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domenica 28 ottobre 2012

E QUASI TUTTO IL RESTO

Diario di una serial dipendente

 

 

Okay, lo ammetto: a volte mi sembra di essere David Bowie in L'uomo che cadde sulla terra. In fondo è quello il mio sogno: poter guardare contemporaneamente tutto quello che di interessante succede nel mondo e assimilarne gli input come un flusso continuo di stimoli e informazioni. Nel mio piccolo, dunque, leggo un paio di romanzi e saggi nello stesso periodo e seguo troppe serie, cercando di compensare con il divertimento e la gioia che alcune di loro mi danno, l'assoluta noia – salvo rare eccezioni – del cinema di genere dei nostri anni.
Perché uno si innamora di una serie? Non so gli altri, ma nel mio caso a volte vengo incuriosita dal pilot, o dagli attori, o dall'argomento... altre volte resisto un paio di stagioni prima di mollare, vuoi perché la trama diventa troppo implausibile perfino per un'opera di fantasia (vedi Dexter) o ripetitiva (Californication, Cougar Town) o troppo “a tesi” (Glee). Oppure la serie fa pochi ascolti e viene cancellata, come Pushing Daisies che mi piaceva tanto. Poi ci sono quelle che vedo perché ne sento molto parlare, come A Game Of Thrones, che non ho ancora capito se mi piace o meno, quelle rilassanti e interessanti come The Mentalist, e infine i guilty pleasures (l'ultimo è C'era una volta, che vedo soprattutto per l'amore che porto a Robert Carlyle), che sono quelli che posso anche decidere di lasciare senza rimpianti dall'oggi al domani. Non potrò comunque mai vedere, per incompatibilità cerebrale, nessuna serie su avvocati, medici, ospedali, infermieri e spie.


A volte, però, nascono grandi amori. Ho conosciuto John Noble nel 2003, quando sono andata a Berlino per i junkets internazionali de Il ritorno del re di Peter Jackson, in cui lui era il folle re Denethor. 5 minuti di intervista (per di più in coppia con David Wenham) sono bastati a far scattare tra noi un'istintiva simpatia. Da allora ci siamo scritti moltissime email e siamo entrati in confidenza. All'epoca lui, “vecchio” attore di teatro australiano che non aveva mai spinto oltre le proprie ambizioni, era frastornato dal primo impatto con Hollywood. Dopo la partecipazione a un paio di film non eccelsi nei panni del classico villain e un temporaneo rientro in patria, è fortunatamente arrivata per lui la grande occasione: essere scelto per uno dei ruoli protagonisti della nuova serie di J.J. Abrams, reduce dal successo mondiale di Lost. Solo perché c'era lui, così, ho iniziato a guardare Fringe, che inizialmente mi sembrava una copia un po' più estrema e con meno extraterrestri di X-Files, con cui condivide anche la casa madre, la Fox. Ma sempre di più, con mia stessa sorpresa, sono stata catturata da questa serie così complessa, affascinata dal suo look stiloso, raffinato e innovativo (l'invenzione dei glifi è a dir poco geniale) e dai suoi personaggi, tanto profondi e realistici da sembrare veri. Su tutti, ovviamente, svetta il Walter Bishop di John Noble, originale variazione sul tema del mad-doctor: Walter, che è stato per molti anni chiuso in manicomio, è come un bambino mai cresciuto. Il sesso non gli interessa ma è appassionato di droghe allucinogene, trash food e musica, è eccentrico e smemorato, pieno di idiosincrasie, e sembra a tratti un ex fricchettone invecchiato, convinto che alla scienza sia permesso praticamente tutto.

Quando gli ho detto che concordavo con coloro che dicevano che era stato “scippato” dell'Emmy, John mi ha risposto: “ormai non ci penso proprio più. Sarebbe bello, ma non accadrà mai con una serie di fantascienza”. Il punto, però, è che Fringe è molto di più di uno show televisivo che riprende temi e situazioni della fantascienza classica per reinterpretarli da un punto di vista moderno: in questa quinta, conclusiva stagione, i nostri eroi lottano contro gli spietati Osservatori capaci di leggere nel pensiero, robot in forma umana che hanno conquistato il nostro mondo e lo sfruttano ai propri fini decretandone la condanna a morte. E gli autori ci ricordano, in un momento storico in cui la nostra passività rischia di renderci schiavi consenzienti dello sfruttamento e della tirannia, che resistere è possibile e ribellarsi è necessario. Fringe trascende, con la forza delle migliori metafore, la storia che racconta per diventare un commento sui tempi in cui viviamo, attraverso un mondo che ricorda quello dipinto da John Carpenter in Essi vivono. Non so come i fantastici autori della serie, J.J. Abrams, Roberto Orci, Alex Kurtzman e Akiva Goldsman, risolveranno il finale, ma solo l'Arte riesce a farti entrare con tanta passione in un mondo inventato e a farti affezionare a personaggi di fantasia. A me dà parecchio fastidio l'abuso che si fa oggi del termine capolavoro e della parola amore, ma per Fringe potrei spendere entrambi senza timore di esagerare.

Rientriamo invece nel campo dell'horror e del puro entertainment, anche se di ottimo livello, con Grimm, la serie NBC di David Greenwalt e Jim Kouf, alla sua seconda stagione. Questo è uno di quei casi in cui sono stata contenta di avere continuato a vederla, perché l'inizio, in cui Nick, un giovane detective della polizia di Portland si accorge di avere la capacità di vedere i veri volti mostruosi di alcune creature che si aggirano in incognita nel nostro mondo, mi era parso a dir poco frettoloso. Okay, la solita storia del ragazzo che scopre di avere capacità che gli altri non hanno, e in questo caso apprende di essere discendente dei Grimm, una genealogia di cacciatori di mostri. Bene, sono stata totalmente smentita dagli autori. Col tempo cresce il divertimento, la struttura si complica, c'è una sottotrama molto intrigante che coinvolge il capo della polizia, la fidanzata di Nick e una misteriosa famiglia reale del mondo delle creature, i Wesen, e quest'ultime non sono solo quelle dei classici racconti, ma in parte sono inventate e in parte fanno riferimento al folclore mondiale (come nel bell'episodio di Halloween di quest'anno, La Llorona). Gli attori sono ottimi e adatti al ruolo: David Giuntoli ha la faccia carina e ingenua del bravo ragazzo, capace di nascondere un segreto e affrontare anche i suoi lati più oscuri, Russell Hornsby è Hank, il partner coinvolto suo malgrado nella missione di Nick, l'affascinante Bitsie Tullock è la fidanzata Juliet, vittima di un incantesimo d'amore, il simpaticissimo ed esuberante Silas Weir Mitchell è Monroe, il licantropo che dà una mano al Grimm, e il seducente canadese Sasha Roiz è il francofono capitano Renard con la sua hidden agenda. Col passare degli episodi la serie è diventata anche più splatter e tesa. Insomma, se ancora non l'avete fatto, datele un'occhiata, possibilmente – raccomandazione valida per tutto quello di cui abbiamo parlato finora – in versione originale!

E' invece partita da poco ed è solo al quarto episodio
666 Park Avenue, una serie creata da David Wilcox, produttore e sceneggiatore di Fringe e altri show televisivi, in onda sulla ABC. La storia, in sé non certo originale, riecheggia nell'ambientazione Rosemary's Baby. Jane ed Henry, una bella coppia di giovani provinciali ambiziosi, arrivati nella Grande Mela in cerca di fortuna, trova lavoro e si trasferisce all'interno del Drake, un palazzo di lusso molto simile al Bramford Building del film di Polanski (che a sua volta rimandava al Dakota Building di fronte al quale è stato ucciso John Lennon). Sotto l'ala protettiva di Gavin Doran, il proprietario del complesso, e della moglie Olivia, i due iniziano a fare carriera e a frequentare l'alta società, ma nel palazzo accadono cose terribili e Jane, che tra i suoi compiti ha anche quello di riportare il Drake all'aspetto originale, inizia ad avere delle visioni e a rendersi conto che nel luogo c'è qualcosa di malsano. Al quarto episodio, a parte il piacere di rivedere Vanessa Williams che tanto avevo amato in Ugly Betty, e Terry O'Quinn che per tutti è famoso per Lost ma per me resterà sempre The Stepfather, non è che le emozioni si siano sprecate. Forse il setting è un po' troppo prevedibile, e non c'è dietro tutta l'inventiva e la cultura horror che ha dato vita a American Horror Story (è un confronto impietoso), ma al momento l'impressione è quella di una soap opera gothic e glossy, in cui tutto sommato i personaggi si meritano quello che gli capita. Di brividi di paura per ora neanche l'ombra. Continuerò a vederla, sperando che il diavolo, prima o poi, si manifesti in tutta la sua terrificante potenza.