ma non di quella dolce e malinconica, proprio di quella brutta e un po' squallida. Insomma, tanto spreco di scenografie, costumi, fotografia, effetti ottici e quant'altro alla fine veniva messo a servizio di case di bambola costruite coi fiammiferi e i contenuti, se pure c'erano, erano deprimenti. E poi è arrivato lui, Grand Budapest Hotel, un divertissement anche parecchio presuntuoso. Se c'è qualcosa che conosco bene, per vecchia passione a lungo coltivata, sono la storia e la letteratura della Mitteleuropa, Stefan Zweig incluso. Dire di essersi ispirati ai suoi lavori quando già citare Lemony Snicket e Guy Maddin sarebbe stato esagerato, non mi ha di certo ben disposto. Il problema, forse, è che a me piace la passione al cinema, e io nel cinemino bellino e costruito a tavolino di Wes Anderson non ce ne vedo. O forse è la passione di chi gioca a scacchi o costruisce modellini, un piacere cerebrale che non mi coinvolge e di sicuro non mi appaga. 
 
A questo punto, probabilmente, entrano in gioco altri fattori e una diversa sensibilità perché vedo tanto amore per un film che non mi ha strappato neanche un sorriso e piuttosto mi ha annoiato, nonostante gli attori fantastici e le musiche bellissime, dandomi la sensazione di sfogliare un album di cartoline colorate a mano o di guardare all'infinito uno di quei diorami natalizi in movimento che compaiono nelle vetrine di Vertecchi ogni dicembre e che puoi ammirare per massimo cinque minuti. 



Questo non significa che io odi Wes Anderson - che anzi credo sia intelligente e simpatico - o i suoi film: semplicemente, che esistano o non esistano, il mio rapporto con la vita e con il cinema non ne viene minimamente scalfito, influenzato, arricchito. E la pioggia di candidature che l'Academy – e non solo – gli ha riversato addosso continuo a non capirla, soprattutto quella per una sceneggiatura in cui non ho trovato niente di originale.
Qua, però, è proprio il mio amato Paul Thomas a fregarmi: quando è venuto a Roma lo scorso gennaio, a domanda su chi avrebbe dovuto vincere l'Oscar per la sceneggiatura originale ha risposto senza esitare: Wes Anderson! Purtroppo è stata l'ultima risposta e non ho avuto modo di chiedergli spiegazioni, ma mi sorge un dubbio: non è che magari sono secondi cugini? 
Se così fosse, magari da piccoli, diciamo all'età di 9 anni, quando entrambi - dice la storia - già giravano i loro primi film, i genitori si incontravano per le festività (mi piace immaginare gli Anderson texani in visita dagli eccentrici Anderson losangelini per Natale) e il più grande e saputello Wes incantava il più ingenuo Paul Thomas costruendogli fortini di cartone e dando vita a epiche battaglie, convincendolo una volta per tutte di essere un grande narratore. 
Lo so: dalla loro biografia non risultano parentele di sorta, ma una spiegazione razionale deve pur esistere!

lunedì 24 dicembre 2012



Buone feste dalla fine del mondo

THE MASTER e i giorni dell'Apocalisse


E' un po' che non scrivo. Di nuovo. Qualcuno di tanto in tanto ancora capita a leggere questo blog, e mi fa piacere. Aspettavo la fine del mondo, e sono rimasta delusa. Poi ho capito che i Maya non si erano sbagliati, ma che il mondo è davvero finito. E' finita la civiltà, la pietà, la voglia di credere e di combattere, la speranza.
Capirete dunque che questo post non sarà tanto natalizio e festivo. La mia nuova vita, che aspettavo con tanta gioia, stenta a partire e, contro ogni logica, provo ancora rancore nei confronti di un uomo che probabilmente non è mai esistito così come lo pensavo (ed è quell'odio stupido che ti rende peggiore di quello che sei). E questo solo sul versante personale.
Poi c'è il mondo fuori:  un ragazzo di 20 anni fa strage di bambini, torna la Mummia con la sua corte di nani, ballerine, calippare, senza palle e leccaculo, dopo aver fatto fare ai banchieri il lavoro sporco, Roma sembra un campo di battaglia e la metro B, che prendo quotidianamente, è un'esperienza da brivido. Non andrò in analisi, non prenderò psicofarmaci e ritroverò da sola la gioia di vivere, prima o poi, ma è ovvio che tutto quanto scrivo adesso sia autoreferenziale, e purtroppo nemmeno masochisticamente divertente come le pagine autobiografiche di David Sedaris. Per cui, se volete abbandonare questa lettura e andare a leggere il blog brillante di quell'altra maggiorata più famosa e fortunata che risponde al nome di Selvaggia Lucarelli, sappiate che vi capisco e vi approvo.

Ciò detto, è d'obbligo un post horror per le feste e per un 2013 che spero porti via definitivamente tutti i residui di questa orribile fine del mondo, che avrei preferito bella, straziante e malinconica come quella di Melancholia, film meraviglioso come il suo regista, al quale, prima o poi, dedicherò tutto lo spazio che merita.

Per fortuna c'è un altro autore che, in questi tempi superficiali e vuoti, va per la strada su cui lo porta il suo erorme talento e parla dei grandi temi della vita: Paul Thomas Anderson.. La visione di The Master mi ha lasciato - come sempre mi capita coi suoi film - avvolta da un cumulo di sensazioni così forti e profonde che per un pezzo non sono neanche riuscita a parlarne. E per fortuna non dovevo scriverne subito. Scordatevi tutti i discorsi su Scientology e affini: la setta è solo un pretesto per raccontare una storia d'amore tra due uomini che sono l'uno l'opposto dell'altro. Il Maestro ha fatto del controllo delle proprie emozioni la base del suo carisma, che esercita senza problemi sulla gente semplice e in cerca di certezze e risposte nel secondo Dopoguerra americano. Poi c'è Freddie, una scheggia impazzita, un reduce di guerra che risponde solo col corpo, reagendo a stimoli che gli sono stati impiantati e che, come il buon selvaggio di Rousseau, viene scelto dal primo come oggetto di una sorta di esperimento per trasformarlo nell'erede sperato. Il tutto raccontato nell'epico splendore di una fotografia iperrealista a 65 millimetri, scandito dalle musiche ossessive, urgenti, violente della colonna sonora capolavoro di Jonny Greewood dei Radiohead (se non gli danno l'Oscar è una vergogna). E loro, Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix, sfoderano due performance meravigliose, portando l'arte della recitazione a livelli raramente visti prima. Il primo recita soprattutto con lo sguardo, il sorriso, la mimica impercettibile del volto, anche se diventa fisico in una splendida, gioiosa scena di lotta. Il secondo con la postura innaturale del corpo, il sogghigno sempre presente sul viso, la risata imbarazzata e "idiota", gli scatti scordinati del corpo (da brividi la scena della distruzione della cella e della cuccetta). E naturalmente entrambi recitano con la voce, per cui vi prego, vi scongiuro, di vederlo ove sia possibile in lingua originale. The Master è un film che chiede a tutti noi di compiere quella che è la scelta più basilare della vita: essere liberi o sottomettersi, cercarsi un padrone o affidarsi al proprio corpo animale senza remore e timori. In fondo anche The Master è un horror, perché cosa può fare più paura dello sbagliare il proprio percorso in quella che è l'unica vita che abbiamo?

Parlando invece di visioni horror più canoniche, ho provato a vedere V/H/S ma dopo venti minuti ero già satura del tutto e ho fatto nostalgicamente ricorso al fast-forward. Non so voi, ma io sono arcistufa di questi finti video e found footage, che con l'eccezione di The Blair Witch Project e Chronicle, non hanno mai prodotto niente degno di nota (e per favore non mi citate Balaguerò). Aspetto con una certa curiosità MAMA un film che nasce da questo CORTO SPAGNOLO e che mi sembra se non altro interessante, ma per il resto non mi viene in mente altro che non sia il magnifico horror televisivo di American Horror Story e The Walking Dead.

E allora riparliamone, no? Leggete solo se seguite le serie perché non mi va di scrivere la parola SPOILER ogni 3x2.  La puntata “natalizia” del primo, Unholy Night, è stata incredibilmente bella, blasfema, cruenta e divertente. Ian McShane ha dato vita a un serial Santa Claus memore di tutti gli holiday splatter che ricordiamo, da Un Natale rosso sangue alla serie di Silent Night, Deadly Night. Ma è stato tutto splendidamente sopra le righe, dall'inizio con lo sterminio della famiglia pronta a celebrare il Natale, a "sister Satan" che addobba l'albero di Natale con le dentiere, le flebo, i cateteri, i capelli e le padelle dei poveri dementi, alla pessima fine di alcuni dei protagonisti, ai colpi di scena e al ritorno del magnifico Dylan McDermott. Grande serie, stracolma di citazioni, amore per il genere, rovesciamenti di prospettive e attori da amare, sui quali quest'anno spiccano la "solita" Jessica Lange, Sarah Paulson, Zachary Quinto, Lily Rabe e l'incredibilmente potente James Cromwell (visto quest'anno in un piccolo ruolo anche in Boardwalk Empire).

The Walking Dead ci lascia nel mid-season e lo ritroveremo a febbraio, con una spettacolare reunion all'ultimo sangue tra i magnifici fratelli Dixon, Merle e Daryl, che non si vedevano da una vita, si cercavano da sempre, e sono diversi come il giorno e la notte. Il primo noi spettatori l'abbiamo ritrovato dopo ben tre stagioni. E col Governatore dello splendido David Morrissey, mezzo cieco e più fuori di testa che mai, che, come il Conte Olaf di Lemony Snicket vuole vedere sangue e violenza. Che dire? Io adoro entrambi gli attori, Michael Rooker dai tempi del terrificante Henry pioggia di sangue, e Norman Reedus da quando l'ho scoperto in questa serie per cui, contro tutte le apparenze, spero che sopravvivano entrambi e ammazzino tutti i cattivi. Che poi forse sono i buoni. Che poi magari sono gli zombi. Che poi probabilmente siamo noi. Sono tempi confusi, e se sopravviviamo ai nostri disastri pubblici e privati e scegliamo di essere liberi, che la sorte ci sia benigna. Se vogliamo essere Maestri, manipolatori e dominare chi sta peggio di noi, che il cielo ci strafulmini. Io ho già scelto. Un bel giorno questa guerra finirà. Basta non lasciare mai questa questa barca del cazzo.