What If...
British Do It Better. Le magnifiche serie inglesi
Cosa succederebbe se qualcuno rapisse
una personalità molto popolare, una specie di Lady Di, e come
condizione irrinunciabile del riscatto chiedesse al Primo
Ministro di fare sesso in diretta tv mondiale con un maiale? E se
vivessimo in un'era – e non siamo poi così lontani – in cui
tutti i nostri ricordi, anche i più intimi, sono registrati e
visibili a tutti? E se il lavoro giovanile nel nostro futuro fosse
quello di alimentare, pedalando una cyclette, un mondo vacuo di reality e immagini
artificiali, con gli obesi ai gradini più bassi della scala sociale?
E se i morti non riuscissero più ad accedere all'Aldilà perché i
punti di ascensione si sono chiusi, e iniziassero a reincarnarsi per
invaderci? E se un gruppetto di delinquentelli sfigati venisse
colpito da una strana tempesta e acquisisse dei superpoteri? E se
l'invasione degli zombi entrasse in tv direttamente nello studio del
Grande Fratello? E se un gruppo di squinternati freaks accomunati da un oscuro
passato, ricevesse in contemporanea una lettera misteriosa? Tutti questi What If,
e molti altri, se li sono chiesti in questi anni gli autori delle
serie tv inglesi, gli unici al mondo capaci di fare i conti col
fantastico innestandolo nel nostro presente, senza falsi pudori,
remore o paure.






Questo manipolo di coraggiosi e
creativi blasfemi sposa slang giovanile, adolescenze
tormentate e citazioni cinematografiche e fumettistiche, dando
una visione molto British e personale del genere. Ecco così che
nascono serie sperimentali, audaci e innovative come
Misfits di Howard Overman (di cui il 28 ottobre parte la
quarta stagione) o miniserie come Dead Set di Charlie
Brooker, Psychoville di Reece
Shearsmith e Steve Pemberton,
The Fades di Jack
Thorne (una stagione, bellissima, purtroppo non rinnovata) e
l'orwelliana Black Mirror, ancora di Charlie Brooker. Per
citare solo le più recenti, e non contando le riletture di classici come Jekyll
di Steven Moffat e soprattutto il magnifico Sherlock di Steven
Moffat e Mark Gatiss, quest'ultimo sceneggiatore del
Doctor Who ed ex membro di quella stratosferica League of
Gentlemen (assieme a Reece Shearsmith, Steve Pemberton
e Jeremy Dyson) che ha saputo raccogliere, potenziare e
portare nel ventunesimo secolo l'umorismo surreale e grottesco dei
Monty Python, unendolo
all'amore per gli horror Hammer e
Amicus che hanno fatto di quella britannica una grande scuola. In
più, le serie inglesi sono corte, concentrate e vanno dritto al sodo
senza sbavature.Mi sono chiesta a volte come mai ai
nostri autori non venga mai in mente niente del genere. Alla base
credo ci sia un fatto culturale: in un paese Cattolico Apostolico Romano una serie con
sesso, turpiloquo e splatter, tutti insieme o separati, non passerebbe mai sugli schermi.
Di sicuro non verrebbe mai sovvenzionata da nessuna tv, ente pubblico o Ministero, come invece avviene regolarmente in Inghilterra. E il
genere, purtroppo, non fa nemmeno parte del nostro background.
Inoltre, da noi non c'è il know-how tecnico per operazioni simili, per cui i nostri autori si sono abituati a volare basso e a
pensare in piccolo, e quando magari provano a proporre qualcosa di
diverso, devono vedersela con dirigenti che stanno dove stanno non
per merito ma per ben altri motivi, e che di queste cose non
capiscono un'acca.
E allora, e giustamente, gli inglesi ci
surclassano e in molti casi superano anche gli americani: la loro tv
è una palestra di vita, un commento sul nostro presente, mai banale,
mai ripetitivo, ricco di sfumature e spunti di riflessione inediti.
Ed è terribilmente divertente, ti porta a ridere di quanto siamo
brutti, goffi, materialisti e meschini. Queste serie sono inoltre una
scuola attoriale senza pari, culla di volti e corpi stra-ordinari,
non belli e patinati, ma dall'intelligenza viva e palpitante. Un
esempio per tutti, senza dimenticare gli altri: Daniel
Kaluuya, 23 anni e una maturità espressiva incredibile. Dopo
averlo apprezzato in Skins, in Psychoville e in The
Fades, lo abbiamo amato senza riserve in Black Mirror,
dove, nell'episodio migliore, 15 Million Merits, è riuscito a
trasmetterci la sua rabbia contro il sistema, la sua frustrazione e la sua impotenza con una memorabile performance fisica.
Non so a voi, ma a me a volte piacerebbe
proprio essere inglese.
